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Medioriente
La bomba degli Ayatollah
Mario Arpino
28/08/2012

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Mentre noi cercavamo di combattere sotto docce e ombrelloni la calura ferragostana, in Medioriente riprendevano tra Gerusalemme e Teheran le periodiche schermaglie sulla bomba.

Con la “cerniera” siriana che scricchiola, l’Egitto di Fratello Morsi in accelerazione verso l’ignoto, il nord del Libano sempre più incline a fungere da santuario per i guerriglieri islamisti e qaedisti che hanno già inquinato il significato iniziale della rivolta popolare siriana, il Consiglio di sicurezza dell’Onu bloccato da Russia e Cina e un’Assemblea che le è da sempre sfavorevole, era naturale che le preoccupazioni di Israele ritornassero in primo piano.

Anche la strana solidarietà tra l’ Occidente e le monarchie del Golfo, rapporto che sembra andare oltre quello economico per espandersi in ambito politico, per Gerusalemme non è certo rassicurante.

Ed ecco che, con un tempismo per nulla strano, il sito israeliano Debka, specializzato in intelligence, a metà agosto si dice certo che la bomba iraniana potrà essere pronta entro ottobre. All’agenzia fa subito eco Benyamin Nethanyahu, il quale, spiegando che il mondo non può consentire all’Iran di divenire potenza nucleare, fa capire che, in assenza di consenso, Israele è in grado di intervenire anche da sola.

Venti di guerra, quindi, che sinora solo la riluttanza degli Stati Uniti e, in una qualche misura, il parere poco entusiasta dei militari israeliani sono riusciti ad attenuare. Ma, ora che il count-down secondo alcuni sembrerebbe davvero iniziato, è bene non farsi influenzare troppo da ciò che si vede e si sente e tentare di approfondire almeno un po’ anche qualche altro ragionamento.

La sicurezza dello Stato ebraico
È probabile che, lo abbiamo già affermato altre volte, un Israele “fai-da-te” abbia davvero la possibilità di ritardare, se non di eliminare, la capacità nucleare iraniana. È anche probabile che, con il mondo così distratto, l’Iran abbia effettivamente la possibilità tecnica di disporre nel breve termine di qualche testata, e che abbia anche la capacità di installarne un paio sui missili a lungo raggio Shabab-3, di progetto nord-coreano.

Le elezioni negli Usa sono ormai vicine, ed è quindi possibile che un Obama alle corde, per accattivarsi qualche voto che altrimenti andrebbe ai repubblicani, possa anche pubblicizzare non tanto di unirsi a Israele operativamente, ma di essere disponibile a fornire comunque un supporto di un certo spessore. Come stanno già facendo i cugini francesi, al solito, senza averlo concordato con nessuno. Detto ciò, secondo alcuni analisti non è affatto da dare per scontato, in termini strategici, che debilitare l’Iran sotto il profilo nucleare risulti davvero conveniente, o migliori decisamente la sicurezza dello Stato ebraico. Proviamo a scambiare, solo per un istante, le posizioni.

La crisi sul nucleare iraniano potrebbe risolversi solo in tre modi. Primo, una seria insistenza della diplomazia su sanzioni severissime, molto al di là di quelle attuali. Un esito positivo tuttavia è assai improbabile, e lo dimostra ciò che è successo con la Corea del Nord, che alla fine, con quasi tutto il mondo contro, è riuscita ad avere la sua bomba ed i suoi missili.

Una seconda ipotesi è che l’Iran fermi scientemente i suoi programmi ad un passo dal conseguimento del risultato - attualmente parrebbe essere in queste condizioni - accontentandosi dell’effetto deterrente della possibilità di completare l’opera in poche settimane. Il Giappone, per esempio, ha seguito la stessa strada nei confronti dei nord-coreani. Una simile certezza, tuttavia, potrebbe forse accontentare Europa e Stati Uniti, ma lascerebbe senza dubbio totalmente insoddisfatta Israele.

Una terza ipotesi è che l’Iran continui le sue attività ed entri pubblicamente nel club delle potenze nucleari con uno scoppio dimostrativo, in mare o sotterraneo. Ciò è già stato dichiarato non accettabile, ma questo è il linguaggio di sempre delle potenze nucleari ogni volta che qualcuno è entrato di prepotenza nel club: è già successo con l’India, il Pakistan e la Corea del Nord. Poi, però, non è mai accaduto nulla di serio se, dopo tanto clamore, gli altri membri “legittimi” del club hanno cambiato atteggiamento nei fatti, decidendo - pur tra periodiche convulsioni - di convivere con i nuovi arrivati.

La politica iraniana è irrazionale?
Perché, nel caso dell’Iran, il comportamento dovrebbe essere così diverso, tanto da intervenire militarmente? Qui i motivi sono almeno due: la presenza di Israele tra gli interessati diretti e il tipo di reputazione di cui gode - o non gode - Teheran in un certo ambito del consesso internazionale.

Si può ben comprendere come Israele, che si sente ed è, anche se oggi solo verbalmente, minacciata in termini esistenziali, desideri rimanere l’unica potenza nucleare regionale (non dichiarata) e perché sia sempre stata incline ad usare la forza pur di mantenere questo stato. Lo aveva fatto nel 1981 bombardando il sito di Osirak in Iraq e nel 2007 distruggendo alcune presunte capacità iniziali siriane. Ma ora si tratta dell’Iran, che è cosa assai diversa anche in termini di equilibri globali non solo militari, ma anche economici.

L’altro motivo è la ragione per cui si stia di fatto accettando che la bomba sia in molte mani, ma non debba assolutamente cadere in quelle iraniane: la politica iraniana è irrazionale, si dice, perché è in mano a dei “pazzi mullah”, o ad altri fanatici. Le intemperanze verbali di Ahmadinejad, che tuttavia con le elezioni del 2013 dovrebbe sparire dal panorama politico mediorientale, sembrerebbero convalidare questo assunto.

Ma le questioni strategiche di ampio respiro sono invece ben salde nelle mani di ayatollah totalmente sani di mente, che al di là delle esagerazioni declaratorie dell’attuale Presidente desiderano per se stessi ed il proprio paese quanto meno la sopravvivenza. E non una sicura e totale distruzione, come accadrebbe nel caso usassero davvero la bomba. Ecco che il tutto si tradurrebbe allora in termini di equilibri regionali, come in qualsiasi altra parte del mondo.

L’avvocato del diavolo
Ponendo così la questione, il solito avvocato del diavolo potrebbe anche azzardare che in Medioriente l’instabilità sia data non solo dall’innegabile turbolenza dei vari attori e da altri fattori ben noti, ma anche dal fatto che Israele ha il monopolio regionale della bomba, e questo significa squilibrio. Ricordo questa tesi sostenuta efficacemente da numerosi rappresentanti arabi “moderati” (giordani, egiziani, libanesi) durante un seminario organizzato qualche anno or sono in Egitto dall’Istituto cairota di relazioni internazionali e sicurezza al-Ahram. Così come era stato serenamente sviscerato il problema, la proposizione non era sembrata del tutto assurda.

Non è escluso che l’attuale amministrazione Usa, nelle fondate angosce pre-elettorali del momento, abbia sposato proprio quest’idea. In fondo, l’equilibrio nucleare ai tempi della guerra fredda aveva assicurato quarant’anni di pace. L’instabilità è venuta dopo, nel senso che la stabilità esiste solo se, dove e quando ci siano equilibrio e capacità di deterrenza. Concetti superati? Forse. Mi rendo conto che, per noi benpensanti, l’idea può benissimo essere considerata scandalosa. Ma perché, un domani, la “dottrina degli equilibri” non potrebbe valere anche per il Medioriente?

Mario Arpino, giornalista pubblicista, collabora con diversi quotidiani e riviste su temi di politica militare e relazioni con il Medioriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI.
 
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