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Una difficile transizione
Il referendum costituzionale divide l’Egitto
Maria Cristina Paciello
16/03/2011

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L’Egitto si è sbarazzato di Mubarak, ma il suo futuro politico rimane ancora molto incerto. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha preso in mano la direzione temporanea del paese fino alle prossime elezioni, che si dovrebbero tenere in estate. Una volta assunto il potere, il Consiglio ha sospeso la costituzione e ha nominato un Comitato costituzionale con l’incarico di emendare alcuni articoli della costituzione del 1971. Gli emendamenti alla costituzione presentati dal Comitato verranno sottoposti all’approvazione di un referendum popolare il 19 marzo.

La maggior parte delle forze politiche, ad eccezione dei Fratelli Musulmani e dell’ex partito di regime, hanno preso posizione contro gli emendamenti e chiedono l’annullamento del referendum.

L’esito del referendum costituzionale, che rimane incerto, rappresenterà un momento importante nella fase di transizione politica dell’Egitto.

Se vincesse il “sì”, infatti, il processo di cambiamento politico nel paese potrebbe andare nella direzione voluta dalle forze più conservatrici. Se invece fossero i “no” a prevalere, potrebbe aprirsi una nuova fase politica, caratterizzata da un più ampio coinvolgimento delle forze politiche che si sono battute per il cambiamento. Anche questo ultimo scenario, tuttavia, non è affatto scontato, poiché i militari continuerebbero comunque a controllare il governo del paese.

Transizione diretta dall’alto
Il referendum indetto per il 19 marzo si inserisce nel contesto di una faticosa transizione che sta procedendo senza mettere in discussione in alcun modo il vecchio sistema di potere. Dopo il rovesciamento di Mubarak, la direzione del paese è passata infatti nelle mani del Consiglio Supremo dei Militari, che sembra voler promuovere una transizione rapida, ma senza un reale cambiamento politico.

I militari, che hanno costituito parte integrante del sistema di potere di Mubarak, vogliono preservare a tutti i costi i loro interessi e la loro posizione privilegiata all’interno della società egiziana. Per questo, il Consiglio ha fatto finora concessioni molto limitate alle forze della rivoluzione. Per esempio, non ha ancora posto fine alla legge d’emergenza, né ha dato inizio alla riforma dell’apparato di sicurezza interna, chiesta da molti con insistenza. Inoltre, il processo decisionale all’interno del Consiglio è stato poco trasparente e ha lasciato completamente ai margini le forze politiche del paese.

Le modalità con cui è stata condotta la riforma della costituzione sono indicative di come, in questa prima fase, il processo di transizione politica sia stato guidato dall’alto. La Commissione costituzionale, incaricata di emendare la costituzione, è stata nominata dal Consiglio Supremo senza previa consultazione con le forze del paese ed è quindi poco rappresentativa di tutte le istanze. La stessa proposta di emendamenti fatta dalla Commissione non è stata valutata né discussa pubblicamente, ma è stata direttamente sottoposta al referendum.

Emendamenti costituzionali
Gli emendamenti ai sei articoli della costituzione (76, 77, 88, 93, 179 e 189) proposti dalla Commissione introducono alcuni cambiamenti positivi per quanto riguarda l’elezione del futuro presidente: limitano la durata della presidenza a due mandati di quattro anni ciascuno, reintroducono la supervisione giuridica delle elezioni, rendono più complicato per il presidente mantenere lo stato di emergenza e lo obbligano a nominare un vice-presidente. Tuttavia, tali cambiamenti non sono sufficienti a garantire elezioni libere e rappresentative nei prossimi mesi.

Tra gli emendamenti più criticati c’è quello che definisce i criteri per l’eleggibilità del presidente. Anche se ampliati rispetto al passato, continuano ad essere fortemente restrittivi. Per esempio, per potersi candidare alla presidenza, bisogna avere o il sostegno di 30 membri dell’Assemblea del Popolo, o raccogliere 30.000 firme nei quindici governatorati del paese, oppure essere membro di un partito che detiene almeno un seggio in Parlamento. Viene poi introdotta una clausola che esclude dalla candidatura presidenziale gli egiziani che abbiano una doppia nazionalità o siano sposati a non egiziani, precludendo così ad un gran numero di egiziani espatriati di concorrere.

Inoltre, nessuno degli emendamenti proposti riguarda i partiti e le norme elettorali. Al fine di garantire elezioni libere e rappresentative, è imprescindibile modificare la legislazione sul sistema dei partiti e su quello elettorale, che riflette ancora gli interessi del regime di Mubarak. Su questa questione, comunque, il Consiglio dei Militari non si è ancora pronunciato, sollevando ulteriori dubbi sulla validità del referendum.

Infine, come molti sostengono, l’Egitto ha bisogno di riscrivere radicalmente la sua costituzione poiché quella del 1971 è fatta per un sistema autoritario di governo che concentra un potere enorme nelle mani del presidente.

A questo riguardo, la Commissione ha introdotto un emendamento in base al quale, una volta eletti, il presidente o metà del parlamento potrebbero decidere di scrivere una nuova costituzione e nominare un’assemblea di 100 membri che la rediga. Ma anche tale emendamento è criticabile. Se, come si prevede, le elezioni si terranno fra due/tre mesi, il parlamento che verrà eletto non sarà affatto rappresentativo delle nuove forze politiche del paese, che denunciano ad oggi l’impossibilità di organizzarsi in così poco tempo. In tal caso, il processo di stesura della costituzione continuerà ad essere controllato da un numero ristretto di forze politiche, perlopiù interessate a cambiare il meno possibile.

Due scenari
L’esito del referendum costituzionale rimane incerto. Molti esponenti politici, tra cui l’ex capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) el-Baradei e la coalizione dei giovani protagonisti della rivoluzione, ma anche giudici e giornalisti, stanno prendendo posizione contro il referendum, chiedendone l’annullamento. I Fratelli Musulmani e l’ex partito di regime, che continua ancora ad operare, sono invece a favore dell’approvazione degli emendamenti.

Se prevalesse il “sì” al referendum, la fragile transizione egiziana potrebbe svoltare nella direzione voluta dalle forze più conservatrici del paese. Il “sì” aprirebbe infatti la strada ad elezioni nei prossimi due mesi. Se ne avvantaggerebbero probabilmente i Fratelli Musulmani e l’ex-partito di regime. Le altre forze politiche, infatti, sono ancora deboli, mancano di una chiara agenda politica e di una struttura organizzativa, e sono perciò impreparate ad affrontare le elezioni in estate. Se fosse eletto un parlamento non rappresentativo, dalla stesura della nuova costituzione sarebbero esclusi proprio quelli che hanno guidato la rivoluzione.

Se invece vincesse il “no”, la transizione potrebbe entrare in una fase più partecipativa e condivisa da uno spettro più ampio di forze politiche.

Tra le molte proposte, per esempio, c’è quella di affidare ad un’assemblea costituzionale eletta dal popolo l’incarico di riscrivere la costituzione. Un’altra idea è di formare un Consiglio costituito sia da militari che da civili per favorire una gestione più trasparente e rappresentativa del paese, in attesa di porre le condizioni per elezioni davvero libere e competitive.

Comunque, l’esito di questo scenario non è affatto scontato. I militari non hanno ancora chiarito cosa succederebbe nel caso vincesse il “no” e, pur accettando la richiesta di rimandare le elezioni, potrebbero prolungare la fase di transizione sotto il loro controllo senza promuovere alcun cambiamento.

Non è da escludere, infine, che il Consiglio Militare decida all’ultimo momento di annullare il referendum per rispondere alle richieste delle forze politiche. È indicativo, per esempio, che il Consiglio abbia nominato due comitati per monitorare le reazioni della popolazione agli emendamenti. Per ora, vari elementi inducono a pensare che dalle urne di domenica possa uscire vincente il fronte dei “no”.

Maria Cristina Paciello è consulente di ricerca per lo Iai (area Mediterraneo e Medio Oriente) e docente a contratto presso l’Università La Sapienza di Roma.

 
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