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Rivolte nel mondo arabo
La strategia “soft” di Obama nel Mediterraneo
Jonathan Laurence
16/03/2011

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Le rivolte del Nord Africa hanno colto di sorpresa la Casa Bianca o vanno viste come il risultato di un lavoro paziente, ma continuo, cui Washington si è dedicata negli ultimi tempi? L’amministrazione americana ha perso l’occasione di influenzare gli eventi o ha contribuito a rendere possibili le ‘rivolte dei gelsomini’?

Contro l’amministrazione americana sono state formulate accuse di ogni genere: alcuni hanno criticato Washington per essere stata colta di sorpresa dagli eventi in Tunisia, aver mostrato ambiguità nei confronti dell’Egitto, passività nei confronti della Libia e per aver fatto il doppio gioco in Algeria. Un agente della Cia ha rivelato al New York Times che l’agenzia sapeva dell’”insostenibilità” della situazione in Egitto, ma non era in grado di prevederne gli sviluppi. Un altro funzionario ha invece sottolineato che l’attenzione dei responsabili americani era concentrata prevalentemente sull’Iran e sul processo di pace israelo-palestinese, mentre nessuno aveva previsto la rivolta in Egitto.

Visione paziente
Quanti ritengono invece che gli Usa siano stati in grado di prevedere gli eventi, sottolineano che proprio il presidente Obama è stato il primo ad immaginare, appena entrato in carica, la caduta di Mubarak in Egitto, chiedendo di realizzare diversi studi di scenario sui possibili esiti di una transizione nel paese. Il 28 gennaio, nel corso di un franco colloquio con Mubarak, Obama avrebbe inoltre spronato il presidente egiziano a prendere atto dell’irreversibilità degli eventi.

I contatti tra il Pentagono e i militari di Egitto e Tunisia - mantenuti ai massimi livelli durante la crisi - avrebbero contribuito in maniera determinante ad accelerare le tappe della transizione. Decenni di addestramento, di aiuti militari e di sostegno alla società civile si sono rivelati preziosi per gli Usa; si tratta del resto di alcune decine di miliardi di dollari, una cifra modesta rispetto ai trilioni spesi per la guerra in Iraq.

Il modo spassionato con cui Obama ha gestito la ‘promozione della democrazia’ lo distingue nettamente dal suo predecessore. I suoi appelli a evitare ogni forma di violenza e la scelta di distillare con attenzione i suoi interventi pubblici durante le crisi rivelano una visione più paziente dei processi che conducono all’affermazione della libertà.

Nuovo approccio
Chi contesta questa interpretazione afferma invece che ogni conclusione ex post sull’influenza esercitata dagli Usa è inverosimile, poiché l’amministrazione americana ha mantenuto un approccio stato-centrico, mentre le rivolte di Tunisia ed Egitto sono state dei moti popolari spontanei. I detrattori della politica americana (ed europea) criticano l’eccessiva attenzione dedicata alla sfera politica rispetto a quella sociale. Anthony Cordesman, analista del Center for Strategic and International Studies ((Csis) di Washington, ha recentemente raccomandato un cambiamento di approccio: ‘smettete di concentrarvi sulla democrazia, sui diritti umani e sullo stato di diritto’ e dedicate maggiori risorse alla governance e all’economia locale.

Ma in che misura i programmi di sostegno americani riescono a incidere sul contesto in cui operano? Gli eventi di inizio 2011 nel Mediterraneo potrebbero essere interpretati, ottimisticamente, come una legittimazione della complessa e stratificata struttura degli aiuti esterni degli Usa. Secondo alcuni, sono anche il risultato del forte impulso impresso dall’amministrazione Bush alle politiche di promozione della democrazia. Va ricordato che quando Bush aveva espresso l’intenzione di condizionare gli aiuti militari alle riforme politiche e giudiziarie, Mubarak aveva raffreddato le relazioni bilaterali, fino a decidere di annullare una visita ufficiale a Washington.

Per i neocon si è trattato di un prezzo sostenibile: Mubarak ha infatti continuato a incassare gli assegni senza cambiare di un centimentro le sue politiche verso Israele o nel canale di Suez. Fino a quando non ha ricevuto la “giusta ricompensa” per non aver dato ascolto a chi gli consigliava di introdurre maggiori cambiamenti nel sistema politico egiziano.

Nonostante gli Usa?
Altri affermano invece che le rivolte siano avvenute nonostante gli sforzi americani. Come ha evidenziato Tamara Wittes, del Dipartimento di Stato americano, la maggior parte degli aiuti forniti alle società arabe dall’amministrazione Usa durante l’epoca di Bush sono stati usati per finanziare programmi governativi e per formare la pubblica amministrazione: hanno quindi offerto un sostegno determinante ad un regime che si sperava invece di cambiare.

Tanto le amministrazioni repubblicane quanto quelle democratiche hanno cercato di smentire l’impressione che gli aiuti esterni servissero solo a puntellare i dittatori. All’inizio di febbraio i lacrimogeni di produzione americana usati dalle forze dell’ordine non sono riusciti a sedare le rivolte nei paesi della sponda sud del Mediterraneo, ma hanno contraddetto l’esistenza di uno sforzo globale e profondo per incoraggiare la graduale democratizzazione delle società nordafricane.

Le linee di finanziamento americane vanno dai programmi del Dipartimento di Stato, tra cui il Middle East Partnership Iniziative, alla Millennium Development Corporation, dall’Usaid al National Endowment for Democracy, passando per i partenariati con i privati. I contribuenti americani hanno versato miliardi per gli aiuti militari e quelli allo sviluppo, ma anche centinaia di milioni di dollari per facilitare la crescita della società civile e favorire la partecipazione politica.

Un ufficio della Middle East Partnership Iniziative era stato aperto a Tunisi e un altro ufficio era in attesa di trovare una sede al Cairo. Ma dietro questo approccio si celava un paradosso: si lavorava con dei dittatori per favorire una lenta democratizzazione. Ma quale dittatore degno di questo nome avrebbe acconsentito a lavorare per la sua progressiva esautorazione? Come può riuscire una campagna di democratizzazione condotta con l’arma del bancomat?

Di sicuro, quei soldi non hanno migliorato la reputazione degli Usa: secondo i principali sondaggi, nel 2010 solo il 17% degli egiziani aveva un’opinione favorevole degli americani. D’altra parte sarebbe difficile negare che per gli Usa è più facile influenzare le dinamiche politiche dei paesi con cui mantiene rapporti diplomatici; gli attivisti interni sono meno costosi degli espatriati e meno esposti all’accusa di essere marionette in mani straniere.

La nuova agenda per la promozione della democrazia
Ma è ancora presto per parlare di successo: se l’ex presidente comunista cinese Zhou Enlai, amava dire che i tempi non erano ancora maturi per una valutazione sulla Rivoluzione francese, a maggior ragione appare prematuro un giudizio sulle rivolte dell’Africa settentrionale. Siamo solo all’inizio del processo, all’ora zero, e ci vorrà tempo prima che in Tunisia e Egitto si svolgano le elezioni programmate.

L’impossibilità di prevedere l’esito di tali elezioni contribuisce a spiegare la cautela mostrata da Obama. Se l’esito sarà ‘sorprendente’, Obama avrà meno difficoltà a fare marcia indietro di quanta ne abbia avuta l’amministrazione precedente dopo le elezioni in Libano e a Gaza, svoltesi nel 2005 mentre Bush conduceva la sua campagna per la democratizzazione.

In proposito occorre chiedersi ancora una volta se il desiderio di promuovere la democrazia e la libertà, condiviso da repubblicani e democratici, sia compatibile con il perseguimento degli interessi americani nella regione.

Facendo della promozione della democrazia un fine in se stesso, il National Endowment for Democracy (Ned) intendeva appunto evitare, anche in quanto organizzazione non governativa, che tale contraddizione emergesse apertamente. Inoltre nel 2005 il Congresso aveva prima esaminato e poi respinto la possibilità di combinare la diplomazia pubblica con la promozione della democrazia. Il sostegno bipartisan di cui gode in entrambe le camere del Congresso dimostra, del resto, che il Ned è riuscita a restare fuori dalla polemica politica.

Nel futuro prossimo l’influenza degli Usa nella regione dipenderà dalla capacità americana di seguire con discrezione gli eventi e di combinare gli strumenti dello hard power con quelli del soft power. Il primo è rappresentato dallo hardware militare degli Usa nella regione e dai miliardi di dollari per la sicurezza che Washington può concedere, condizionare o rifiutare; il secondo consiste invece nei milioni stanziati per promuovere lo sviluppo economico, fornire aiuti alimentari, e sostenere le organizzazioni della società civile, che possono essere mobilitate tramite la condivisione dei valori e i software informatici di produzione americana.

Jonathan Laurence è associate professor di scienze politiche alla Boston College nonché non-resident senior fellow al Center for the United States and Europe della Brookings Institution.

 
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