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A cosa serve un Think Tank
Mattia Diletti
05/06/2009

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Primo: cosa sono i think tank. Secondo: a cosa servono e cosa fanno. Terzo: che differenze esistono tra quelli americani e i loro cugini europei. Sono le domande più comuni a proposito dei think tank. La premessa è l’enorme interesse che essi suscitano oggi in Italia, dopo che si è assistito alla proliferazione di centri di ricerca e fondazioni di cultura politica nel panorama nazionale ed europeo.

Ma cos’è esattamente un think tank? Il termine letteralmente è traducibile come “serbatoio di pensiero”. Vennero definite così, durante la seconda guerra mondiale, le sezioni speciali del Dipartimento della Difesa che isolavano scienziati, ufficiali ed esperti allo scopo di ragionare sull’andamento del conflitto e sulle prospettive di lungo periodo, in modo da non rimanere schiacciati dalle incombenze quotidiane (in realtà, i primi centri americani risalgono all’inizio del Novecento). I think tank, in fondo, dovrebbero essere questo: centri di ricerca, dibattito e riflessione che rimangono un passo indietro rispetto allo scontro politico quotidiano, allo scopo di guardare lontano in termini di strategie, scenari e produzione di ricerca e idee.

Tre principali tipologie
Lo scholar della Brookings Institution Robert Kent Weaver, riferendosi al caso americano (che ovviamente resta il punto di riferimento principale), sostiene esistano tre tipologie di think tank: le università senza studenti, i contract research think tank (chi lavora soprattutto per committenza pubblica) e i partisan think tank ideologicamente orientati. Ognuna di queste tipologie è frutto di una diversa frattura storica avvenuta nel sistema politico americano: per esempio, i contract research think tank – come la Rand Corporation di Washington - sono figli dell’impegno del governo americano nel periodo della guerra fredda. La guerra ideologica degli anni ’70, che ha prodotto la rivoluzione conservatrice di Ronald Reagan, ha generato istituti come la Heritage Foundation e il Cato Institute; la voglia di riscatto dei liberal ha fatto sì che in questo decennio nascessero centri come il Center for American Progress o il National Security Network.

Il mondo dei think tank americani è cambiato soprattutto a partire dagli anni ’70 (negli ultimi tre decenni i think tank con base a Washington sono passati da circa 50 a circa 350), per via di due fattori fondamentali: la moltiplicazione dei settori di intervento pubblico – che ha prodotto una miriade di centri “single-issue” - e la creazione di molti centri di orientamento conservatore più aggressivi nello stile e nelle tecniche di marketing delle idee.

Non solo: l’esplosione delle tv via cavo e di internet, poi, ha moltiplicato in modo esponenziale la richiesta di “instant expertise”, trasformando sempre di più i think tank in macchine della comunicazione; il modello di giornalismo avversariale anglosassone ha moltiplicato i confronti televisivi tra esperti di centri che offrono punti di vista opposti; per i finanziatori dei think tank la possibilità di osservare con costanza la presenza mediatica di questi ultimi è divenuto un criterio guida per l’allocazione delle risorse, ponendo fine a quel modello di filantropia che veniva definito “patient money”.

In un sistema così competitivo è indispensabile avere chiara la propria mission, la propria funzione nel sistema politico, quali strumenti sono i più utili a perseguire i propri obiettivi: e questo vale a qualsiasi latitudine. Quale aspetto si intende favorire? Quello del centro di ricerca, del forum informale di discussione, dello strumento di informazione, della consulenza, dello strumento di pressione (il cosiddetto issue lobbying), del “watchdog” che passa ai raggi x l’azione di governo? E con quali strumenti e per quale audience? Un club di élite, una vasta comunità di spettatori informati, le istituzioni e i governi, il grande pubblico? Oggi dirigere un think tank può essere un vero inferno: in una situazione di risorse scarse (persino negli Usa, dove la crisi economica ha prodotto tagli molto pesanti all’attività dei centri), bisogna essere al tempo stesso manager, intellettuali ed esperti. Non essere in grado di rispondere adeguatamente alle domande poste in precedenza può essere fatale.

L’Europa e il caso italiano
Bruxelles offre un contesto istituzionale ottimale per l’ambiente dei think tank, che sono spesso strumento informale di elaborazione e discussione delle politiche dell’Unione. Quello europeo è un sistema “aperto ma opaco” (secondo la definizione di Luigi Graziano) nel quale la decisione politica è frutto di una discussione infinita tra potere esecutivo, gruppi di pressione, ong, think tank, istituzioni locali e nazionali ecc. ecc, i soggetti che animano la “Bruxelles Belt”.

Molto interessante, e ancora in evoluzione nonostante i tanti anni di esperienza alle spalle, l’ambiente dei grandi centri di ricerca di politica internazionale del contesto europeo e internazionale, quella che potremmo definire “l’ala cosmopolita” del mondo dei think tank: il Council on Foreign Relations, l’Institut Français des Relations Internationales, l’European Council on Foreign Relations, Chatham House, l’Swp di Berlino, lo stesso Iai. In questo contesto si è ormai pienamente formata una classe di esperti di policy che utilizza un linguaggio comune, vive esperienze comuni, frequenta contesti istituzionali affini, possiede un capitale culturale e umano di notevole valore che svolge anche una funzione politica, non solo culturale, che andrebbe sostenuta con grande decisione.

Anche nel caso italiano è possibile ricostruire una periodizzazione della storia dei think tank. Come per altri paesi europei, sarebbe azzardato immaginare oggi la riproducibilità di un modello anglosassone: possono sì esistere, ma la cornice è quella di un sistema di tassazione non assimilabile a quello americano; un dibattito politico assai meno strutturato (si pensi solo al caso della politica estera, e il motivo sono ovvie ragioni sistemiche); la mancanza di un sistema articolato di porte girevoli (revolving doors) tra istituzioni e centri di ricerca.

I grandi think tank italiani sono stati prima un affare di stato (pensiamo all’epoca della programmazione, dallo Svimez ai centri studi delle grandi aziende pubbliche, passando per la Banca d’Italia), poi un percorso intrapreso da alcuni pionieri (dal Mulino allo Iai, passando per il Censis o i centri nati grazie all’iniziativa di Beniamino Andreatta), infine un affare di partito (dallo Sturzo alla Fondazione Gramsci). Per gli americani, molti di essi non dovrebbero essere nemmeno definiti think tank, ma in questo sta la differenza tra America ed Europa. Oggi in Italia si è aperta la stagione del think tank personale, il nuovo modello di consigliere del principe, da ItalianiEuropei a FareFuturo. Questo è avvenuto in concomitanza con il processo di personalizzazione della politica (lo stesso è accaduto in altri paesi europei) e di destrutturazione organizzativa dei partiti italiani: i think tank legati ai leader politici nati dopo il 1992 sono ben undici.

L’ambiente dei think tank italiani si gioverà di questi nuovi apporti se a) saranno un antidoto contro il “presentismo” (il termine è preso in prestito da un ricercatore di FareFuturo), ovvero se si dimostreranno capaci di pensare il futuro, e quindi di riflettere sul presente pensando il futuro; b) di produrre classe dirigente; c) di aumentare il “bacino della competenza” al quale la politica e l’amministrazione pubblica possono rivolgersi.

Mattia Diletti svolge attività di ricerca presso l’Università di Teramo e il GeopEC-Crs; è autore di I think tank. Le fabbriche delle idee in America e in Europa, Il Mulino, 2009.
 
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