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Prospettive finanziarie
Allarme sul programma spaziale europeo
Lucia Marta
06/09/2011

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La Commissione europea ha recentemente pubblicato la proposta di piano di finanziamento pluriennale (Multiyear Financial Framework, Mff) per l’attuazione di politiche comunitarie con bilancio dell’Ue per un arco temporale di sette anni, dal 2014 al 2020. Escludendo dal piano uno dei programmi spaziali faro dell’Unione, la Commissione ha lanciato l’allarme anche sul finanziamento del programma spaziale europeo.

Programma faro
Questo piano di finanziamento è il primo ad essere stato proposto dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, che riconosce lo spazio quale nuova politica dell’Unione. Non a caso, la proposta finanziaria della Commissione presenta interessanti spunti di riflessione anche sulle attività spaziali.

Innanzitutto la Commissione conferma quello che ormai da qualche anno era emerso chiaramente nei circuiti decisionali e di riflessione: la sua difficoltà a finanziare e gestire grandi programmi scientifici come Global monitoring for environment and security (Gmes). Questi programmi risultano sproporzionatamente dispendiosi per il bilancio dell’Unione e spesso, per loro natura, comportano ritardi e costi che si protraggono ben oltre i sette anni. Un sistema non sostenibile per la Commissione, che vuole quindi trovare proposte alternative.

Ciò spiega l’idea di inserire il programma faro dell’Unione per il monitoraggio ambientale e l’osservazione della terra, Gmes, sotto un capitolo “esterno al Mff”. La Commissione dunque non disporrà del suo bilancio pluriannuale per continuare il finanziamento di Gmes, che è ormai in fase pre-operativa, e passerà la palla agli Stati membri. Dovrebbero essere questi ultimi, dunque, a finanziare Gmes su base nazionale e volontaria, liberi di decidere se e quante risorse dedicare, sulla base del suggerimento europeo di mettere a disposizione almeno 843 milioni di euro l’anno, per un totale di 5.841 milioni di euro complessivi.

Ciò significa innanzitutto che l’Ue rinuncia - in quanto entità politica e giuridica - al finanziamento di un suo programma e forse, in futuro, anche alla sua gestione. In secondo luogo, in questo modo non viene garantito un finanziamento pluriennale, mettendo a rischio la prosecuzione stessa del programma (per cui si sono già spesi diversi miliardi di euro) in un periodo economicamente difficile per i membri dell’Unione.

Tattica o strategia
L’Agenzia spaziale europea (Esa), cofinanziatore e agenzia di sviluppo di Gmes, ha reagito con sorpresa e malcontento. Invita i governi nazionali a chiedere congiuntamente alla Commissione di rivedere la sua proposta. Secondo alcuni, però, la Commissione si sarebbe servita del Mff per richiamare l’attenzione su una concreta difficoltà dell’Ue a proseguire su questa strada. Lo scopo potrebbe essere quello di fare pressione su Parlamento e Consiglio per una riforma del sistema di gestione e finanziamento dei grandi programmi, che per loro natura mal si inseriscono nell’attuale programma di investimenti.

Fa eccezione l’altro programma faro, Galileo, che per il momento rimane invece inserito nel bilancio dell’Ue: sette miliardi per sette anni. Galileo (a differenza di Gmes, composto anche da assetti nazionali) è di sola proprietà dell’Unione. Nel Mff la Commissione invita comunque a riflettere su un futuro modello di governance che renda possibile il finanziamento nel lungo periodo della sua fase operativa (oltre il 2020).

Indipendentemente dal giudizio sul metodo, la Commissione ha ragione nel voler dare l’allarme sulla questione.

Futuro incerto
Con il trattato di Lisbona, infatti, l’Unione ha consolidato le sue ambizioni di attore spaziale. Con gli articoli 4(3) e 189 del trattato, l’Unione ha la base giuridica e politica per occuparsi di spazio in tutte le sue dimensioni. Affinché tali principi non restino lettera morta, l’Unione sviluppa un programma spaziale che, una volta definito in coerenza con la Politica spaziale emanata nel 2007, dovrà essere messo in atto. Un adeguato finanziamento pluriennale è perciò inevitabile.

Qualsiasi sia la futura e tanto invocata architettura del finanziamento, essa dovrebbe prevedere una linea di bilancio appositamente dedicata allo spazio. Solo cosi l’Unione potrà sviluppare nuovi programmi a nome dell’Unione, e non dell’insieme di alcuni paesi.

Pubblico, privato o entrambi?
Le ipotesi per il futuro sono diverse: da un lato si può pensare ad un finanziamento puramente pubblico, come lo è stato finora. Se si decide di percorrere tale strada, alcune domande dovranno trovare risposta: l’Unione ha le risorse necessarie per farlo? Come si posizionerà l’Esa in tale constesto?

Se l’Esa dovesse divenire un’agenzia dell’Unione, sarebbe lecito immaginare l’assorbimento del bilancio Esa (composto, oggi, dalla somma delle risorse messe a disposizione dalle agenzie spaziali nazionali) in quello dell’Ue. Ma questo significherebbe rinunciare in tutto o in parte al principio di “giusto ritorno” applicato dall’Esa e rinnegato dall’Unione, sapendo che è proprio tale principio ad attirare le quote di finanziamento.

Se invece l’Esa dovesse restare, come è oggi, un’organizzazione indipendente, allora la Commissione dovrebbe chiedersi secondo quali criteri e procedure l’Esa potrà ( e vorrà) co-finanziare alcuni o tutti i programmi spaziali europei.

L'altra ipotesi sarebbe di puntare sullo sfruttamento commerciale delle applicazioni spaziali nella speranza che i settori raggiungano il massimo livello di auto-finanziamento possibile, con un forte coinvolgimento dei privati.

La tendenza a privatizzare le telecomunicazioni è già in atto in alcuni paesi europei, in diverse forme. Anche se la convenienza economica, operativa e strategica di questa scelta è tutta da dimostrare, è noto che alcuni settori tecnologicamente e commercialmente maturi, come le telecomunicazioni, possono sopravvivere, mentre altri no.

L’osservazione della terra inizia ad aprirsi un mercato commerciale, ma siamo ancora lontani dall’autofinanziamento. Inoltre, se i principi evocati dalla Commissione circa l’accesso libero e gratuito da parte di tutti ai servizi delle “Sentinelle” dovesse riconfermarsi nella data policy di Gmes, come pensa la Commissione di finanziare le future “Sentinelle”? Certamente non con i ricavi commerciali che essa stessa ha voluto escludere.

Lo stesso vale per la navigazione, settore in cui il Gps americano ha il monopolio. Il settore dei lanciatori, poi, è ancora più lontano dall’essere auto-sostenibile. Un rapido sguardo al mercato mette subito in evidenza la necessità del sostegno pubblico, specialmente se si considerano le condizioni dei competitori sulla scena globale.

Tra questi due estremi altre soluzioni possono essere trovate, sulla base di un equilibrio tra pubblico e privato che sia conveniente, efficiente, ma che lasci comunque spazio all’Unione in quanto attore spaziale, come sottolineato dal trattato di Lisbona. La negativa esperienza di partnership pubblica di Galileo fornisce all’Unione materiale di riflessione per cercare di nuovo partenariati misti.

Una cosa è certa: temi chiave come il rapporto istituzionale tra Ue ed Esa, o il finanziamento a lungo termine di programmi complessi, devono tornare ad essere affrontati in tempi abbastanza rapidi. Il trattato di Lisbona, infatti, non ha complicato le cose: ha fatto solo venire i nodi al pettine.

Lucia Marta è ricercatrice presso la Fondation pour la Recherche Stratégique, Parigi.
 
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Financial Framework 2014 - 2020
The challenges for European policy on access to space, di A.Veclani, N.Sartori e R.Rosanelli
I ritardi dell’Ue nella conquista dello spazio, di Anna Veclani

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