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Politica estera italiana
Continuità e cambiamento dalla DC a Berlusconi
Jean-Pierre Darnis
16/02/2009

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Nell'ultimo numero della rivista dello IAI, The International Spectator, Osvaldo Croci propone un'analisi della politica estera italiana secondo un paradigma ciclico, o per dirlo con la letteratura, gattopardesco: l'Italia avrebbe mantenuto dal secondo dopoguerra una continuità atlantista ed europeista seguendo una logica bipartisan, mentre differenze enfatizzate davanti all'elettorato sarebbero servite ad alimentare artificialmente una dialettica politica interna.

Fra europeismo e atlantismo
La continuità di europeismo e atlantismo è un dato fondamentale per l'insieme dei paesi membri della Nato e dell'Ue. Si tratta di un tratto « europeo », e non specificamente italiano. La particolarità della politica estera italiana emerge piuttosto in altri ambiti , come ad esempio il tabù relativo ad una politica nazionalista dopo l'esperienza del fascismo, che si coniuga con l'impossibilità di una politica neo-colonialista. Piuttosto che assecondare le spinte verso una politica di potenza, dal dopoguerra l'Italia, a differenza di altri paesi europei, ha cercato di massimizzare i suoi interessi in contesti multilaterali come la Nato, l'Ue o l'Onu.

Durante il periodo della guerra fredda c'era una forte corrispondenza fra politica interna e politica internazionale. La DC e i suoi alleati si facevano i garanti della scelta occidentale, europea ed atlantica, mentre il Pci all’opposizione ha mantenuto, fino a tardi un forte legame con l'Urss. La sinistra si è progressivamente convertita ai valori occidentali, Europa per prima e Nato poi. L'Europa costituisce una dimensione politica, ma soprattutto economica, essenziale per l'Italia. Emerge in questo periodo una dialettica relativa alla “diversità” dell'Europa comunista - espressa ad esempio dall'eurocomunismo - che rivendicava margini di autonomia nei confronti di Mosca. Ma sarà solo il crollo del muro di Berlino che eliminerà definitivamente l'identità filo-orientale dei comunisti italiani.

La DC e i suoi alleati (Pri, Pli, Psdi) sono stati a lungo i motori dell'impegno atlantista ed europeista dell'Italia. La fine del periodo della guerra fredda segna l'esaurimento della funzione « anti-comunista » delle coalizioni a guida DC, il che ne ha svuotato il contenuto propositivo anche in materia internazionale. Nel frattempo l'Europa è diventata uno spazio altamente competitivo, che richiede un investimento di carattere più specificamente tecnocratico.

Nella stagione post tangentopoli, alcune personalità centriste (Amato, Dini, Ciampi) rilanceranno una politica tecnocratica europeista, ben illustrata dal richiamo ai vincoli esterni in materia di finanze pubbliche, ulteriore testimonianza della valenza economica dell'Europa in Italia. Gli eredi della corrente di sinistra della Democrazia Cristiana (prima Ppi, poi Margherita) hanno spesso rivendicato la continuità con la tradizione europeista italiana.

Va però sottolineato il ruolo importante dei DS nell'ambito di questo adeguamento delle politiche europee in Italia, con un cambiamento rispetto alle radici comuniste , che si manifesta soprattutto con il primo governo Prodi nel ’96 e poi con il governo D'Alema nel ‘98.

La discontinuità di Berlusconi
Gli anni ‘90 segnano una relativa discontinuità nell’europeismo dell’Italia. La discesa in campo di Silvio Berlusconi e l’affermazione di Forza Italia nelle elezioni del 1994 e del 2001 esprime un'altra tendenza, quella di un ritorno della dimensione nazionale come riferimento politico primario. Berlusconi gioca la carta dell'interesse nazionale, il che non significa che abbandoni atlantismo e europeismo. Da questo momento la competitività dell'Italia o del “sistema paese” diventeranno un parametro importante, soprattutto nel contesto europeo.

Dal ‘94 in poi prende avvio anche un’altra importante prassi politica: l'alternanza al potere tra coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra. L'alternanza produrrà un doppio movimento: da una parte il rafforzamento di alcuni aspetti comuni sia alla destra che alla sinistra, in una logica che viene a posteriori chiamata « bipartisan », come ad esempio la difesa dell'assetto industriale nazionale nel contesto, in evoluzione, dei mercati europei. Il decreto che nel 2001 ha bloccato i diritti di voto di Edf dentro Edison illustra bene questa politica comune ai diversi schieramenti.

Dall'altra parte le coalizioni esprimono delle differenze notevoli. A sinistra l'alleanza con Rifondazione Comunista ha prodotto una tendenza pacifista, non interventista e filo-araba, mentre la destra si è mostrata filo-israeliana e incondizionatamente alleata agli Stati Uniti. Queste tendenze opposte non producono effetti: gli interventi militari in Afghanistan nel 2002 e in Libano nel 2006 vengono poi portati avanti da maggioranze opposte a quelle che li hanno decisi. Per quanto riguarda l'intervento in Iraq nel 2003 deciso dal governo Berlusconi, il ritiro sarà realizzato dal centro-sinistra alla fine del 2006, ma era stato già preannunciato dallo stesso Berlusconi qualche mese prima.

Nella fase attuale della politica estera italiana ci sono quindi elementi comuni ai due schieramenti politici, ma anche elementi di contrapposizione, che sono emersi particolarmente grazie all'alternanza del periodo successivo al 1994. Una chiave di lettura importante va ricercata nella rinnovata difesa dell'interesse nazionale, che si è concretamente espressa nello sforzo di promuovere la competitività delle aziende italiane nel contesto dell'integrazione europea, ma anche nella ripresa di un certo pragmatismo nelle relazioni bilaterali, come nel caso dei rapporti con Russia e Cina. In questo contesto l'Italia, tradizionalmente attenta all'economia e al commercio, si è molto rinnovata negli ultimi quindici anni, proiettando logiche di sviluppo continentale che poggiano sull'espansione europea, oppure creando al suo interno delle trincee politiche nel nome dell'italianità. Continuità storiche si osservano nell'espansione mondiale degli industriali del Veneto, moderni mercanti di Venezia.

Si assiste ad una serie di mobilitazioni interne ed esterne, incrociate tra loro, che spiegano le evoluzioni recenti. L'analisi della politica estera italiana deve prendere in considerazione questa particolare fluidità del contesto politico, evitando modelli troppo statici.

Jean-Pierre Darnis è professore associato all'università di Nizza e responsabile di ricerca dell’Area sicurezza e difesa dello IAI.

 
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