IAI
Una riflessione sui mali dell’Europa

Ue: idee e spunti contro la crisi di consensi dell’Unione

8 Ott 2018 - Giovan Battista Verderame - Giovan Battista Verderame

Il processo di integrazione europea attraversa una pericolosa crisi di consensi. La coesione intorno a una visione condivisa che dalle origini aveva consentito di raggiungere importanti e significativi risultati è andata progressivamente indebolendosi. Per la prima volta nella sua storia, la capacità di attrazione dell’ Unione europea viene messa in discussione dall’interno.

I sintomi della Brexit e dei disagi dei cittadini
La Brexit costituisce la manifestazione più mediaticamente rilevante di questo fenomeno, ma non è la sola. Si pensi ai Paesi dell’Est europeo, verso i quali dopo la caduta del muro di Berlino abbiamo sentito il dovere e la responsabilità storica di integrarli nella nostra comunità di valori, e nei quali oggi quei valori sono messi fortemente in discussione, e dove risorgono preoccupanti tendenze nazionalistiche ad anti-liberali.

Ed anche a quanti, in questa parte della vecchia Europa, fanno leva sul disagio di molte categorie di cittadini per taluni aspetti specifici in cui anche l’azione dell’ Unione è carente e non riesce a dare risposte soddisfacenti alle loro esigenze per “fare di tutt’erba un fascio” e propagandare improbabili ricette di affrancamento da quello che essi presentano come lo strapotere di Bruxelles e delle Istituzioni comunitarie.

Contro le sovranità, l’arma (spuntata?) delle cooperazioni rafforzate
Di fronte alla tendenza sempre più diffusa di contrapporre le sovranità nazionali alla sovranità condivisa a livello europeo, anche le cooperazioni rafforzate – che in occasione delle celebrazioni del 60o anniversario del Trattato di Roma erano state presentate come uno degli strumenti principali per scongiurare il rischio dell’immobilismo e fare progredire l’integrazione – assumono oggi una dimensione più impegnativa di quando il concetto cominciò a farsi strada nel lessico e nelle soluzioni tecniche a disposizione degli Stati membri.

All’inizio si trattava di consentire agli “able and willing” di precorrere gli altri in conquiste che prima o poi sarebbero diventate comuni. Oggi il problema dell’“able” è passato in secondo piano rispetto a quello del “willing”. In altri termini, willing per fare cosa?, per far avanzare la prospettiva sovranazionale e federale dell’Europa o per tornare alle alleanze contrapposte che per ben due volte nella storia recente del nostro continente hanno portato i Paesi europei allo scontro? E’ questo il nodo intorno al quale si svolge la contrapposizione tra quello che resta dell’europeismo ‘classico’ e l’avanzata dei sovranismi; e che oggi anche l’Italia deve sciogliere.

Il nodo dell’euro e dell’Unione monetaria
E poi c’è l’euro. L’Eurozona dovrebbe essere il motore naturale degli auspicati sviluppi dell’ Unione verso livelli di superiore integrazione. Ma l’Eurozona è percorsa da contrasti e la sua governance non è certo ottimale anche sotto il profilo democratico. La prospettiva di un bilancio della zona euro è ancora lontana. La crisi di fiducia tra gli Stati dell’area dell’euro è lungi dall’essere stata superata. Il nodo di nuovi strumenti finanziari che potrebbero aprire prospettive di maggiore condivisione dell’obiettivo di favorire la crescita non è risolto. La dimensione politica dell’ Unione monetaria, che comporterebbe ulteriori cessioni di sovranità, è praticamente inesistente.

Per sopravvivere, l’euro ha bisogno del rispetto da parte di tutti di regole di disciplina fiscale e di bilancio. Ma il grado di rigidità di queste regole va misurata sulla necessità di evitare che i Paesi più deboli si avvitino nella spirale di una rincorsa alla crescita resa sempre più difficile dalla mancanza di meccanismi di riequilibrio a livello centrale di cui potersi avvalere per favorire il rilancio dell’economia e dalla contemporanea necessità di rispettare i severi parametri convenuti per la riduzione del debito.

I potenziali benefici di un bilancio comune della zona euro
Tutte le principali Unioni Monetarie esistenti dispongono di un forte potere fiscale centrale. Negli Stati Uniti, ad esempio, il 67% del gettito fiscale va al governo federale, il 20% agli Stati e il residuo 13% ai governi locali. Inoltre i governi degli Stati ricevono dal governo federale fondi pubblici fino al 31% del loro Pil, con una politica di trasferimenti dal centro alla periferia particolarmente significativa.[1]

Ecco perché l’ipotesi di riforma della zona euro basata su un bilancio comune per sostenere gli investimenti produttivi e gestire le politiche comuni anche con ricorso al mercato finanziario, senza che questo comporti una mutualizzazione dei debiti pregressi, resta la strada da percorrere. Intanto, la decisione di scorporare dal debito gli investimenti, la cui efficacia sia stata valutata in comune e con meccanismi assistiti dalla necessaria legittimità democratica, sarebbe un primo passo per superare la sfiducia reciproca di cui sono ancora ostaggio le prospettive di riforma dell’Eurozona.

Quale Europa dietro i movimenti sovranisti?
Ma torniamo alla crisi di consenso che attanaglia l’ Unione. Siamo ancora in tempo per uscirne? Francamente non lo so. Il lento declino della signora Merkel, le crescenti difficoltà di Macron sul piano interno, l’eccesso di assertività italiano di questi ultimi tempi, il rafforzarsi del fronte di Visegrad sono tutti segnali molto negativi. Ma quale Europa s’intravvede dietro il proliferare dei movimenti sovranisti?

Quella di Steve Bannon che, presentando il movimento che intende creare per ragguppare i movimenti sovranisti europei, ha parlato di un’Europa governata dal populismo nazionalista nella quale “si tornerà agli stati nazionali singoli, con le loro identità e i loro confini”? Ma così, alla fine, non solo non vi sarà  una visione condivisa nemmeno tra quelli che oggi credono di averla, ma lo scontro sarà prima o poi inevitabile. Ed è già successo.

Un’alternativa alla mistica dello ‘Stato sovrano’
Nella prospettiva delle elezioni europee della prossima primavera, l’alternativa che si pone oggi con sempre maggiore chiarezza ai leaders dei Paesi europei è se seguire la corrente o cercare di contrastarla infondendo nuova vita al progetto di una “Unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa” iscritto nei Trattati.

Ma per farlo occorre ripartire da dove si era cominciato, e cioè dalla analisi delle conseguenze della mistica dello ‘Stato sovrano’ e dei nazionalismi che ne conseguivano. Analisi che era iniziata ben prima della fine della seconda guerra mondiale: in una lettera del 1918 Luigi Einaudi, che scriveva nel pieno del dibattito sulla creazione della Società delle Nazioni, si leggono queste profetiche parole: “Se si vuole fra venticinque anni una nuova guerra che segni la fine dell’Europa, si scelga la via della società delle nazioni; se si vuole tentare seriamente di allontanare lo spettro della distruzione totale, si vada verso l’idea federale...”.

Quasi 35 anni dopo, nel discorso alla prima seduta dell’Alta Autorità della Ceca Jean Monnet, che non può essere certamente sospettato di furori federalisti, ribadì il concetto: “…I metodi del passato (si sono rivelati) incapaci di eliminare gli antagonismi nazionali che inevitabilmente si manifestano fin tanto che non sono superate le stesse sovranità nazionali.... Io credo che sarebbe bene riflettere seriamente su questi insegnamenti e sulla loro drammatica attualità nell’Europa dei muri, dei nuovi nazionalismi e delle incomprensioni e della sfiducia reciproca.

[1] Domenico Moro, Il bail out degli Stati nelle Unioni federali e nell’Unione pre-federale europea, in Il Federalista, Anna LIII, numero 3