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Crisi nel Mediterraneo
La Turchia alla prova delle rivolte arabe
Emiliano Alessandri
20/03/2011

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Che implicazioni possono avere per la Turchia i sommovimenti politici nel mondo arabo? Molti pensano che Ankara possa offrire un modello per i popoli arabi in rivolta. Non è un’idea peregrina, ma si basa su una lettura ottimistica e un po’ semplicistica delle dinamiche regionali. C’è poi chi prevede un’egemonia regionale turca come esito probabile, o addirittura inevitabile, della trasformazione in corso in Nord Africa e nel Medioriente.

In realtà, le ‘rivoluzioni arabe’ non presentano solo opportunità per la Turchia; la mettono anche di fronte a sfide impegnative. E potrebbero mettere a nudo alcune contraddizioni della sua politica regionale. Invece che adagiarsi in un azzardato trionfalismo, Ankara dovrebbe interrogarsi in modo più lucido, e fornire risposte più coerenti, su quale Mediterraneo e Medioriente vorrebbe vedere emergere dall’attuale transizione, affrontando anche la spinosa questione dei suoi rapporti con l’Iran.

Una più stretta collaborazione tra Unione europea e Turchia nell’area del Mediterraneo, che il Consiglio europeo straordinario della settimana scorsa ha auspicato, potrà realizzarsi solo se sia l’una che l’altra sapranno fare i conti con le contraddizioni delle proprie politiche regionali.

Aspirazioni e contraddizioni
Il governo turco è stato tra i primi e tra i più decisi a esprimere appoggio ai popoli arabi in rivolta. Con maggior tempestività e risolutezza dei principali paesi europei, ha sostenuto la richiesta di dimissioni di Hosni Mubarak in Egitto e quella di un rapido avvio della transizione democratica in Tunisia.

Il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan e il presidente Abdullah Gül sono andati anche oltre: il primo ha parlato di Turchia come 'fonte di ispirazione' per i popoli in rivolta, il secondo di 'condivisione dell'esperienza turca'. Il ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu, l’artefice della politica di ‘zero problemi’ con i vicini, ha detto cose simili. Tutti e tre si sono però ben guardati dal parlare di ‘modello turco’ per ovvie ragioni: Ankara non vuole che si pensi che voglia imporre una sua agenda politica alla regione e sa bene che a molti arabi suona offensiva, a dir poco, l’idea del ‘modello turco’.

Che la ‘primavera araba’ sia destinata a tradursi in un rafforzamento del ruolo regionale della Turchia sono in molti a pensarlo. Ankara non si è forse preoccupata negli ultimi anni di differenziarsi dalle politiche americane in Medio Oriente e da quelle dell’Ue nel Mediterraneo? E non ha sostenuto, in diverse occasioni, le istanze arabe anche a costo di un inasprimento dei rapporti con Israele? Non è quindi il paese meglio posizionato per trarre vantaggio da quanto sta accadendo?

Questa è però una lettura parziale delle opportunità e delle sfide che la Turchia ha di fronte, poiché si concentra su alcuni elementi, trascurandone altri. Vi sono infatti vari quesiti importanti che Ankara non dovrebbe lasciare inevasi. Come mai è stata colta di sorpresa, non meno degli altri paesi occidentali, dalla repentina primavera araba, nonostante la tanto declamata vicinanza ai popoli della regione? Come mai, quando si è dovuta affrontare la questione della Libia, un suo importante partner economico, si è mossa scompostamente, anche più degli altri paesi europei, opponendosi non solo all’opzione militare, ma mostrando scetticismo persino sull’uso delle sanzioni, poi approvate all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza (Cs) dell’Onu? (se la presa di distanza di Ankara dalla linea degli alleati ha avuto un limitato impatto politico è anche perché, a differenza di quando si tenne il voto sulle sanzioni contro l’Iran nel giugno scorso, la Turchia non siede ora nel Cs).

E che dire, infine, dell’imbarazzante silenzio turco sulle proteste popolari in Iran, e della relazione sempre più stretta tra Ankara e Damasco, proprio quando l’opposizione iraniana spera di fare leva sulle rivoluzioni arabe per riprendere la sua lotta al regime degli ayatollah, e sembra essersi interrotto il processo di riavvicinamento tra il governo siriano e i paesi occidentali?

Incognita Egitto
Ankara sembra inoltre non volere vedere che anche nei due paesi dove finora le rivolte arabe hanno ottenuto dei primi risultati - l’Egitto e la Tunisia - le difficili transizioni sono gestite dai militari, vale a dire da caste simili a quella contro cui il Partito della Giustizia e Sviluppo (Akp), al governo in Turchia dal 2003, si è tenacemente battuto non solo per difendere la propria esistenza - l’Akp è guidato da leader che hanno abbandonato l’islamismo, ma che hanno mosso un attacco frontale alla tradizionale élite kemalista e laicista - ma anche per rimuovere uno dei principali ostacoli alla piena democratizzazione del paese.

Ma anche se l’Egitto riuscisse a portare a termine quella che per ora rimane un’incerta e assai fragile transizione democratica, non è detto che svilupperebbe rapporti più stretti e cooperativi con la Turchia. Potrebbe anche diventare per Ankara un rivale più temibile per l’influenza regionale di quanto non fosse il regime di Mubarak, che era da tempo in declino. Nate da rivendicazioni di maggiore libertà e sicurezza economica, le rivolte arabe stanno infatti ravvivando sia impulsi religiosi e nazionalistici sia visioni panarabe che mal si conciliano con un’egemonia regionale turca.

Cosa dovrebbe fare dunque la Turchia? Abbandonare ogni velleità regionale? Non esattamente. L’influenza della Turchia nella regione è ormai un dato di fatto strutturale. Grazie ad una serie di politiche coraggiose e lungimiranti verso vari paesi arabi, come l’avvio di dialoghi strategici bilaterali, l’espansione delle relazioni commerciali e la liberalizzazione del regime dei visti, la Turchia si è ritagliata uno spazio unico nel contesto regionale che né l’Ue né gli Stati Uniti sono in grado di occupare.

Quale modello?
Ma l’idea retorica della Turchia come ‘fonte di ispirazione’ meriterebbe di essere precisata e approfondita. Lo stesso dicasi dei progetti di egemonia regionale turca. Serve una riflessione seria e onesta su come garantire un equilibrio tra l’esigenza di stabilità - acutamente avvertita dalla Turchia, non meno che dagli altri paesi europei - e i processi di riforma e di democratizzazione, che sono essenziali per uno sviluppo sostenibile, sia politico che economico, della regione.

Il governo turco non ha lesinato critiche alle politiche occidentali nella regione (compresa quelle portate avanti da Obama), ma è soprattutto l’esperienza politica e di governo dell’Akp a costituire un “modello” o, meglio si direbbe, una fonte di ispirazione per i paesi arabi. Pur mantenendo salde le sue radici nelle ‘periferie anatoliche’, l’Akp ha saputo evolvere verso una posizione post-islamista e conquistare un ruolo centrale negli assetti politici e istituzionali della Turchia. In tal modo ha contribuito in modo determinante alla democratizzazione del paese.

La Turchia può rappresentare un modello perché ha saputo liberarsi di una casta che aveva preteso di imporre un’identità nazionale basata sugli interessi e l’ideologia di una sola parte. In questo senso, nonostante sia interesse di Ankara, per motivi economici, tenere un basso profilo, il suo esempio potrebbe risultare attraente anche in Iran. L’élite al governo a Teheran dice di sperare in una nuova rivoluzione islamista nella regione, ma in realtà teme soprattutto di essere scalzata dall’onda democratica.

L’asse con l’Ue
La Turchia è in una posizione assai diversa da quella dell’Iran di fronte alle rivolte arabe, mentre deve affrontare dilemmi, a ben vedere, analoghi a quelli europei. Soprattutto uno: come conciliare la tutela degli interessi economici e di sicurezza con il sostegno ai processi di riforma e di democratizzazione. Ue e Turchia hanno perciò un chiaro interesse a sviluppare forme più strette di collaborazione, o almeno di coordinamento.

Non avendo tenuto fede ai suoi impegni in materia di adesione, l’Ue ha buttato via le sue carte migliori e la Turchia ora guarda ad ogni proposta di collaborazione con comprensibile diffidenza. E certamente non vuole compromettere le relazioni che è riuscita a costruire nel mondo arabo negli ultimi anni, grazie anche a politiche talora più coraggiose ed efficaci di quelle europee.

È auspicabile però che Ankara prenda atto che, in un quadro regionale fluido che offre opportunità, ma presenta anche diversi rischi e incognite, un fronte comune europeo e occidentale è la sponda internazionale più sicura per i movimenti che lottano per il cambiamento e l’argine più solido contro una ripresa autoritaria.

Emiliano Alessandri è transatlantic fellow, German Marshall Fund e ricercatore associato, Istituto Affari Internazionali.

 
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