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Rivolte arabe
Chi parla per l’Islam
Paola Caridi
19/09/2012

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Chi parlerà a nome dell’islam, e non solo dell’islam politico? È la domanda – a prima vista singolare – che ci si pone in quei paesi arabi attraversati dalle rivolte e dalle rivoluzioni del 2011, palcoscenico nei giorni recenti dell’ultima fiammata di violenza di strada. Chi, insomma, si ergerà a “tutore” del messaggio di fede così come della sua traduzione politica, in una fase in cui l’onda dell’islamismo largamente inteso si sta mostrando con forza?

Credibilità religiosa
Può sembrare a prima vista fuorviante, parlare di una battaglia tutta interna al fronte islamista, proprio negli stessi giorni in cui lo scontro visibile è stato tra una parte dell’islam politico – il salafismo genericamente inteso – e, in termini altrettanto generici, gli Stati Uniti. Eppure il nodo è proprio questo. Chi si assumerà l’onere e il diritto di difendere la fede, e dunque – per certi versi – l’identità nei paesi arabi nel pieno della transizione democratica. Chi sarà il guardiano?

A confermare il profondo scontro in corso all’interno della galassia islamista è uno degli intellettuali musulmani di punta (se non il più importante) in Europa. È stato infatti Tariq Ramadan, professore di studi islamici a Oxford, in una intervista televisiva a Democracy Now!, a spiegare la battaglia politica reale che sottende alle manifestazioni contro le ambasciate non solo americane, ma anche quelle di paesi occidentali.

La sfida più importante nel mondo musulmano di oggi, e nei paesi a maggioranza musulmana della regione araba, è – dice Ramadan – quella della “credibilità religiosa”. La Fratellanza musulmana, spiega meglio, sta subendo la pressione salafita, in Libia, in Egitto, nello Yemen: una pressione per decidere chi avrà in mano lo scettro della credibilità, da spendere nel consenso interno e nella gestione del potere. Lo scontro tra i “letteralisti”, i salafiti genericamente intesi, da una parte, e dall’altra gli islamisti o riformisti “è qualcosa che dovremo affrontare” perché riguarda lo stesso “futuro di questi paesi”.

Pressione salafita
Se l’analisi è verosimile – e a mio parere lo è -, la questione del rapporto tra i paesi arabi in transizione e la controparte occidentale viene sminuita a favore della dimensione interna. Il confronto tra loro e noi, tra la loro transizione e il nostro ruolo è solo strumentale. Così si spiega la posizione a tratti ambigua, e comunque indebolita, dei partiti espressione del riformismo, e dunque della Fratellanza musulmana, nella crisi derivata dal video islamofobo prodotto dai settori più oltranzisti della diaspora egiziano-copta negli Stati Uniti.

I salafiti, insomma, sono stati i primi a scendere in piazza, facendo scoppiare la crisi, e hanno poi mostrato diverse facce, da quella tutto sommato meno pericolosa in Egitto, e la deriva violenta del salafismo tunisino, già espressa negli attacchi alle libertà individuali degli scorsi mesi.

I partiti legati alla Fratellanza musulmana, al potere sia a Tunisi sia al Cairo, si sono trovati a fronteggiare la pressione salafita, cercando di non ricoprire lo stesso ruolo che i regimi precedenti avevano rivestito. A non sembrare, dunque, appiattiti sulle posizioni occidentali, sacrificando la loro identità – nazionale prima ancora che islamista – sull’altare delle buone relazioni con gli Stati Uniti in primis, e anche con l’Europa.

Questa è la ragione per la quale, soprattutto nei primi due giorni di manifestazioni di fronte alle ambasciate americane, le forze dell’ordine in Tunisia e in Egitto non hanno avuto il mandato di reprimere duramente. Un po’ per lasciare aperto il canale di sfogo, un po’ per non farsi erodere il consenso popolare alla destra della galassia islamista.

Resa dei conti
Il risultato è stato quello che sappiamo. Una reazione confusa, alla quale i due governi hanno cercato di rimediare nei giorni successivi. Soprattutto con le dichiarazioni del presidente egiziano, Mohammed Morsi, che ha mostrato ancora una volta una capacità politica per molti versi inattesa.

Da questo quadro, Yemen e ancor di più Libia sono messe ai margini. Non perché siano meno rilevanti, soprattutto dopo l’attacco, forse preparato in anticipo, al consolato americano a Benghazi e la morte di un ambasciatore come Chris Stevens, che nel Secondo Risveglio arabo ci aveva creduto. Yemen e Libia, però, sembrano fuori da questo confronto binario tra salafiti e Fratelli musulmani. Vuoi perché le dinamiche nazionali fanno storia a sé. Vuoi perché in entrambi i casi il ruolo del jihadismo qaedista è una variabile che non sembra essere presente né in Egitto né in Tunisia, dove l’influenza è invece tutta quella wahhabita. Un’influenza che fa emergere la forte presenza del Golfo, e soprattutto dell’Arabia Saudita, con l’obiettivo di sminuire le istanze del Secondo Risveglio arabo favorendo la presenza salafita.

Il nuovo capitolo aperto dalla crisi di The Innocence of the Muslims fa presagire una resa dei conti tra le due componenti più importanti della galassia islamista. Una resa dei conti tra riformisti e letteralisti che fa parte di una parte della storia ideologica e culturale araba che ormai ha oltre un secolo, e che ora si gioca sul parterre della politica e della gestione del potere.

La differenza, rispetto al prima, non è soltanto il fatto che i Fratelli musulmani abbiano conquistato il consenso bastante per governare. Ma che i salafiti, a differenza degli anni e dei mesi precedenti alla stagione rivoluzionaria del 2011, abbiano deciso di entrare nel gioco parlamentare. E di sfidare i riformisti anche su un terreno, come quello della partecipazione politica, che veniva considerato inusuale, lontano dagli stessi fondamenti del pensiero salafita.

Paola Caridi (http://invisiblearabs.com/) è giornalista.
 
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