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Crisi dell’Ue
Un piano per l’Unione politica
Antonio Puri Purini
07/06/2012

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Quanto potrebbe resistere la moneta unica se le elezioni greche portassero al potere una maggioranza sbrindellata e se il Consiglio europeo di fine giugno si accontentasse di misure tampone per contrastarne la crisi? La politica europea ha una crescente capacità di deludere tutti. Questo non è il momento delle sofisticate analisi o dell’ottimismo di maniera. La realtà va affrontata nella sua crudezza: i governi sono latitanti in ogni settore, politico, economico, finanziario.

L’incapacità della politica di rendersi conto della gravità della situazione suscita sentimenti che rasentano l’angoscia. I giornali e le televisioni illustrano, giorno dopo giorno, l’aggravamento della situazione finanziaria in Grecia e Spagna, le difficoltà per l’Italia di ridurre il costo del debito pubblico. L’opinione pubblica capisce che le prossime settimane saranno decisive per il futuro dell’integrazione e che ci troviamo sull’orlo del baratro. I nodi sono venuti al pettine.

L’Europa paga per aver sempre rimandato il momento di definire una strategia imperniata sulla volontà di progredire nella convergenza e nell’integrazione. Sembra una fuga in avanti rispetto all’incalzare della crisi debitoria. Non è vero. Qualunque decisione venga presa sul governo dell’economia, essa può configurarsi solo nell’ambito di una ferrea volontà politica.

Mormorii e proposte
Questa volontà politica esita a uscire allo scoperto. In effetti, l’integrazione politica non è mai stata così accostabile come oggi, quando tutto sembra impedirlo e gli attacchi della finanza internazionale all’euro diventano sempre più virulenti. Il trattato sulla disciplina fiscale è un passo importante verso una politica finanziaria comune.

D’integrazione si sente parlare a bassa voce ovunque: la cancelliera Merkel ha posto sul tappeto, prima di altri, la questione dell’Unione politica; il presidente della Bundesbank Weidmann ha adombrato un cambio d’approccio tedesco verso gli eurobond se questi fossero gestiti da un vero governo economico; il presidente della Commissione Barroso ha appena proposto un’unica garanzia europea sui depositi bancari e l’intervento diretto dell’European stability mechanism (Esm) per salvare le banche spagnole; il presidente della Banca centrale europea (Bce) Draghi ha prospettato un’unione bancaria imperniata sulla centralizzazione della vigilanza e assicurazioni politiche sulla volontà di perseguire l’integrazione politica. Altre riflessioni (piano segreto o meno) sono certamente in corso.

Colpisce, tuttavia, che i responsabili politici parlino ancora, a cominciare da Angela Merkel che ritiene premature le necessarie modifiche ai trattati, di unione politica senza indicare i passaggi per arrivarvi e che anche altri importanti paesi, incluse Francia e Italia, siano cauti su questo tema.

Mi rifiuto però di pensare che i politici europei siano diventati matti. Cosa aspettarsi dunque da qui al Consiglio perché quest’esangue dirigenza politica abbia uno scatto d’orgoglio e si dimostri capace di dare un assetto ai passaggi indispensabili alla sopravvivenza della moneta unica? Si tratta d’indicare ai mercati che la riluttanza dei governi a rinunciare a quote crescenti di sovranità nell’adozione di decisioni economiche appartiene al passato e che l’unione politica rimane l’unica opzione percorribile.

I governi appaiono stretti in una morsa: da un lato, la necessità d’interventi radicali in Grecia e in Spagna; dall’altro, la riluttanza tedesca a fornire assistenza finanziaria a paesi ritenuti responsabili dell’emergenza che affrontano e il timore che, dopo le elezioni del 2013, la spesa facile torni a spadroneggiare in Italia.

Sono percorribili diverse strade per ridefinire una rotta comune: a) decisioni incisive per mettere in sicurezza il sistema bancario spagnolo; b) progresso verso l’unione fiscale, chiave di volta della disciplina e della solidarietà; c) rilancio dell’unione politica sulla base di una sequenza precisa; d) pragmatismo nell’interpretare il principio della condizionalità (ha senso litigare se l’Unione europea debba aiutare le banche spagnole direttamente oppure imponendo condizioni al governo Rajoy?). Le ultime indicazioni che vengono da Bruxelles e Berlino lasciano intravedere l’inizio di una riflessione seria sulla messa in sicurezza dell’euro. Ma ci sarà poi un seguito effettivo?

Con Berlino
Questo risultato va ottenuto con e non contro Berlino. La cancelliera va messa alla prova. I tedeschi sanno che il loro futuro, economico e politico, è nell’Unione europea. Il raggiungimento della stabilità finanziaria non è un’invenzione tedesca. La causa scatenante della crisi deriva dall’entità del debito. È giusto pretendere dalla Germania solidarietà ma non una carta di credito illimitata. È realistico tenere presente che la Germania è tutt’altro che isolata nella difesa del rigore. Il consenso in Irlanda all’accordo sulla disciplina di bilancio dimostra fiducia nella stabilità come premessa della crescita. È tuttavia fondamentale che non rimanga avvitata dai propri incubi (l’inflazione degli anni 20), vinca l’ossessione giuridica e contabile che la tormenta, sia propositiva, contrasti i sentimenti nazionalistici latenti che si addensano contro Berlino.

Vi sono le premesse perché l’intervallo che ci separa dal Consiglio venga utilizzato per rilanciare il tema della coesione e dell’unione politica. Come pervenirvi di fronte alla prevalenza degli interessi nazionali, alle pressioni della politica interna, all’incapacità di prendere decisioni rapide e incisive? Come fare affinché le elite politiche abbiano la capacità di reagire alla crisi morale e istituzionale dell’Europa, come uscire dal vicolo cieco degli errori accumulatisi negli anni?

Come convincere un’opinione pubblica, crescentemente diffidente e disincantata, che la soluzione dei problemi europei risiede in una maggiore integrazione, basata anche su una maggiore legittimità democratica? Come gestire la Grecia? Questi quesiti vanno affrontati ponendo al più alto livello politico la questione della solidarietà europea, persuadendo il Nord Europa che la rottura con il Sud Europa sarebbe un disastro storico, convincendo i paesi meridionali che l’epoca della finanza allegra è terminata per sempre.

Responsabilità dell’Italia
Per quanto concerne l’Italia, sarebbe bene che i partiti ricordassero, invece di fare le animucce belle, le rilevanti responsabilità del nostro paese nello scatenare la crisi del debito sovrano in Europa. Sarebbe anche indispensabile non sottrarsi alle proprie responsabilità: cosa aspetta il Parlamento italiano a ratificare il trattato sulla disciplina fiscale (il cosiddetto fiscal compact)? Perché non lo fa insieme alla Germania come, a un certo punto, era stato deciso?

Non rimane altro che stendere, nel giro di poche settimane, un piano che preveda una cristallina sequenza per arrivare all’unione politica, attraverso passaggi intermedi, di cui l’unione fiscale dovrebbe essere il principale, ma che dovrebbero includere anche altri aspetti (politica estera, difesa, energia, immigrazione). Governanti, spesso scialbi, che ignorano la storia, egoisti, sordi al richiamo degli ideali vanno stimolati con ogni possibile strumento a respingere soluzioni minimaliste e guardare, una volta tanto, oltre l’orizzonte.

Antonio Puri Purini è ambasciatore d’Italia.
 
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