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Sicurezza e difesa
Londra e Parigi voltano le spalle all’Ue
Michele Nones
24/02/2011

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A distanza di quasi quattro mesi dalla firma degli accordi tra Francia e Regno Unito nel campo della difesa e della sicurezza, avvenuta a Londra il 2 novembre 2010, restano forti le preoccupazioni per le conseguenze sul processo di integrazione europea nel campo della difesa. Le hanno anzi accresciute le informazioni emerse nel frattempo, che confermano il carattere strategico della nuova partnership franco-britannica, che copre attività operative, capacità nucleari, addestramento, logistica, programmi di armamento.

Nuova gerarchia
L’Europa della difesa ha dunque cessato di essere divisa in due cerchi concentrici: quello dei sei paesi (Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito) che hanno sottoscritto nel 1998 un accordo ad hoc, la Letter of intent (Loi), per programmi comuni di ristrutturazione dell’industria della difesa, e quello dell’Unione europea, con la dichiarata ambizione dei primi a guidare il processo di integrazione nei diversi fora competenti, in particolare l’Agenzia europea della difesa (Eda) e l’Organizzazione congiunta di cooperazione in materia di armamenti (Occar). La nuova gerarchia è basata su tre cerchi, con un nuovo nucleo centrale franco-britannico che, di fatto, mette in una posizione ancillare gli altri quattro paesi Loi.

Alcuni degli accordi tra Parigi e Londra riguardano il mercato della difesa: il supporto e l’addestramento per il velivolo da trasporto A 400 M e la realizzazione di sistemi di contromisura per le mine navali, di satelliti di comunicazione, di velivoli non pilotati ad altitudine media e lungo raggio e, in prospettiva, anche armati. A questi si aggiunge un accordo strategico decennale nel campo delle armi complesse (missili e sistemi di difesa aerea) volto a costituire un'unica industria europea in questo settore.

Al fine di sostenere i nuovi progetti di ricerca congiunti, i due paesi si sono impegnati ad investire 50 milioni di euro ciascuno. Queste iniziative saranno gestite da un Gruppo di lavoro ad alto livello col compito di rafforzare la collaborazione industriale e negli armamenti.

Gli aspetti che sollevano maggiori perplessità possono essere così schematizzati:

- Non vi è nessun riferimento alle iniziative che sono state sviluppate in Europa in quest’ultimo decennio (Eda, Occar, Loi, Commissione europea, Consiglio europeo). Francia e Regno Unito si sono mossi a prescindere dagli impegni assunti e, soprattutto, da quelli che il nuovo Trattato di Lisbona avrebbe potuto consentire (Cooperazione strutturata permanente).

- Vi è un’ampia sovrapposizione con le attività svolte in altri ambiti: definizione dei requisiti di futuri equipaggiamenti (Nato, European Union Military Committee – Eumc - e European Union Military Staff - Eums-, Eda, Loi), gestione comune del trasporto aereo (Eda), nuovi programmi (Eda e accordi bi-multilaterali), ristrutturazione dell’industria (Loi).

- Non si tiene conto del processo di integrazione del mercato portato avanti dalla Commissione europea, che comporterà una più forte europeizzazione delle imprese in termini di mercato, di localizzazione, della catena di fornitura e distribuzione (supply chain), di interdipendenza.

- La scelta bilaterale è soprattutto politica, perché sono deboli i presupposti sul piano dei programmi di armamento già sviluppati e delle caratteristiche della struttura industriale (nel caso britannico vi è una forte presenza italiana, nel caso francese vi è un forte legame con l’industria tedesca e spagnola).

- Non vi è alcuna previsione di un potenziale allargamento ad altri partner né sul piano generale, né su quello delle singole iniziative. Non vi sono, conseguentemente, parametri o presupposti di riferimento che avrebbero potuto “giustificare” un accordo bilaterale esclusivo.

- Infine, si deve sottolineare che questa scelta strategica segna un radicale cambiamento nella politica dei due paesi su diversi fronti.

Svolta radicale
Notevole è innanzitutto l’impatto sull’europeizzazione del mercato della difesa: un intervento franco-britannico di stampo dirigista sul processo di ristrutturazione dell’industria della difesa rischia, infatti, di alterarlo e provocare analoghi interventi in altri paesi (laddove, con la finalizzazione delle due direttive europee sugli acquisti e sui trasferimenti e della posizione comune sull’esportazione di armamenti verso paesi terzi, la Presidenza francese dell’Ue aveva colto successi significativi nel secondo semestre del 2008).

In secondo luogo gli accordi franco-britannici non rimarranno senza effetti sulla comunalità degli equipaggiamenti europei, perché è evidente che gli altri paesi con capacità tecnologiche e industriali saranno spinti a sviluppare programmi alternativi fra loro o, quel che sarebbe peggio per l’Europa, con partner non europei; in questo modo si proseguirebbe nell’attuale non più sostenibile (in termini economici, industriali, militari) prassi della molteplicità dei programmi europei di armamento (oltre tutto in un mercato già oggi più ristretto).

L’accordo ha inoltre un impatto non trascurabile sull’Eda. Fin dalla sua costituzione nel 2004, l’Eda è stata fortemente voluta e supportata sia da Francia che da Gran Bretagna: il primo direttore esecutivo è stato inglese e quello attuale è francese; i due paesi hanno cercato di trasferire anche le competenze Loi all’Eda, cercando di rafforzarne il ruolo anche in funzione anti-Commissione europea). In seguito agli accordi franco-britannici, invece, l’Eda potrebbe ulteriormente perdere capacità di iniziativa.

A prevalere è inoltre un diverso approccio nei confronti della Loi, che è nata nel 1998-2000 soprattutto dall’impegno franco-britannico (il Regno Unito ne è il depositario) e il cui tentativo di rilancio poggia soprattutto sull’impegno dei due paesi (l’attuale presidenza annuale è inglese, a cui seguirà, da luglio, quella francese). Ora si rischia invece di compromettere quel clima di collaborazione aperta e non discriminante che rappresenta, forse, il più importante risultato di questo decennio di attività.

Implica, infine, un cambiamento anche rispetto ai partner tradizionali dei due paesi: per la Francia, l’Italia nei settori dello spazio (con cui la collaborazione si è estesa anche al fronte industriale con la nascita di due imprese transnazionali nel campo satellitare e dei servizi), dei velivoli senza pilota (Unmanned aerial vehicle, Uav, rispetto ai quali sta proseguendo il programma Neuron a guida francese, ma con un forte impegno italiano) e navale, e la Germania, in quello elicotteristico e del trasporto aereo; per il Regno Unito, l’Italia nella realizzazione dei velivoli da combattimento (di cui gli Unmanned combat aerial vehicle, Ucav, rappresenteranno l’evoluzione) e nel settore elicotteristico.

Rischio marginalizzazione per l’Italia
Per i quattro paesi Loi esclusi dall’accordo franco-britannico (Germania, Italia, Spagna, Svezia) è quindi giunto il momento di elaborare una strategia, possibilmente comune, che punti a contenere la marginalizzazione. La loro situazione non cambierebbe, infatti, se si realizzasse uno scenario di accordi bilaterali con uno dei due “grandi”, perché questi non potrebbero evidentemente sovrapporsi a quello attuale e si dovrebbero limitare ad aree ed attività residuali.

L’obiettivo strategico dovrebbe essere, invece, quello di puntare sul “minilateralismo” in modo da rafforzare un contesto in cui l’asse franco-britannico venga ad essere in qualche modo diluito. Prendendo atto che, per ora, nuove iniziative europee incontrerebbero forti difficoltà (per la posizione britannica e per i minori margini di manovra francesi), bisognerebbe puntare su un’informale e incompleta cooperazione strutturata come è di fatto la Loi.

Per l’Italia rompere il rischio di un isolamento è strategicamente ancora più indispensabile. A differenza di Germania, Spagna e Svezia ha, infatti, sviluppato in quest’ultimo quindicennio un grande gruppo internazionale nel campo dell’aerospazio, sicurezza e difesa, Finmeccanica, che rappresenta l’unico presidio nel settore delle tecnologie avanzate: è, quindi, un asset del paese che deve essere tutelato.

L’Italia ha, inoltre, sempre e coerentemente contribuito a perseguire il progetto di un’Europa della difesa, che continua a rappresentare l’unica possibilità di rimanere presenti collettivamente nel nuovo scenario strategico globalizzato. Ė con questa consapevolezza che bisognerà definire e mettere in atto una strategia di salvaguardia del nostro ruolo e dei nostri interessi nazionali.

Michele Nones è Direttore dell’Area Sicurezza e Difesa dello Iai.

 
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