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Conflitti congelati
L’estate di fuoco del Nagorno-Karabakh
Marilisa Lorusso
08/08/2012

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La crisi del Nagorno-Karabakh (NK), iniziata alla fine degli anni ottanta, è tutt’oggi irrisolta. Il conflitto si inserisce nel contesto delle rivendicazioni territoriali-identitarie che si acuirono con la crisi dell’Urss. Caduto il collante dell’internazionalismo sovietico, levarono le proprie voci (e le proprie armi) gruppi etno-linguistici concentrati in aree amministrative autonome - come gli armeni del NK – che ambivano a un proprio stato nazionale. Dopo il conflitto, il NK rimane uno stato non riconosciuto e il cessate il fuoco che ne garantisce la de facto pacifica esistenza vacilla sotto la pressione di violazioni quotidiane.

Tensioni inter-etniche
La Russia è stata protagonista nella gestione della crisi, sia per quanto riguarda la fase del raggiungimento del cessate il fuoco, sia nella negoziazione che ne è seguita, con due ruoli differenti: da un lato come mediatore diretto attraverso le periodiche iniziative del presidente, dall’altro come co-presidente con un rappresentante delegato su base permanente nel Minsk Group.

Nato fra il 1994 e il 1995 sotto l’egida dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea (Osce), il Minsk Group ha una presidenza tripartita (Francia, Stati Uniti e Russia) ed ha lo scopo di fornire un forum per la risoluzione del conflitto del NK. Il progetto originale era di far convenire le parti su un accordo di non belligeranza che rendesse possibile la negoziazione di un trattato di pace attraverso una Conferenza di Minsk e, nel quadro della promozione del processo di pace, contribuire allo stanziamento di un contingente di pace Osce.

L’efficacia del Minsk Group rispetto a queste finalità è rimasta limitata a causa delle forti resistenze sia delle parti coinvolte sia degli attori regionali. Armenia e NK non vogliono rinunciare a quanto conquistato con le armi, l’Azerbaijan sente dalla propria il diritto internazionale che riconosce l’inviolabilità dell’integrità territoriale e il diritto di esercizio della sovranità, nonché i diritti di proprietà, di residenza, di movimento e alla sicurezza degli sfollati.

La presenza militare internazionale è osteggiata dall’Iran e - in modo meno plateale - dalla Russia, che non vedono di buon occhio forze esterne in un’area di proprio interesse e a ridosso dei propri confini. Come conseguenza gli eserciti indipendentista e nazionale azerbaijano sono schierati l’uno di fronte all’altro senza forze di interposizione da quasi vent’anni, in trincee a distanze variabili ma in alcuni punti assai prossime.

È uno scenario giocato sul filo di lama di un esasperante conflitto latente e di logoramento, che mette a dura prova la disciplina dei soldati da ambo le parti e che crea spirali potenzialmente incontrollabili degli scambi di fuoco, che dall’estate del 2011 ad oggi sono ormai quotidiani.

Incidenti si registrano nelle trincee fra commilitoni, lungo il confine amministrativo fra karabakhi e azerbaijani, e lungo il confine di stato fra Armenia e Azerbaijan. Il bollettino di guerra del ministero della difesa dichiara 744 violazioni nel 2011 e il quadro è peggiorato: 146 dichiarate violazioni nel solo mese di giugno. Le autorità de facto del Karabakh accusano l’Azerbaijan di oltre 250 violazioni a settimana, nello stesso periodo.

Soluzione politica
Sotto la pressione del ritorno delle armi, lo stesso focus del Minsk Group si sposta dalle proposte di soluzione politica alla prevenzione di conflitto su larga scala. Un percorso di pace appare impraticabile allo stato attuale. Nonostante le parti ribadiscano la volontà a procedere sulla strada della mediazione, negli ultimi due decenni le posizioni si sono, se possibile, ulteriormente radicalizzate. Le opinioni pubbliche non danno segno di poter accettare concessioni, tappa dolorosa ma necessaria per il raggiungimento di una pace duratura.

Inseguendo il consenso e il calcolo politico, le tre classi dirigenti mantengono la stessa inflessibilità, e questo non fa che incrementare le aspettative massimaliste. Una nuova generazione di cittadini elettori è nata dopo la secessione de facto, e non ha memoria del passato di coabitazione pacifica. Una miscela di propaganda di odio, di risentimento e di oggettiva pericolosità lungo la linea di separazione delle forze rende i contatti fra le comunità impossibili.

Questa la situazione sul terreno, mentre in sede negoziale si sono vagliate tutte le variabili possibili rispetto ai diktat incrociati. Si è pensato a un pacchetto di misure (proposta della presidenza russa, poi ripresa nel 1997 dal Minsk Group), un processo a tappe, o un’erosione di distanze prima affrontando le questioni meno complesse (proposta del mediatore russo, 2003). Dall’idea di un “Patto di stabilità” era maturata l’ipotesi di un sistema di garanzie di sicurezza esteso e inclusivo di attori regionali e internazionali (2001).

È stato invocato il “metodo Dayton”, di soluzione imposta dall’esterno o la variante Dartmouth (elaborata dal 2002 al 2006), che viceversa riporta la capacità decisionale in mano alle parti coinvolte. Sono stati richiamati vari modelli per la fattispecie politico-amministrativa del NK: la variante Cecena (fra le due guerre), quella cipriota, quella di Andorra, a “Stato comune”... Ma è ben difficile trovare qualcosa di più dell’indipendenza che possa motivare la comunità armena a mettere in discussione quanto ottenuto con la forza. Nodo che nemmeno una soluzione militare, che è caldeggiata da vari settori della società azerbaijana, risolverebbe. Nemmeno una rovinosa sconfitta dell’esercito secessionista potrebbe ri-fidelizzare gli attuali residenti del NK a Baku.

Speranza e fiducia
Si scalda la situazione sul terreno e si raffredda quella negoziale. La totale mancanza di fiducia reciproca si palesa anche attraverso episodi marginali ma significativi. L’Armenia non ha partecipato al festival musicale Eurovision per reazione a uno scambio di fuoco con l’esercito azerbaijano… che non è avvenuto!

Il 24 febbraio più di venti artisti armeni hanno firmato una lettera di protesta, dichiarando che non volevano partecipare alla gara musicale nel paese che aveva appena causato la morte del diciannovenne soldato di leva Albert Adibekyan. Il ministro della difesa armeno ha reso poi noto che quest’ultimo era effettivamente stato ucciso da un commilitone. L’accertamento della verità non ha sortito alcun effetto e l’avvicinamento armeno-azerbaijano non è’ stato possibile nemmeno per l’evento musicale.

Difficile immaginarlo legato a situazioni ben meno amene, come la crisi regionale, la prossima apertura di un aeroporto in NK, le esercitazioni militari dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva a settembre, in Armenia.

Marilisa Lorusso è Dottoressa in Democrazia e Diritti Umani, Cultrice di Materia di Storia dell'Europa Orientale, Facoltà di Scienze e Politiche, Università di Genova.
 
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