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Futuro dell’Ue
Dal fiscal compact all’Unione fiscale
Alberto Majocchi
25/04/2012

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Di fronte alla crisi dei debiti sovrani l’Europa ha reagito imponendo regole più severe per evitare comportamenti che possono generare un ulteriore indebitamento. I vincoli di Maastricht e del Patto di Stabilità vengono infatti ulteriormente rafforzati dal c.d. fiscal compact, che richiede che il saldo di bilancio strutturale - ossia al netto dell’andamento del ciclo - non debba superare lo 0,5% del Pil, mentre la distanza fra la quota del debito sul Pil e il 60% deve essere ridotta del 5% all’anno. Vengono poi definite, sempre nel fiscal compact, procedure di controllo e sanzioni per evitare che le regole previste non vengano osservate.

Primo passo
La giustificazione di fondo del fiscal compact risale evidentemente al crescente indebitamento degli stati membri dell’Unione europea. Oggi gli stati dell’eurozona hanno perso in larga misura anche la sovranità relativa alla formazione del bilancio, che deve essere sottoposto a un giudizio preventivo delle istituzioni europee. Se gli impegni assunti al momento della formazione del bilancio non vengono rispettati, le regole prevedono anche sanzioni e, in ultima istanza, un ricorso alla Corte europea di giustizia.

L’avvio di questa Unione di bilancio, fortemente voluta dalla Germania, rappresenta soltanto un primo passo in avanti verso la costruzione di una vera e propria Unione fiscale. E, in effetti, il pareggio di bilancio e la progressiva riduzione dello stock di debito non sono in grado di garantire, da un lato, un rilancio dell’economia europea e, d’altro lato, il rispetto delle regole istituzionali che devono caratterizzare una democrazia compiuta.

Se la ripresa dell’economia non può più fondarsi su un crescente indebitamento, vi è ormai una larga convergenza sul fatto che occorre lanciare in tempi brevi un piano europeo di sviluppo sostenibile, il cui punto centrale sembra essere l’individuazione di fonti di energia diverse dai combustibili fossili, per far fronte al problema dei cambiamenti climatici in primo luogo, ma anche per ridurre la dipendenza dell’Europa dalle importazioni di gas e di petrolio e per mettere a disposizione nuove fonti di energia per i paesi economicamente arretrati, in particolare del continente africano. Il perseguimento di questo obiettivo presuppone una massa ingente di investimenti pubblici, in primo luogo nella ricerca e nell’applicazione dei risultati della ricerca nella produzione di nuove fonti di energia pulita.

Lo strumento per favorire la transizione verso una nuova economia delle fonti di energia pulite è la carbon tax, ossia un’imposta europea che colpisca le diverse fonti sulla base sia del contenuto energetico, sia, e soprattutto, sulla base del contenuto di carbonio. Con la carbon tax il prezzo dei combustibili fossili aumenta in misura proporzionale alle esternalità negative provocate dal contenuto di carbonio, rendendo quindi conveniente il ricorso a fonti di energia alternative.

Tesoro europeo
Il finanziamento del piano farà aumentare la dimensione del bilancio europeo, che non dovrà comunque superare nel medio periodo il 2% del Pil. Ma questo aumento sarà compensato da una contrazione dei bilanci degli Stati membri, trasferendo all’Unione la competenza su spese (in particolare nel settore della difesa, della politica estera, della ricerca) che possono sfruttare le economie di scala possibili a livello europeo.

Il bilancio, finanziato con risorse proprie, dovrà essere gestito da un Tesoro europeo di natura federale, responsabile della realizzazione del piano di sviluppo sostenibile e del coordinamento della politica economica dei paesi membri. Una volta realizzata questa trasformazione istituzionale, appare quindi del tutto realistico prevedere l’istituzione di un ministro europeo del Tesoro, primo fondamentale pilastro di un governo europeo dell’economia.

In questa prospettiva il Consiglio europeo deve fissare da subito le diverse tappe e, soprattutto, la data finale che segnerà l’inizio del funzionamento dell’Unione fiscale. Ma un Tesoro europeo potrà operare con efficacia solo se ha consenso. Deve quindi essere soggetto al controllo democratico del Parlamento e agire nel quadro di un governo che sia rappresentativo della volontà popolare.

La decisione di procedere alla costruzione di un’Unione fiscale, con un Tesoro e una finanza federale, deve essere dunque accompagnata da una contestuale decisione che fissi la data per l’avvio della Federazione compiuta, che contempli in prospettiva anche una politica estera e della sicurezza europea.

Percorso a tappe
L’avvio di un piano europeo di sviluppo sostenibile deve essere inserito in un’evoluzione a tappe dall’Unione monetaria a una vera Unione economica e fiscale, che dovrà portare successivamente alla fondazione degli Stati Uniti d’Europa. In questa prospettiva, l’approvazione del fiscal compact può essere vista come la realizzazione della prima tappa nell’ambito, in primis, dell’eurozona.

In una seconda tappa, tuttavia, il risanamento deve essere accompagnato dal varo di un piano europeo di sviluppo sostenibile. Il fiscal compact ha introdotto nuovi principi per la governance dell’economia europea, con controllo dei bilanci e dell’andamento macroeconomico degli Stati membri, ma la definizione del piano e, soprattutto, la sua realizzazione concreta, richiedono una cooperazione più stretta fra la Commissione e i Tesori nazionali, che si può istituzionalizzare con la creazione di un Istituto fiscale europeo - su linee analoghe a quanto è stato previsto con l’Istituto monetario europeo (Ime) in vista della creazione della Banca centrale.

La terza fase, infine, deve portare alla creazione di un Tesoro, responsabile di fronte al Parlamento europeo e al Consiglio, e incaricato della gestione della politica economica e fiscale. Sarebbe così finalmente completata l’Unione economica e monetaria, con un governo democratico dell’economia europea, nella prospettiva di un completamento della federazione con il riconoscimento di nuove competenze nel settore della politica estera e della difesa.

Alberto Majocchi è professore di Scienza delle Finanze presso l’Università di Pavia.
 
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