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Negoziare con i ribelli
Al Qaeda nell’angolo in Mali
Alessandro Casarotti
30/11/2012

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La Pace: niente può infastidire maggiormente i Signori della Guerra di al-Qaeda. La loro tattica si basa sulla destabilizzazione, in modo da proliferare, terrorizzare e controllare. Da più di sei mesi l’Azawad, regione settentrionale del Mali, è loro dominio. La pressione di un intervento militare internazionale però sta portando alle prime defezioni. I ribelli di origine Tuareg si sono staccati dai loro alleati fondamentalisti e hanno avviato negoziati di pace con Bamako, capitale di quel che resta del Mali.

I rischi dell’intervento militare
Sia Ouattara, presidente di turno della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cesao) e della Costa D’Avorio, sia Compaoré, presidente del Burkina Faso e capo-negoziatore del Cesao hanno sottolineato che l’intervento militare sarà accompagnato da un continuo sforzo politico e diplomatico. Una missione internazionale più integrata serve per sorpassare i problemi delle precedenti in Libia e Costa d’Avorio, avvicinandosi alle posizioni di Diamini-Zuma, presidente dell’Unione africana, e Bouteflika, presidente dell’Algeria. Entrambi hanno sempre sostenuto il negoziato come via principale alla soluzione della crisi maliana.

L’intervento militare comporta due rischi troppo elevati per i paesi confinanti. Il primo di spill-over, cioè se l’intervento fosse massiccio si rischierebbe solo d’indurre i ribelli alla fuga, facilitati dalle frontiere sabbiose del Sahara. Il secondo di accidental guerrilla: se l’intervento non avvenisse con il supporto della popolazione locale, al-Qaeda potrebbe contare su un ulteriore alleato per combattere l’invasore occidentale.

L’obiettivo del piano redatto dal Gruppo di supporto e sviluppo per il Mali è chiaro: scompaginare i ribelli e ottenere il sostegno delle due fazioni Tuareg per affrontare i gruppi qaedisti nel deserto dell’Azawad. Questa tattica serve anche a prender tempo per mediare tra le differenti posizioni degli attori internazionali. Stati Uniti e Germania continuano a chiedere elezioni democratiche ed un intervento guidato dall’esercito maliano.

Questo scenario posticiperebbe l’attacco alla primavera del 2013, scontrandosi con i paesi del Cesao che hanno già schierato le truppe al confine. Prodi, coordinatore del Gruppo e inviato speciale del segretario generale dell’Onu, ha ipotizzato per l’intervento settembre-ottobre 2013. In effetti, il terribile caldo dell’estate sahariana è una componente determinante. Proprio le condizioni estreme rendono ancor più fondamentale il sostengo delle tribù locali in caso d’intervento.

Negoziati coi Tuareg
Il Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla), che aveva dato il via all’insurrezione, ha rinunciato a tutte le pretese sulla regione settentrionale del Mali. Da quando i loro alleati salafiti di Ansar Dine avevano soffocato le aspirazioni indipendentiste, il Mnla aveva chiesto ripetutamente un tavolo di pace. Finora Bamako si era sempre rifiutata di trattare coi ribelli: la linea dura della giunta militare serviva a legittimare il potere del capitano Sanogo dopo il colpo di stato del 22 marzo scorso. Inoltre, la formazione del governo transitorio di unità nazionale guidato da Diarra, legato a Sanogo, ha trovato il compromesso di legittimità richiesto dalla risoluzione 2056 dell’Onu. Il riconoscimento internazionale ha permesso di aprire le trattative tra Mnla e governo centrale.

Oltre al Mnla, il contingente internazionale necessita dell’appoggio dei Tuareg di Ansar Dine (Ad), gruppo di collegamento con al Qaeda, per entrare nell’Azawad. Il loro leader Iyad ag Ghali è il signore della guerra nelle sabbie del Sahara maliano. Dopo aver diretto tutte le insurrezioni Tuareg dal 1990 ad oggi, non era riuscito a mettersi a capo dell’ultima. La sua autorevolezza era stata scalfita dai continui cambi di fronte e i collegamenti con i gruppi jihadisti. Così in un primo momento ha supportato il Mnla, creando il gruppo Ad. Quando il Mnla ha dichiarato l’indipendenza dell’Azawad sono passati dalla parte qaedista e li hanno annientati.

Un intervento militare delegittimerebbe ancor più Iyad ag Ghali di fronte alla popolazione locale, mentre il suo obiettivo è tornare il deus ex machina dei rapporti tra Tuareg e Bamako. Da ottimo stratega, ha capito che aprirsi ai negoziati lo avrebbe riportato al centro della gestione del potere dell’Azawad. Appena è stato confermato il piano d’intervento dal Cesao, Iyad ag Ghali ha mandato emissari in Algeria e Burkina Faso per negoziare la pace. Ora, si è dichiarato perfino disposto a trattare sulla Sharia e probabilmente lo si vedrà a capo del partito islamista a Bamako, forse già alle elezioni del 2013.

Al Qaeda in crisi
Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim) sta vivendo una faida interna. La decisione di nominare Emiro del Sahara El Hemmam, per cercare di ricompattare attorno a sé i ribelli, ha avuto effetti deflagranti.

La defezione di Ad e la crisi di Aqim hanno spostato l’ago della bilancia a favore del possibile intervento internazionale. In risposta all’apertura di negoziati tra Ad, Mnla e governo maliano, i fondamentalisti mauritani del Movimento per l’Unità e la Jihad nell’Africa occidentale sono tornati ad attaccare i Tuareg. Il dramma di una popolazione distrutta dalla crisi umanitaria e governata da un gruppo di mercenari transnazionali dovrebbe favorire il supporto di un contingente internazionale da parte del popolo Tuareg. Come ha dichiarato Diarra: “il dialogo con Ad e Mnla è inevitabile, sono nostri compatrioti”.

Alessandro Casarotti è laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'università di Trieste e ha conseguito un Master in Violence, Conflict and Development alla School of Oriental and African Studies di Londra.
 
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