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Conclusioni inconcludenti

Libia: il popolo libico convitato di pietra di questa crisi

1 Ott 2018 - Mario Arpino - Mario Arpino

Come sarà la Libia dopo la Libia? Ormai sarà un caos per sempre, dicono molti pessimisti. Sarà una o trina? Stato, federazione o nulla di tutto ciò? Lo sapremo dopo le elezioni, dicono i pochi possibilisti. Sarà uno Stato unitario, patria di tutto il popolo libico, sostengono all’Onu gli ottimisti. Ma senza crederci davvero.

Ecco, appunto, il Popolo Libico. Il convitato di pietra nel grande banchetto energetico organizzato da altri, per il quale solo un paio di volte, negli anni, ha ricevuto un invito ufficiale. Dicono che questo popolo non esista. Ma chi ha tuttora in loco contatti sinceri, sa che non solo questo popolo esiste, ma che non si riconosce affatto nei capi delle tribù, il cui significato negli anni si è ormai appannato, e nemmeno nei capi delle bande che dal caos traggono vantaggio. Il popolo esiste, eccome, e quando ha potuto esprimersi lo ha fatto con pacatezza e con senso di responsabilità.

Le prime esperienze elettorali
Di fatto, dopo la fine dei bombardamenti e l’assassinio di Gheddafi, i libici hanno avuto la possibilità di esprimersi molto presto. Il capo dell’allora Consiglio nazionale di Transizione (Cnt) Mustafa Abdel Jalil era stato di parola, inducendo le elezioni già per il 7 luglio 2012. A detta degli osservatori, pur essendo le poche Istituzioni ancora non avvezze ai rituali del voto democratico, il procedimento si era svolto in modo sufficientemente ordinato.

Il numero degli iscritti era stato alto, quasi tre milioni di persone, ovvero circa il 25% degli aventi diritto. Tre erano stati i filoni di aggregazione: quello laico-islamico moderato di Mahmoud Jibril, un partito islamico sedicente moderato emanazione dei Fratelli Musulmani e il partito al-Watan (‘la Patria’, vicino ad al-Qaeda) del barbuto comandante dei ribelli Abdel Khadim Belhaj, detto l’Afghano.

Ebbene, con grande sollievo degli spettatori occidentali, il voto popolare aveva assegnato la vittoria alla formazione ‘liberale’ di Mahmoud Jibril. Compito del nuovo Parlamento (di transizione) era esprimere un nuovo primo ministro e scrivere una bozza di Costituzione da portare a referendum, secondo regole certe.

Nuove elezioni parlamentari si svolsero il 25 giugno 2014, anche questa volta vinte dai liberal-democratici, ma furono poi annullate nel novembre successivo dalla Corte Suprema. Afflusso ai seggi questa volta troppo limitato, perché scoraggiato dalla delusione, dagli islamisti e dalle intimidazioni dei capibanda. Si registra l’entrata in campo del generale Khalifa Haftar, con l’operazione Alba, tesa a mettere nell’angolo gli islamisti. Pochi, ma virulenti, anche tra gli eletti.

Oggi regna ancora il caos
Ciò che è successo dopo, compresa la situazione attuale a Tripoli, è noto a tutti, e ne facciamo grazia ai lettori. Ma l’esperienza elettorale conferma che il popolo libico esiste, complessivamente ha idee moderate e ha in comune il desiderio di svolgere i propri affari in santa pace. Ha solo bisogno di qualcosa o di qualcuno che gli restituisca speranza e fiducia. Purtroppo questo “qualcuno” non sembra essere Fayez al-Sarraj.  Tuttavia l’Italia, quasi in solitudine, continua ad affermare che sostiene e sosterrà il così detto “premier dell’Onu”.

In realtà il vero punto di equilibrio, anche in considerazione della situazione di stallo a Tripoli, sembrerebbe cominciare a spostasi verso est, dove prevalgono gli interessi del presidente egiziano al-Sisi e del suo protetto Haftar, il feldmaresciallo mangia-islamisti. In questa direzione, la pressione francese è avvertibile e palpabile.

Siamo a fine settembre, e una fotografia degli indicatori di situazione potrebbe venirci da una sintesi critica delle immagini che seguono.

Quattro immagini significative
Prima immagine: il 28 agosto ben 83 membri del Parlamento di Tobruk, che a suo tempo avevano sostenuto l’accordo politico da cui era nato il Governo di Unità nazionale (Gna) di al-Sarraj, ritirano la fiducia al Gna e chiedono di rivedere l’accordo prevedendo una nuova forma di Consiglio presidenziale e un nuovo presidente.

Seconda immagine: Tripoli nel caos, ostaggio di quattro bande armate (pomposamente chiamate Brigate), con un al-Sarraj che, in carica dal 2016, nonostante il dichiarato supporto dell’Onu, non ha il controllo nemmeno della città, è costretto a chiamare in soccorso le le forze islamiste di Misurata ed ha ormai perso la stima della maggior parte dei libici e della maggioranza moderata in Parlamento.

Terza immagine: leggendo il rapporto al Consiglio di Sicurezza  dell’inviato speciale Ghassem Salameh, nel quale si dipinge con tragica lucidità l’attuale situazione, non manca un diplomatico richiamo alla comunità internazionale perché in questa situazione non rimanga semplice spettatrice. Non è peccato supporre che si rivolga anche a Italia e Francia.

Quarta immagine: l’inviato dell’Onu è stato piuttosto chiaro su un punto conclusivo, nonché programmatico. Ha esternato cosi’: “…se le Istituzioni finora elette non sono in grado di produrre la Costituzione e le regole referendarie, con determinazione cercheremo di venirne a capo con un altro approccio”. Quale? Questo Salameh non lo ha detto.

Evidentemente, esiste già un ‘piano B’, che potrebbe emergere dalla conferenza plenaria prevista in novembre a Palermo. Ancora fiducia ad al-Serraj, certo, ma visto che al popolo libico non piace e che i risultati non ci sono, anche Haftar diventa una risorsa. Ultimamente, qualche movimento esplorativo si è notato anche nell’ambito della nostra politica.

Una conclusione inconcludente
Si ritiene che ben difficilmente, in questo contesto, un accordo durevole possa portare ad una Libia unificata. A meno di improbabili soluzioni che vedrebbero al vertice Saif al-Islam (Spada dell’Islam), il figlio occidentalizzante di Gheddafi. Soluzione unitaria che piacerebbe forse solo a noi e ai tripolini, ma i soliti noti preferirebbero invece un Paese diviso in aree di influenza, con accordi commerciali ed economici di tipo bilaterale. Al momento, quindi, è più probabile una spinta complessiva verso un futuro federale.

E il popolo libico? Se, quando sarà maturo il momento delle elezioni, avesse davvero la possibilità di esprimersi liberamente, potrebbe riservarci delle simpatiche sorprese.