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Palestina all’Unesco
Israele sotto assedio
Fabio Dani
07/11/2011

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La recente decisione dell’Assemblea dell’Unesco, Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura, di accettare la Palestina come membro a pieno titolo ha provocato dure reazioni in Israele e negli Usa. Il governo israeliano ha definito l’ammissione della Palestina all’Unesco una “tragedia” che minaccia lo sviluppo del processo di pace, annunciando la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania; gli Usa hanno invece preannunciato la sospensione dei fondi all’Organizzazione dell’Onu.

Spiragli di dialogo
Recentemente il Quartetto (Onu, Unione europea, Russia e Usa) ha incontrato, separatamente, israeliani e palestinesi, ottenendo l’impegno di ambedue a presentare, entro tre mesi, almeno le loro proposte relative ai confini.

Secondo molti osservatori israeliani, tuttavia, il recente scambio di prigionieri (il soldato israeliano Gilad Shalit, sequestrato alcuni anni fa da Hamas, contro 1027 palestinesi detenuti in Israele) sarebbe apparso come una vittoria di Hamas che ha indebolito ulteriormente i moderati palestinesi e, quindi, le prospettive di dialogo. Tesi sostenuta, tra gli altri, dall’ex-capo dello Shin Bet, l’Agenzia israeliana per la sicurezza, che in varie dichiarazioni ha evocato l’esigenza di una rapida ripresa delle trattative.

I nodi centrali del negoziato sono quelli di sempre: dallo status di Gerusalemme agli insediamenti israeliani in Cisgiordania, dal rientro dei rifugiati al problema del controllo delle acque e dei confini con la Siria, alla sicurezza delle frontiere. I recenti sviluppi della primavera araba (con le elezioni in Tunisia e quelle imminenti in Marocco e Egitto) e il riconoscimento della membership palestinese da parte dell’Unesco, possono contribuire a modificare ulteriormente il quadro.

Primavera araba?
In Israele non esiste ancora un’interpretazione univoca della “primavera araba”, anche se gli elementi di preoccupazione tendono a prevalere su quelli di fiducia. Mentre la passività dell’Unione europea rispetto agli eventi viene valutata molto criticamente.

In Siria d’altronde, ricordano diplomatici e giornalisti israeliani, l’Europa si è guardata bene dall’intervenire: sono ben noti i legami di quel paese con la Russia (ma anche con la Francia) e il ruolo del petrolio nell’area. Intanto il gruppo alawita, a metà strada tra sciiti e sunniti, che guida il paese col sostegno determinante dei militari, continua ad essere sostenuto dall’Iran.

In Egitto, il ruolo che stanno assumendo i militari viene indicato come la chiave degli sviluppi in atto: ad oggi, comunque, Israele si preoccupa soprattutto del rafforzamento dei fratelli musulmani e della scarsa capacità di controllo delle popolazioni beduine del Sinai da parte del nuovo governo egiziano. Hamas, scrivono i commentatori israeliani, sta lentamente volgendosi verso l’Egitto e allontanandosi dall’amico e protettore siriano.

La Turchia, d’altro canto, sembra volgere verso un islamismo sempre meno ‘soft’, e sul Jerusalem Post di qualche settimana fa si inizia a fare il conto delle forze militari di Egitto e Turchia messi insieme.

In Libia, dove la struttura della società è di carattere prevalentemente tribale, la disgregazione del tessuto politico e l’emergere di leader vicini alle correnti islamiche radicali potrebbe introdurre nuove incognite. L’Iraq sembra restare un paese in equilibrio, anche se instabile, tra influssi sciiti, maggioritari, e identità sunnite e curde, mentre la Tunisia è ora governata da islamisti moderati.

Israele, in sostanza, non si attende importanti sviluppi verso la democrazia e la pace nei paesi scossi dalla “primavera araba”, ma anzi ne intravede le crescenti minacce.

Palestinesi
Negli ambienti diplomatici israeliani si sottolinea che Abu Mazen non può essere ancora considerato rappresentativo di tutti i palestinesi, anche se continua ad essere sostenuto dalla sua gente. Hamas, per parte sua, vuole la distruzione di Israele, continua a lanciare missili e non ha condannato, ma nemmeno sostenuto la richiesta di riconoscimento avanzata da Abu Mazen all’Onu.

La scelta di Abu Mazen di internazionalizzare il confronto con Israele è stata considerata a Tel Aviv come abbastanza velleitaria: si sa bene che all’Onu i paesi arabi possono ottenere la maggioranza abbastanza facilmente. Ma l’unico modo di affrontare efficacemente il problema è quello delle trattative dirette e senza condizioni preliminari: il governo israeliano intende, è vero, consolidare uno “stato ebraico”, ma sul possibile riconoscimento dei “due stati” le posizioni stanno evolvendo, e si riconosce oggi l’opportunità di uno stato palestinese indipendente.

Nodi al pettine
Se le trattative riprenderanno davvero, tra i primi punti da affrontare ci sarà quello degli insediamenti. Nessun governo d’Israele, affermano diplomatici e osservatori israeliani, potrebbe resistere se appoggiasse la richiesta palestinese di smantellamento di insediamenti che contano ormai oltre centomila abitanti: si potrebbe però pensare ad un accordo di fatto che preveda il mantenimento dei grandi insediamenti ed uno scambio di terre.

Il problema del ritorno dei rifugiati dai paesi confinanti appare di più difficile soluzione. La Siria e gli altri paesi che li ospitano - non sempre di buon grado - li reputano una minaccia per Israele. I rifugiati sono, inoltre, circa cinque milioni, quanto gli israeliani, e non sarebbe possibile riassorbirli. Si può pensare, tuttavia, ad un programma di rientro graduale, che fornisca comunque una prospettiva alla soluzione del problema.

Sul futuro di Gerusalemme, infine, vi sono opinioni divergenti anche in seno al governo. Secondo molti, tuttavia, potrebbe essere accettata l’idea di una parte della città come capitale palestinese: la parte islamica della città, del resto, è amministrata dai palestinesi già oggi.

Nonostante le numerose critiche interne e esterne, il governo israeliano appare oggi abbastanza compatto, pur registrando una certa sofferenza politica di parte dei suoi settori più moderati. Ci si può augurare che gli importanti sviluppi regionali delle ultime settimane possano contribuire a riavviare il dialogo piuttosto che a radicalizzare un “muro contro muro” non più sostenibile per nessuno.

Fabio Dani è consulente aziendale.

 
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