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Africa
Il ritiro etiope dalla Somalia e il ritorno delle Corti islamiche
Matteo Guglielmo
10/03/2009

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Per la Somalia il 2009 si è aperto con almeno due eventi importanti: l’allargamento delle istituzioni transitorie all’ala moderata dell’Alleanza per la Ri-liberazione della Somalia, (Ars-G, movimento di opposizione al Governo Federale) culminato con nuove nomine governative; il ritiro del contingente etiopico dopo più di due anni di occupazione militare. L’elezione alla presidenza del paese del leader moderato delle Corti Islamiche Sheikh Sharif Sheikh Ahmed lo scorso gennaio a Gibuti rimane il frutto di un processo i cui esiti erano già in gran parte intuibili dall’andamento della conferenza di pace, avviata a luglio 2007. Attualmente però, il nuovo governo deve affrontare alcune questioni cruciali, da cui dipenderà il riassetto delle istituzioni transitorie, specie dopo l’aumento del numero dei parlamentari da 275 a 550.

Equilibri delicati
Il Presidente neoeletto Sheikh Sharif ha recentemente scelto come primo ministro Omar Abdirashid Ali Shermarke, del clan Majerteen (Darod) e figlio dell’ex-presidente omonimo assassinato nel 1969 (evento che fece da preludio al golpe militare di Siad Barre nell’ottobre dello stesso anno). Cittadino canadese, il nuovo premier ha lavorato in passato per l’Onu in Sudan e in Sierra Leone.

La scelta di Shermarke si deve almeno a tre ragioni: appartiene allo stesso clan – il Majerteen del Puntland – del presidente uscente, Abdullahi Yusuf; è gradito agli Stati Uniti, che restano comunque vigili su eventuali derive troppo “islamiste” delle nuove istituzioni transitorie; è vicino all’Onu e quindi allo stesso inviato speciale Ahmedou Ould-Abdallah, vero artefice della ristrutturazione delle istituzioni transitorie nonché dell’intero processo di pace inaugurato a Gibuti la scorsa estate. Il nuovo presidente ha avuto un avvio promettente, ma non gli sarà facile mantenere le aspettative suscitate anche perché lo si metterà a confronto con il suo popolare (almeno presso il suo clan) predecessore.

Un ulteriore nodo che il presidente Sheikh Sharif dovrà sciogliere riguarda il futuro delle istituzioni transitorie in Somalia. Il problema nasce per lo più dal mancato coinvolgimento nel processo di pace di tutti gli attori locali presenti sul campo. Nel centro-sud, in particolare, sono almeno cinque i gruppi armati che il Presidente dovrà tenere presente per un eventuale allargamento delle istituzioni transitorie; quattro di essi si sono recentemente fusi in una coalizione presieduta dal Dott. Omar Iman – già presidente della Corte Islamica dell’Ars di Asmara – e oggi conosciuta come “Hisbal Islam” (Partito Islamico).

Inoltre è importante fare una netta distinzione tra l’autoproclamata Repubblica del Somaliland e l’amministrazione regionale del Puntland. Il Somaliland, infatti, continua a non voler confluire nel processo di pace, proprio perché difende la propria indipendenza dichiarata unilateralmente nel 1991, e difesa più o meno ufficiosamente da alcuni attori regionali come l’Etiopia e da importanti partner internazionali come la Gran Bretagna.

Decisamente più complessa risulta invece la situazione del Puntland. Se da un lato l’amministrazione regionale non intende infatti ancora proclamarsi indipendente, dall’altro ha comunque da poco dichiarato illegittimo il processo di elezione di Sheikh Sharif. Inoltre, nonostante i delegati del Puntland accorsi a Gibuti per votare il nuovo presidente abbiano sostenuto l’ex leader delle Corti Islamiche, gli stessi sembrerebbero aver agito non in qualità di emissari della regione autonoma, ma piuttosto a titolo personale. Resterà da capire a questo punto se la nomina di un Majerteen come primo ministro riuscirà a convincere il presidente del Puntland Abdirahman Mohamed “Farole” a confluire attivamente nel processo di pace.

Le opposizioni e l’incognita degli Shabab
Le parti che oggi compongono la coalizione “Hisbal Islam”, ad eccezione di al-Shabab, che ne rimane esclusa, conservano la loro base politica principalmente nel sud, nelle regioni del Basso e Medio Giuba. La loro estrazione è per lo più militare, mentre non sarebbero particolarmente omogenei da un punto di vista clanico. L’esperienza comune all’interno della formazione islamista radicale conosciuta nella seconda metà degli anni novanta con il nome di Al-Ittihad al-Islami (Aiai), presente oggi nella “lista nera” statunitense del terrorismo, è un altro denominatore comune. L’Islam radicale che professano non è però la loro caratteristica dominante. Infatti, nonostante l’influenza wahabita, l’intransigenza politica che li contraddistingue è da ricercarsi per lo più nella storia dei propri leader; come Sheikh Hassan Dahir Aweys (ex-colonnello dell’esercito, che partecipò alla guerra dell’Ogaden del 1977-78) e Hassan Turki (anch’egli colonnello dell’esercito sotto Siad Barre e leader del clan degli Ogadeni, oggi particolarmente emarginato in Etiopia).

Anche al-Shabab, secondo fonti somale, potrebbe essere una costola della formazione radicale Al-Ittihad al-Islami. Il movimento, comunque, ha una storia alquanto controversa, ed è oggetto di semplificazioni mediatiche, che tendono per lo più a etichettarlo come terroristico, o in alcuni casi addirittura come “criminale”. Al di là di facili catalogazioni, al-Shabab ha iniziato a far parlare di sé con una certa insistenza nel 2005, trovando la definitiva istituzionalizzazione all'interno della formazione dell’Unione delle Corti Islamiche (Uci) sotto il nome di Haraka al-Shabab (partito dei giovani). Se dal punto di vista ideologico la formazione presenta un profilo ambiguo, spaziando dall'islamismo al nazionalismo, al-Shabab rappresenta da sempre l'avanguardia dell’Uci, soprattutto da un punto di vista militare. Molti dei suoi leader vantano esperienze o parentele nell’ex-esercito nazionale somalo e sembrano provenire da regioni diverse, comprese quelle scissioniste settentrionali (come il Somaliland).

“Hisbal Islam”, al-Shabab e l’Ars-G sono comunque profondamente divise. Una ricucitura dell’opposizione rimane quindi la condizione essenziale per il proseguimento degli stessi accordi di pace, i quali – si auspica – non dovrebbero esaurirsi con le recenti nomine governative.

Fine della guerra per procura?
Il ritiro dell’Etiopia da Mogadiscio e da gran parte del territorio somalo lo scorso gennaio ha certamente segnato una svolta positiva nell’intricato scenario regionale. Nonostante tutto, però, resta oggi particolarmente difficile pensare a un governo somalo totalmente sganciato dagli interessi di Addis Abeba. Del resto, è oramai appurato che l’intervento etiopico del dicembre del 2006 fu motivato più dal timore di un accerchiamento regionale e dal massiccio sostegno che l’Eritrea forniva alle Corti Islamiche, che dal timore per l’Islam radicale professato da alcune frange dell’Uci o da un’adesione alla lotta al terrore portata avanti dall’amministrazione Bush nel Corno d’Africa.

La scelta dell’Etiopia di trovare al più presto una via d’uscita dal teatro somalo va quindi collocata nel quadro di uno sgonfiamento della minaccia eritrea. Inoltre, il gradimento della presidenza di Sheikh Sharif e il precedente allontanamento politico di Abdullahi Yusuf, le cui posizioni intransigenti bloccavano di fatto i piani di uscita etiopici dal paese, testimoniano come anche per Addis Abeba uno stato islamico in Somalia sia accettabile a condizione che esso rimanga fuori dall’orbita di Asmara e rinunci alle rivendicazioni pan-somale sulla regione a maggioranza somala dell’Ogaden.

Dopo essere stata pienamente coinvolta nel conflitto ora l’Etiopia si limita a lanciare sporadici raid volti a sedare eventuali pericoli a ridosso del confine con la Somalia, come dimostra l’ultima incursione nella regione del Bay di pochi giorni fa. Le Corti Islamiche non fanno più paura al gigante del Corno, e di certo non perché l’opposizione islamista confluita nelle Istituzioni Transitorie abbia rinunciato a formare uno stato confessionale, ma perché si è sgonfiato il pericolo più grave: la creazione di uno stato somalo ostile e allineato all’Eritrea. Il problema però non è del tutto risolto, anche perché il sud della Somalia è ancora di fatto in mano agli insorti in parte legati ad Asmara, e un eventuale loro consolidamento a Mogadiscio potrebbe costringere nuovamente il primo ministro etiopico Meles Zenawi a intraprendere la strada militare, con o senza l’avvallo del nuovo governo transitorio.

Matteo Guglielmo è dottorando in Sistemi Politici dell’Africa all’Università degli studi L’Orientale di Napoli, autore del volume Somalia, le ragioni storiche del conflitto, ed. Altravista, 2008.
 
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