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Politica estera italiana ed europea
Il rapporto Ue-Cina e il ruolo dell'Italia
Nicola Casarini
24/11/2009

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Quale politica estera è possibile - ed auspicabile - per l’Italia verso una Cina sempre più forte ed influente sul piano internazionale? La visita di Barack Obama in Asia, inclusa l’importante tappa in Cina, è un’occasione per riflettere sul nuovo ordine mondiale in gestazione e sul ruolo che l’Europa, e al suo interno l’Italia, potrebbero avere. Una riflessione che si intreccia, tra l’altro, con il dibattito che si è aperto su AffarInternazionali in seguito alla pubblicazione lo scorso luglio dell’articolo di Stefano Silvestri sullo status internazionale dell’Italia.

Nuovi equilibri, nuovi scenari
Le autorevoli firme che hanno contribuito al dibattito sul ruolo internazionale dell’Italia concordano nel riconoscere i grandi cambiamenti avvenuti sul proscenio internazionale negli ultimi anni, in particolare lo spostamento del baricentro economico e politico dall’Occidente verso i paesi emergenti dell’Asia. La crisi economica mondiale sta ulteriormente accelerando questo processo. La Cina è in procinto di scalzare il Giappone dal podio della seconda più importante economia al mondo, dopo gli Stati Uniti.

Se le proiezioni dei maggiori istituti di ricerca si avvereranno, tra un paio di decenni (e forse anche prima), la Cina sarà la prima potenza economica del pianeta. Nella sua recente visita di stato in Asia, il presidente americano ha riconosciuto il nuovo ruolo della Cina a tal punto che il suo primo discorso pubblico tenuto presso la Suntory Hall di Tokyo è stato prevalentemente centrato sull’ascesa della Cina e i nuovi equilibri regionali.

Obama - che si è presentato come ‘il primo presidente americano del Pacifico’ - ha fatto l’importante dichiarazione che ‘l’ascesa della Cina non è una minaccia per l’America’. Al contrario, ha sottolineato che l’emergere di una Cina forte e prosperosa è un vantaggio per tutti. L’approccio di Obama apre prospettive nuove e interessanti, ma la sua amministrazione è divisa tra chi considera la Cina un rivale (se non il futuro nemico) e chi vi riconosce un partner strategico imprescindibile per risolvere le grandi sfide globali. La visione di Obama della Cina non è importante solo per le relazioni sino-americane: chiama in causa anche l’Europa, primo partner commerciale di Pechino, ancora in cerca di una chiara strategia verso il gigante asiatico. L’Italia potrebbe, e anzi dovrebbe, svolgere un ruolo attivo nell’elaborazione di una politica estera europea verso Pechino.

Uniti per contare
Ha ragione Vittorio Emanuele Parsi quando in un precedente articolo in questa rivista sostiene che la possibilità per la politica estera italiana di incidere a livello internazionale passa per la capacità dell’Europa di essere un attore effettivo ed efficace sul piano globale. Si potrebbe aggiungere che di fronte a una Cina sempre più potente e a un’America sempre più proiettata verso la regione dell’Asia-Pacifico, solo un’Europa unita può far sentire la voce dei popoli europei, difendendone gli interessi. Pena l’irrilevanza e il declino, come sottolineato dal Presidente Giorgio Napolitano nella sua lectio magistralis all’Universita Orientale di Napoli lo scorso sabato.

È opinione largamente condivisa che l’Europa sia una grande potenza economica, ma un nano politico, divisa com’è tra 27 paesi membri, ognuno con la sua agenda e le sue prerogative. Occorrerebbe però ricordare che è proprio la Cina che ha fornito l’esempio più lampante, negli ultimi anni, della possibilità da parte dell’Ue di emergere come attore politico internazionale, in particolare, attraverso la proposta di togliere l’embargo alla vendita di armi alla Cina (attualmente sospesa).

Una questione di riconoscimento politico
La revoca dell’embargo, proposta per la prima volta nell’autunno del 2003 all’epoca del partenariato strategico Ue-Cina, sottintendeva un riconoscimento politico non in piena sintonia, in quel momento, con la politica degli Usa verso la Cina. Per questo, dietro pressioni (e financo minacce) dell’Amministrazione Bush - ma anche dell’opposizione di molti parlamenti nazionali e di quello europeo a causa delle continue violazioni dei diritti umani - il Consiglio dei ministri dell’Ue decise, nel giugno 2005, di rimandarne la decisione a tempi migliori.

La proposta aveva l’ambizione di inserire la Cina a pieno titolo nella comunità internazionale, scardinando la visione a somma zero dell’Amministrazione Bush e dei suoi maggiori alleati asiatici (in primis il Giappone, allora a guida liberal-democratica) i quali sostenevano che un tale gesto simbolico da parte dell’Europa avrebbe avuto un effetto destabilizzante sull’equilibrio strategico della regione. E questo nonostante le reiterate rassicurazioni dei dirigenti europei (sia a Bruxelles che nelle maggiori capitali) che la revoca dell’embargo non avrebbe automaticamente implicato la vendita sconsiderata di armi a Pechino. Al contrario: all’embargo sarebbe subentrato un Codice di Condotta più stringente sulle esportazioni di armi e tecnologie della difesa. Ma questo non convinse (e non convince tutt’ora) gli americani.

Il ripiegamento sulle posizioni di Washington fu messo per iscritto in un documento del Consiglio dell’Ue del dicembre 2007 che metteva fine, in sostanza, a ogni ‘velleità politica verso la Cina che non fosse in sintonia con gli interessi strategici dell’alleato americano. C’è da chiedersi se ora, dopo le dichiarazioni di Obama sulla Cina e il cambio della guardia a Tokyo, non si possa riaprire la questione. Cogliendo in tal modo l’occasione per reinserire l’Europa da protagonista nella definizione dei nuovi equilibri politici mondiali.

Un’occasione per l’Italia
La revoca dell’embargo è uno dei grandi temi politici che hanno caratterizzato le relazioni sino-europee negli ultimi anni. È di competenza dei paesi membri e la soluzione dipende da un loro accordo in sede Pesc. Il paese europeo che riuscirà, nei prossimi mesi e/o anni, a elaborare idee da sviluppare poi in sede europea (e ovviamente in stretto contatto con Washington) per trovare forme e modi di un pieno riconoscimento politico della Cina (e quindi risolvendo, tra l’altro, l’annosa questione dell’embargo), acquisterebbe una ‘posizione’ di rilievo tra Bruxelles, Washington e Pechino. Con ovvie ricadute economiche e d’immagine. A quel punto, poco varrebbe la discussione se un paese è media o grande potenza. Per far avanzare un'idea non è necessario essere una grande potenza, quel che conta è la capacità di esercitare un'influenza efficace in contesti che contano. Ciò vale in particolare per un paese dalle forti limitazioni, ma dalle grandi ambizioni.

Una tale azione di politica estera presuppone lo sviluppo di capitale umano con precise conoscenze e capacità. A partire da una buona padronanza della lingua cinese, necessaria per comunicare in maniera efficace. È infatti attraverso un uso attento della parole di cui la comunicazione vive, che è possibile cambiare il percorso dei pensieri degli uomini e delle loro visioni. Comunicare nella loro lingua è oggi indispensabile per tessere relazioni profonde e durature con i policy makers di Pechino.

Il settore privato appare all’avanguardia in questo. Come dimostrano le iniziative, per esempio, dello Studio Ambrosetti di Milano, che dal 2008 organizza un incontro annuale, nel mese di ottobre a Tianmu Lake, vicino a Shanghai: il Forum Economico EU-Cina. Ma anche le varie iniziative della Fondazione Italia-Cina di Roma, dell’Osservatorio Asia di Bologna, del Mandarin Fund, del Cascc di Torino sul piano più culturale, e di tanti altri. Tutti istituti volti a promuovere la conoscenza della Cina in patria e la presenza italiana nel grande paese asiatico, con iniziative che sarebbero ancora più incisive se a fianco degli operatori privati ci fosse la dimensione politica al più alto livello, particolarmente importante in Cina, dove il politico domina su tutti gli altri settori.

Occorre rilanciare la politica estera italiana in Cina sui grandi temi, a partire dal riconoscimento politico del gigante asiatico, attraverso la riapertura della questione dell’embargo. Sviluppando idee innovative e condivise dagli altri partner europei e dagli Stati Uniti. Con l’obiettivo di far acquisire all’Italia una ‘posizione’ tra Bruxelles, Washington, e Pechino. E far sentire che, a fianco del settore privato, c’è anche la politica. Capace di battere un colpo per posizionarsi nel regno dell’ influenza e delle idee. Espresse possibilmente non solo in inglese, ma sempre più nella loro lingua 汉语(hànyǔ).

Nicola Casarini è Marie Curie Research Fellow presso il Robert Schuman Centre for Advanced Studies, Istituto Universitario Europeo (Firenze) e consulente di ricerca per la Cina e l’Asia orientale all’Istituto Affari Internazionali (Roma).

Vedi anche:

Nicola Casarini, Remaking Global Order: The Evolution of Europe-China Relations and its Implications for East Asia and the United States, Oxford and New York: Oxford University Press, 2009.

S. Silvestri: Italia o Italietta, al vertice o media potenza?

N. Casarini: Il Sol Levante volta pagina, anche in politica estera

Numero della rivista in inglese dello Iai The International Spectator interamente dedicato all'Asia orientale.

Discorso del Presidente Obama presso la Suntory Hall di Tokyo

Documento del Consiglio della Ue di dicembre 2007 sui rapporti con l’Asia orientale.
 
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