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Sicurezza e difesa
L’Italia e gli accordi franco-britannici
Michele Nones
04/03/2011

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La politica italiana della difesa si è basata in questi ultimi cinquant’anni su due pilastri: la collaborazione transatlantica e, successivamente ma sempre più, l’integrazione europea. Siamo sempre stati, insieme a Regno Unito e Germania, fra i più fermi sostenitori dell’Alleanza Atlantica, assumendoci anche pesanti responsabilità, mentre la Francia ne è rimasta per un lungo periodo ai margini.

Siamo stati in prima fila in tutte le iniziative europee attraverso cui si è cercato di costruire l’Europa della difesa: Letter of intent (Loi), Organizzazione congiunta di cooperazione in materia di armamenti (Occar), Agenzia europea della difesa (Eda), Consiglio europeo (in particolare le Posizioni comuni), Commissione europea (in particolare il Defence Package), ma anche in tutte le revisioni dei trattati europei che, seppur parzialmente, hanno aperto la strada ad una possibile Europa della difesa.

Vincolo esterno
In questa impostazione vi è stata sempre la consapevolezza che solo sul piano europeo si sarebbe potuto trovare il necessario punto di equilibrio fra esigenze delle Forze Armate, disponibilità finanziarie e capacità tecnologiche e industriali. L’obiettivo perseguito è stato quello di rimanere agganciati al gruppo di testa al fine di dare il nostro contributo allo sforzo collettivo, evitare pericolose isolate fughe in avanti delle principali potenze europee, avvantaggiarci del “vincolo esterno” così utile per superare di slancio le frequenti resistenze interne.

Abbiamo così costruito una “geografia” di rapporti privilegiati, soprattutto nel campo dei grandi programmi di armamento (ma ciò ha comportato una condivisione dei requisiti e, in parte, dell’addestramento e supporto logistico; in alcuni casi anche dell’impiego operativo): con il Regno Unito, elicotteri e velivoli da combattimento; con la Francia, unità navali, sistemi missilistici di difesa aerea, siluri, satelliti di telecomunicazione e di osservazione; con Regno Unito e Francia, missili; con la Germania, sottomarini; con il Regno Unito e la Spagna, velivoli imbarcati a decollo verticale. L’industria ha autonomamente seguito, fin dove è stato possibile, queste traiettorie, anche se nell’ultimo biennio c’è stato un raffreddamento della collaborazione con la Francia, principalmente, ma non esclusivamente, per il suo rifiuto di riconoscere le nostre aree di eccellenza.

Problemi per l’Italia
L’Accordo franco-inglese dello scorso novembre ha scompaginato le carte e ci costringe oggi a definire una nuova strategia al fine di salvaguardare i nostri interessi nazionali. Preso atto dell’indisponibilità dei due paesi ad allargare l’Accordo ad altri (per lo meno per ora), si è suggerito, in un precedente articolo, di cercare di diluire l’esclusivo asse franco-britannico in un contesto istituzionale più allargato, coinvolgendo insieme all’Italia, anche Germania, Spagna e Svezia: l’Accordo Quadro/Loi sembra offrire un’adeguata cornice istituzionale (con qualche eventuale adeguamento). Ma, insieme, bisognerebbe articolare la strategia anche a livello settoriale in modo da tener conto delle diverse specificità:

1) Al primo posto vi sono gli Unmanned air systems (Uas) che rappresentano il futuro del potere aereo. Ogni paese che voglia, come l’Italia, continuare ad essere un attore nel mondo della difesa, non può rinunciare a giocarvi un ruolo di primo piano. Per quanto riguarda il Medium altitude long endurance (Male), Alenia Aeronautica ha maturato una significativa esperienza tecnologica che può essere posta alla base di nuove possibili collaborazioni con Germania (e, forse, Svezia e Spagna) o, in alternativa, con altri paesi extra-europei (Israele o, forse, Stati Uniti).

Se, infatti, Francia e Regno Unito vorranno marciare da sole o, al massimo, coinvolgere altri partner in ruoli subordinati, questa sarà una strada obbligata. Per i futuri Unmanned combat air systems (Ucas) bisogna, invece, insistere per una soluzione condivisa a livello europeo: non è pensabile che si ripercorra l’esperienza dell’ultima generazione di velivoli europei da combattimento con sei paesi in concorrenza su tre modelli (Eurofighter, Rafale e Grippen). Il costo di sviluppo e le dimensioni del mercato sono incompatibili con soluzioni bilaterali e con programmi in competizione.

2) Nel campo dei sistemi missilistici l’Italia si è tradizionalmente concentrata soprattutto su due aree: i sistemi di difesa area terrestri e navali e i sistemi anti-nave aviolanciati. Nel nuovo scenario strategico si tratta di capacità importanti. In particolare, bisogna tener conto delle nuove esigenze di protezione delle missioni internazionali sia per la componente navale sia per quella terrestre e, nel campo navale, dell’esigenza di poter contrastare eventuali attacchi di piccole unità a navi militari o civili con missili di ridotte capacità, leggeri e spendibili, lanciabili da elicottero. Mantenere queste capacità comporta una scelta strategica del paese e il conseguente investimento di nuove risorse (pur tenendo conto che nel campo della difesa missilistica siamo legati ad una collaborazione con la Francia).

Solo da queste posizioni di forza si potrebbe puntare ad impedire l’esclusiva supremazia franco-britannica nel settore missilistico prevista dal recente Accordo. Quasi tutta l’industria europea è inoltre già integrata in un’unica società transnazionale, Mbda, con diverse sussidiarie nazionali e un azionariato diviso fra l’inglese Bae Systems (37,5%), la franco-tedesca-spagnola Eads (37,5%) e l’italiana Finmeccanica (25%). Ma questa struttura di controllo non può risolvere il crescente squilibrio fra il volume di attività prodotto nel Regno Unito e in Francia e quello in Italia. Solo riequilibrandolo, l’Italia potrà continuare a svolgere un ruolo da protagonista in questo campo.

3) Nel campo spaziale abbiamo fino ad ora operato nel quadro di una tradizionale collaborazione con la Francia, basata sull’interoperabilità dei rispettivi sistemi satellitari nazionali. Il Regno Unito ha, invece, seguito la strada dell’utilizzo di servizi forniti da imprese private, pur sottoposte a specifici controlli. Anche a prescindere dalla decisione francese di puntare sul Regno Unito per i futuri satelliti di comunicazione, vi potrebbe, quindi, essere anche un diverso approccio basato sulla più efficiente esperienza inglese.

Per l’Italia, che ha maturato una significativa capacità manifatturiera con Thales Alenia Space (due terzi della francese Thales e un terzo Finmeccanica) e di fornitura di servizi con Telespazio (stessi azionisti ma con rapporti invertiti), si pone di conseguenza un triplice problema: quale approccio seguire in futuro (sistemi proprietari o servizi); puntare su programmi nazionali o internazionali (e in questo caso con chi); come mantenere le capacità tecnologiche e industriali nazionali che sono inquadrate in una società transnazionale a controllo francese.

4) Nel campo dell’aviazione imbarcata, la decisione inglese di rinunciare all’F35B, la versione a decollo corto e atterraggio verticale, e di utilizzare l’F35C, la tradizionale versione imbarcata, ci impone una profonda riflessione strategica. Fino ad ora abbiamo condiviso con Regno Unito e Spagna lo stesso velivolo AV-8B imbarcato su portaerei dotate di ski-jump. In questa prospettiva l’Italia ha recentemente costruito la portaerei Cavour (che si affiancherà al Garibaldi), mentre il Regno Unito aveva iniziato il progetto per due Queen Elisabeth.

Lo scorso anno è stato deciso che le portaerei inglesi saranno tradizionali e questo consentirà l’interoperabilità con la Marina francese, prevista dall’Accordo bilaterale. La Marina italiana rischia, quindi, di rimanere isolata nella sua scelta (con relativo aggravio di costi per il supporto logistico e l’addestramento, ma soprattutto impossibilità di prevedere la comunalità operativa con le due principali Marine europee). Qualsiasi decisione andrà, quindi, attentamente soppesata nel quadro di una strategia di medio-lungo periodo che consideri le implicazioni operative, finanziarie, industriali.

Nuova strategia
Questi sono schematicamente i principali problemi che l’Accordo franco-britannico ha posto sul tappeto e che richiedono la messa a punto di una nuova strategia italiana nel campo della difesa europea. Per impostarla e poi attuarla servono, però, anche nuove basi. In particolare, serve il coraggio di esaminare le possibili soluzioni senza farsi condizionare troppo dal passato.

Negli altri paesi questo è avvenuto puntando molto, a livello di elaborazione, su contributi esterni alla struttura militare. Spetta poi all’autorità politica prendere, con il necessario coinvolgimento dei vertici militari, le successive decisioni. Allo stesso tempo serve anche la stabilità della pianificazione finanziaria o, per lo meno, un chiaro impegno politico in questa direzione. Sarebbe utile, quindi, che le linee guida di questa strategia, una volta definite, fossero approvate dal Consiglio dei ministri e, al fine di renderle più vincolanti, dal Consiglio Supremo di Difesa.

Michele Nones è Direttore dell’Area Sicurezza e Difesa dello Iai.

 
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