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Brevetto europeo
L’Italia a un passo dalla beffa
Giampiero Gramaglia
23/01/2011

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L’Italia ancora crede in una soluzione sul brevetto europeo che adesso definisce «di buon senso». In visita a Bruxelles, ai primi dell’anno, Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico, esce da un incontro con il vicepresidente della Commissione europea e responsabile dell'industria Antonio Tajani e dichiara: "Sul brevetto europeo c'é una posizione dell'Unione europea abbastanza rigida, con una larga maggioranza di paesi a favore del trilinguismo”, cioè di un meccanismo che privilegia inglese, francese e tedesco. “Ma - aggiunge - il buon senso alla fine dovrà prevalere. Non so se ad oggi è possibile una soluzione, ma torneremo a esaminare la questione nei prossimi Consigli europei".

A parti invertite
Un auspicio, più che una certezza. Perché, dalla metà di dicembre, il discorso pare chiuso, con una decisione che suona beffa per l’Italia: un tempo campione, almeno a parole, d’integrazione, ormai subisce lezioni d’europeismo ‘prammatico’ persino dalla Gran Bretagna. Chi di nazionalismo ferisce, di europeismo perisce; e l’Italia, nella sua battaglia ostinata e quasi solitaria sul brevetto europeo - pure la Spagna l’ha combattuta e persa insieme a lei, ma con minore ‘donchisciottismo’ -, di nazionalismo spicciolo ce ne ha messo a bizzeffe.

In realtà, grazie al fatto che, come vedremo, i tempi d’azione dell’Ue, anche quando sono rapidi, sono lunghi, spazi di manovra ve ne sono ancora: con il coinvolgimento di Confindustria, estremamente interessata al brevetto europeo, si studiano formule di compromesso che consentano all’Italia di partecipare alla cooperazione rafforzata che si profila, senza proprio perdere la faccia (pur perdendo l’italiano).

Sono dieci anni che i paesi dell’Ue dicono di volere un brevetto europeo: un solo documento valido per tutta l’Unione, che ridurrà il costo di un brevetto a misura europea dagli attuali 20mila euro circa, di cui 14mila di traduzione, a 680, contro i 1.850 euro che ci vogliono negli Usa (cifre che variano a seconda delle fonti, senza però alterare il concetto di fondo).

L’ultimo ostacolo era quello delle lingue: quando si fa strada la soluzione che il brevetto europeo possa essere richiesto in tre lingue, inglese, francese e tedesco (la Germania è la maggiore fucina di brevetti europei), l’Italia e la Spagna non ci stanno. Roma e Madrid sostengono: senza italiano e spagnolo, il brevetto non s’ha da fare; o, altrimenti, facciamo tutto solo in inglese (che non sarebbe una cattiva idea, a patto di tesserci alleanze intorno).

Non solo uno spauracchio negoziale
Roma, più di Madrid, fa la voce grossa, punta i piedi, urla al ricatto, minaccia il veto. La situazione precipita tra fine novembre e inizio dicembre, dopo l’ennesima riunione finita a notte ben fonda con l’ennesima fumata nera. L’allora ministro finiano Andrea Ronchi, al passo d’addio dall’incarico, s’era presentato con parole dure: «Non negoziamo con la pistola sul tavolo, non cediamo ai ricatti», aveva detto, perché la Gran Bretagna ipotizzava di aggirare l’opposizione italo-spagnola con quello che allora appariva un artificio, la richiesta di ricorso alla cooperazione rafforzata; e, durante la discussione, Ronchi non aveva neppure escluso il veto dell’Italia. Alla fine, nulla s’era mosso: tutto fermo, partita aperta.

Ma la cooperazione rafforzata, prevista dal Trattato di Lisbona per consentire a gruppi di paesi che vogliono spingere più in là l’integrazione ad andare avanti o per sbloccare situazioni di stallo, là dove non si riesca a trovare l’unanimità quando necessario (e per il brevetto ci vuole), non era solo uno spauracchio negoziale, agitato contro Italia e Spagna. Francia e Germania, e anche altri otto paesi, prendono in parola Londra e propongono, con l’avallo della Commissione, d’andare avanti per quella strada.

La formula di Lisbona della cooperazione rafforzata è flessibile, nell’ambito di regole ben definite: la fa chi vuole e gli altri restano al palo o, se vogliono, si aggregano. Fiutato il pericolo, Roma e Madrid cercano di correre ai ripari: Silvio Berlusconi e José-Luis Rodriguez Zapatero scrivono ai loro pari, il ministro Franco Frattini fa proclami. Ma, il 10 dicembre, al Consiglio dei Ministri Ue la maggioranza esprime un chiaro orientamento: ci sarà un brevetto europeo e non sarà né in italiano né in spagnolo. Il 14 l’Esecutivo comunitario lancia formalmente la procedura per avviare la cooperazione rafforzata.

Di fronte ai ministri, Michel Barnier, francese, commissario al mercato interno, giudica «ricevibile» la richiesta di cooperazione rafforzata sottoscritta da 11 paesi (oltre Francia, Germania, Gran Bretagna, in ordine alfabetico Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Slovenia e Svezia). La proposta di decisione poi formalizzata dalla Commissione ne precisa il campo d’applicazione e la finalità.

Quella sul brevetto sarà la seconda cooperazione rafforzata nella storia dell’Unione (la prima riguardava i divorzi). Ma ci sono altri esempi di cooperazione rafforzata di grande impatto, come l’euro o Schengen o anche l’Agenzia spaziale europea.

Sulle barricate
Su esplicita richiesta degli Stati promotori, il progetto della Commissione si basa sulle proposte di partenza dell’Esecutivo comunitario arricchite dai testi di compromesso predisposti dalla presidenza belga nel secondo semestre 2010. Il ministro Vincent Van Quickenborne, che presiedeva i lavori il 10 dicembre, giudica la decisione presa «un passo importante» per l’Ue: «Per la nostra presidenza, è una ciliegina sulla torta». Il ministro francese Eric Besson ricorda che «la porta resta aperta a italiani e spagnoli, che speriamo possano integrare ben presto la cooperazione rafforzata».

Ma l’Italia non l’ha presa bene: Ronchi nel frattempo s’era dimesso e in Consiglio, il 10 dicembre, c’era il sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica, che definisce «dolorosi» l’atteggiamento degli altri paesi e «la complicità» dell’Esecutivo comunitario e annuncia «l’opposizione ferma e vigorosa del governo e del Parlamento, con l’appoggio di tutte le forze politiche» della maggioranza e dell’opposizione. Il via libera alla cooperazione rafforzata «è una fuga in avanti: ci opponiamo all’arroganza e siamo pronti a salire sulle barricate, abbiamo migliaia di modi per mischiare le carte». La Spagna, verbalmente meno aggressiva, rileva che la cooperazione rafforzata «mal s’accorda» con la volontà espressa dal Consiglio nel 2009 di decidere all’unanimità sul regime linguistico.

Nell’estremo tentativo di bloccare il ‘passo ostile’, i capi del governo di Roma e Madrid avevano segnalato alle istituzioni comunitarie che la decisione rischiava d’accentuare le divisioni nell’Ue e di «impedire futuri accordi». E Frattini s’era detto «estremamente preoccupato»: «La cooperazione rafforzata è stata concepita per fare avanzare l’Europa e non per aggirare i consueti meccanismi democratici comunitari».

Ma l’iniziativa degli 11 paesi avallata dalla Commissione ha ricevuto, nei giorni immediatamente successivi, sostegni politici significativi nel campo europeista.

Guy Verhofstadt , ex premier belga, leader al Parlamento europeo del gruppo liberale e democratico e uno dei promotori del rinato ‘intergruppo Spinelli’, commenta: «Il mondo mica resta immobile, mentre gli Stati Ue tardano a dotarsi d’uno strumento di competitivtà chiave nei confronti della loro concorrenza internazionale, a causa d’una disputa linguistica».

La proposta di cooperazione rafforzata formalizzata dalla Commissione deve ora essere adottata dal Consiglio a maggioranza qualificata, dopo avere ottenuto il consenso del Parlamento europeo. Poi, la Commissione dovrà presentare proposte concrete e dettagliate per l’attuazione del brevetto europeo unico, che sarà valido in tutti i Paesi che aderiscano alla cooperazione rafforzata, ma che potrà essere richiesto da qualsiasi impresa Ue, indipendentemente dal paese d’origine. Anche le imprese italiane e spagnole potranno quindi trarne vantaggio.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali.

 
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