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Politica estera italiana
Italia o Italietta, al vertice o media potenza?
Stefano Silvestri
17/07/2009

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Cos’é dunque l’Italia? Alla conclusione del G8 dell’Aquila eravamo presenti come membri del club dei “grandi”, anche se molte voci polemiche ci avrebbero voluto messi fuori. Certamente, per dimensioni territoriali e demografiche, per livello del Pil, per tasso di sviluppo o per potenza militare altri paesi potrebbero legittimamente aspirare al nostro posto. Di più, l’Italia è un paese europeo, membro dell’Ue e della Nato, e ai vertici delle organizzazioni internazionali e nelle riunioni dei capi di stato e di governo già si affolla un numero forse spropositato di europei.

Vantaggi comparativi dell’Italia
Questa però non è tutta la realtà. Bisogna mettere in conto anche altri fattori, non quantificabili, ma di grande rilievo politico e pratico. C’è il peso della storia e della tradizione: nel bene e nel male, l’Italia ha contribuito con poche altre potenze, per lo più “occidentali”, a creare il sistema internazionale quale esso è oggi, con le sue regole e le sue istituzioni, ed è quindi naturale che abbia un ruolo di rilievo quando si tratta di gestirlo. Il nostro paese, malgrado le critiche, i problemi e le ironie interne ed estere, resta una democrazia consolidata, mentre altri aspiranti ne sono ben lungi. L’Italia ha infine ripetutamente dimostrato la sua disponibilità ad assumersi una parte degli oneri e dei rischi per il mantenimento e il rafforzamento della governabilità internazionale. Anche in questo caso non è che i candidati abbondino.

Tuttavia non bisogna prendere sottogamba i segnali che vengono da più parti. È urgente una riflessione approfondita sulle grandi direttrici della politica estera italiana: un tentativo che aveva iniziato un gruppo di riflessione sul lungo termine, istituito preso il Ministero degli Esteri, ma che ora, con il cambio di amministrazione, pur essendo stato formalmente riconfermato, sembra essersi perso per strada. Molti pensano che questi siano sforzi eccessivi o persino inutili, ma è un errore. I governi possono tranquillamente ignorare le indicazioni di tali documenti, ma essi contribuiscono a indirizzare il dibattito politico e culturale, sono elementi importanti per l’identità internazionale del paese e possono evitare pericolose semplificazioni e derive che verrebbero poi pagate a caro prezzo.

Prendiamo ad esempio il caso del ruolo e del rango internazionale del paese. Per decenni, i nostri governi e la nostra diplomazia hanno lottato perché fossimo inclusi (con successo) nel “gruppo di testa”. Nel 1945 eravamo ancora fuori dalle Nazioni Unite (in quanto “potenza sconfitta”, alla pari con Germania e Giappone), ma nel 1949 riuscimmo con grande abilità ed insistenza ad essere tra i fondatori dell’Alleanza Atlantica. Nel 1951, l’intuizione politica di Alcide De Gasperi ci permise di inserirci nella Ceca (il passo iniziale della costituzione dell’Ue), sempre come paese fondatore, anche se, a differenza degli altri paesi membri, non eravamo minimamente collegati alla questione dei bacini siderurgici e carboniferi tedeschi. Originariamente esclusi dalle riunioni di Vertice tra i maggiori alleati, già dal 1975 abbiamo fatto parte di quello che era allora il G6 (oggi G8), e abbiamo consolidato la nostra posizione assumendoci la responsabilità chiave per il dispiegamento degli euromissili in Europa, nei primissimi anni ottanta. Dieci anni dopo pensammo per qualche mese di poter aspettare al di fuori dell’euro, ma poi compimmo veri e propri miracoli sacrificali per evitare di arrivare secondi dopo la Spagna, e fortunatamente ci riuscimmo. Persino alle Nazioni Unite siamo finora riusciti ad evitare una riforma del Consiglio di Sicurezza che veda altri paesi, e non noi, divenirne membri permanenti, anche grazie al duro e costoso impegno internazionale dei nostri militari.

Aurea mediocritas o mero ripiegamento?
Siamo quindi tra i grandi, ma come paese “di soglia”, sempre a rischio di uscirne. Questo potrà naturalmente sempre avvenire, ma ci conviene scavarci la fossa da soli? Nel dibattito sulla collocazione internazionale del nostro paese corre da tempo la definizione dell’Italia come “media potenza”, presentata in genere come una valutazione realistica delle sue capacità e come la base per una più efficace azione in difesa degli “interessi nazionali”. La teorizzava ad esempio già negli anni ottanta il compianto Carlo Maria Santoro, e sin da allora non mi convinceva affatto. Che vantaggio avremmo nel passare da Italia ad Italietta?

Questo linguaggio suggerisce l’esistenza di una precisa scala quantitativa, per cui pochi sarebbero grandissimi, altri grandi, altri medi e altri infine piccoli o infinitesimali, ed è in realtà un sottoprodotto dell’ormai passata era dei blocchi (organizzati attorno alle due “superpotenze”), non certo dell’attuale globalizzazione. Non tutto può essere quantificato, e non sempre ciò che è quantificabile è anche la cosa più importante. Certo, in caso di guerra, alla lunga, normalmente, chi ha più soldi, più mezzi e più uomini vince, anche se i suoi generali valgono meno di quelli dell’avversario. Ma non tutte le guerre sono eguali: gli Usa in Vietnam o l’Urss in Afghanistan (per evitare esempi più controversi e recenti) ce lo ricordano. E non tutte le decisioni sono belliche, come abbiamo visto con il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss.

E poi, come stilare la lista? Mettiamo ad esempio, arbitrariamente, l’Italia al 15° posto (tanto per escluderla anche dal G14): è ben difficile indicare con certezza e in modo convincente chi verrebbe prima e chi invece dopo, e perché.

E poi c’è la questione della difesa degli interessi nazionali. Oggi l’Italia soffre per restare al vertice. Domani potrebbe più facilmente adagiarsi in una aurea mediocritas: perché fare tanti sforzi se siamo solo medi, tra trenta o quaranta altri paesi? Potremmo persino mascherare la nostra insoddisfazione dietro il paravento della difesa dei nostri interessi immediati, e non saremmo più costretti a inviare soldati qua e là nel mondo o ad assumerci impegni, anche finanziari, che poi fatichiamo tanto a mantenere. Dopotutto non è certo un caso se analisti specializzati, che studiano da anni la performance dei paesi del G8 sostengono che l’Italia è stabilmente tra gli ultimi in quanto a rispetto degli impegni presi (specie se comportano gravi oneri finanziari).

Il rischio di un’Italia senza ambizioni
Ma il risparmio e la tranquillità hanno un prezzo. Niente più Italia negli eventuali direttori europei, ad esempio, e un ruolo molto più ridotto anche nelle istituzioni internazionali. L’esclusione che oggi è un’eccezione domani diverrebbe una regola. Le eventuali compensazioni si rivelerebbero rapidamente illusorie.

Potenza mediterranea più che europea? Ma dovremmo vedercela anche con la Francia e la Spagna, e naturalmente con la Germania (prima potenza economica e commerciale dell’area). Che offriremo alla Turchia e all’Egitto se non potremo neanche invitarli ad una riunione all’Aquila? Finiremo scodinzolanti alla corte di Gheddafi? Un tempo ci criticarono per il nostro “imperialismo straccione”, domani ci ignoreranno semplicemente.

L’Italia senza l’obiettivo di restare tra i grandi è anche un’Italia priva di vere ambizioni internazionali, che potrebbe facilmente subire un processo di rapidissima provincializzazione (verso l’Italietta, appunto). Sarà sempre più difficile chiedere sacrifici ed impegni all’elettorato, come è avvenuto in passato, dagli euromissili all’euro, e sarà quindi anche sempre più difficile mantenere alto e positivo il livello di integrazione e internazionalizzazione del paese.

Sfide della globalizzazione e sacro egoismo
Ma il problema principale è un altro ancora. La globalizzazione mette in crisi la funzionalità stesse delle frontiere e delle nazioni, che hanno crescenti difficoltà a contenere e controllare i flussi commerciali, finanziari, informativi, tecnologici e umani che le attraversano. Fondare la propria politica estera su un principio di potenza nazionale (grande, media o piccola che sia) e sulla difesa degli “interessi nazionali” (ammesso e non concesso che essi possano essere chiaramente individuati e risultino coerenti e non contradditori tra loro), significa essere convinti che la globalizzazione possa essere riportata sotto il controllo delle singole sovranità nazionali. Che possa essere frammentata, e che ciò possa essere uno sviluppo utile e positivo.

Al contrario, la governabilità internazionale è oggi minacciata da crescenti tendenze nazionalistiche e protezionistiche e ciò diminuisce la nostra sicurezza, da quella fisica a quella finanziaria. Questi sviluppi sono dovuti alle azioni intraprese da singoli attori nazionali, che non si preoccupano né investono per la migliore efficienza del sistema internazionale nel suo complesso, e per la sua governance. Alcune potenze emergenti fanno del nazionalismo la loro dottrina ispiratrice, a cominciare dalla democrazia “sovrana” della Russia per arrivare al regime cinese di democrazia popolare “guidata” dal Partito Comunista. Esse ricavano alcuni vantaggi da questa loro posizione, ma pagano anche costi immensi, sia economici che politici e contribuiscono alla insicurezza generale. Il loro problema principale è che temono che la globalizzazione metta a rischio la loro stessa esistenza. Sia la Russia che la Cina hanno di fronte lo spettro della dissoluzione dell’Urss e si arroccano quindi in una posizione difensiva che tuttavia inibisce anche la loro capacità di cooperare pienamente con le altre potenze e di esercitare un maggior ruolo nel governo internazionale (malgrado le loro ricchezze, i loro armamenti e le loro dimensioni).

Proporre all’Italia una politica di “media potenza”, se non è semplicemente l’accettazione di un ridimensionamento delle ambizioni che ha perseguito sin dal 1946, ha senso solo come premessa per un approccio più nazionalista (di “sacro egoismo”?) alla politica internazionale. Tuttavia il tentativo di scimmiottare l’esempio di Russia e Cina sarebbe evidentemente risibile, non avendo l’Italia né le ricchezze, né la forza né le dimensioni di quei due paesi/continente. Soprattutto, generalizzare un tale approccio nazionalista alle relazioni internazionali e alla governabilità significa ipotizzare uno scenario di scontro e di guerra, economica, politica e forse infine anche militare.

Tutto lo sforzo degli attuali paesi-guida, a cominciare dagli Usa, va esattamente nella direzione opposta: tenta cioè di moderare quel nazionalismo e di accrescere l’integrazione internazionale delle “nuove” potenze. Ci troviamo di fronte a dilemmi che i paesi europei hanno già affrontato nel passato, durante secoli di guerre, sulla loro stessa pelle (oltre che su quella del resto del mondo). Sarebbe veramente paradossale se proprio da qui venisse l’idea che dopotutto sarebbe bene (e per di più conveniente) prepararci ad un altro giro di quel macabro valzer.

Stefano Silvestri è Presidente dello Iai e Direttore di AffarInternazionali

 
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