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Europa: ripartire dalle anime e dai territori

8 Ott 2018 - Sara Candido - Sara Candido

“C’era una volta l’Europa”, verrebbe da dire. Ma il sogno europeo appare come un sogno spaccato. Un sogno nato da un incubo, dall’orrore, dal sangue di milioni di vittime che hanno trovato la morte negli anni più bui della storia. Un sogno che ha avuto origine ed ha creato idee profondamente umane che avevano e hanno a che fare con la condivisione culturale e sociale, con la libertà di muoversi attraverso i confini, con la volontà di rivendicare i propri diritti e la dignità di cittadini.

L’Europa unita mi piace paragonarla a un secondo illuminismo che ha modellato la mentalità, le abitudini, la letteratura e le arti non solo di un continente ma dell’intero mondo.

Solo i sogni sono perfetti. Nella realtà applicativa ed empirica sono molte le vicende che fanno da ostacolo ai progetti e agli obiettivi.

Un sesto senso europeo
Mi ritrovo italiana nel 2018. Di nuovo. Non più europea.

La questione migranti; l’apparente interminabile ascesa dei nazionalismi dal 2014; la chiusura delle frontiere e la minaccia dell’uscita del Regno Unito dall’Ue; l’islamofobia; la forbice sempre più divaricata tra i nord e i sud; la rottura di un blocco di Paesi dell’Est che vedono in Bruxelles la nuova Mosca; il baratro della Siria, dell’Iraq e della Libia. E poi c’è la Russia, un abisso enorme sul quale abbiamo l’intenzione di affacciarci.

Spaccature! Alcune grandi, altre apparentemente trascurabili. Ma diventa fondamentale assestare anche quelle più piccole, cioè quelle per le quali anche noi cittadini possiamo dare il nostro contributo.

Recupero dei luoghi
Unita non vuol dire standardizzata e annichilita. Le differenze morfologiche, storiche e politiche saranno i ponti che saneranno le distanze a cui prima ho accennato e che hanno diviso gli europei e depauperato le occasioni di scambio e crescita.

Una ferita sanguinante è rappresentato dall’abbandono dei luoghi. Sono italiana e vengo dalla Calabria. La mia speranza è che i territori come il mio possano nutrire un sentimento più vasto, e che i calabresi (e non solo) si sentano europei e, forse, questo può accadere grazie al recupero dei luoghi.

L’abbandono ha molte facce e le facce hanno diversi colori e sembianze. La Calabria, come tante regioni del nostro continente, è stata teatro di violente migrazioni. Sono le migrazioni di ieri e di oggi che ricordano a tutti noi le fatiche degli uomini e delle donne deradicati dai loro Paesi e lo spaesamento che tocca tutti i sensi, i gesti, i riti, le emozioni di chi “deve” trovare il proprio spazio esistenziale in luoghi che non sono loro e dei quali non hanno memoria. Li vivono con il perenne anelito al ritorno alle loro origini. Dove, purtroppo, ad aspettarli (in caso di effettivo ritorno) vi saranno le rovine del passato. Che si traducono inevitabilmente nelle macerie disintegrate del presente.

Le rovine e le macerie sono vive perché conservatrici del “Genius loci” che è parte integrante del processo di arricchimento e della prospettiva di scambio culturale che l’Europa dovrebbe perseguire e incoraggiare per un duplice obiettivo:

  1. Arrestare il processo di svuotamento e abbandono che alcune zone come la Calabria stanno subendo. La conseguenza più terribile di tutto questo è non solo la potenziale perdita della cultura e della memoria dei luoghi da parte di chi è costretto a lasciarli, ma anche un costante e perpetuo impoverimento di una porzione di cultura europea.
  2. Restare! Restare in questi luoghi. Si può affermare un’utopia delle piccole cose che richiede pazienza e cura, circospezione e tenacia, attenzione e apertura, senso di responsabilità e discorsi che includano un’idea di Europa.

Anima dei luoghi
Il “Genius Loci” è lo spirito del luogo, che viene tramandato di generazione in generazione. Significa elaborare programmi turistici rispettosi della cultura locale, capaci di unire visitatori e popolazione, per un arricchimento reciproco, a tutto vantaggio del territorio.

Significa dare una possibilità di ripartenza alla stagnazione produttiva delle piccole e medie imprese dei territori come l’Italia, attribuendo ai prodotti tipici regionali un trampolino di lancio verso nuovi mercati.

Una rinnovata attribuzione di dignità ai luoghi ormai abbandonati porterà una più compiuta modernità ai territori come la Calabria che, anziché sentirsi parte di un’idea più generale, continua ad essere una “terra inquieta” per usare le parole di Vito Teti.

C’è una ricchezza che non viene trasformata, che non dà risorse, e dalla quale invece può avere origine un’opportunità, finalmente di integrazione e di sincronizzazione con altre zone più fortunate del Continente.

Come il mito greco raccontato da Omero ed Esiodo racconta il rapimento della principessa Europa da parte di Zeus, la migrazione da Oriente a Occidente, e la scoperta di quest’ultimo a cui venne dato il nome della protagonista del mito, così oggi l’Unione europea dovrà farsi carico di quei luoghi che per tanti motivi sono rimasti indietro rispetto all’idea di integrazione e rispetto al sogno di unione e libertà.

Memoria che diventa speranza
“Restare” in questi luoghi deve avere una valenza dinamica. Il viaggio della speranza non va compiuto più soltanto fuori, ma verso il posto in cui si è nati. Chi resta sta compiendo quel viaggio della speranza che prima si compiva fuori. Con la differenza che questo viaggio debba avere l’idea di appartenenza a un sistema sociale, economico e politico che è l’Europa e che è presente per tutti quelli che desiderano tutelarne e sfruttarne le ricchezze.

Sogno un’Europa dove i luoghi dell’abbandono riprendono vita nelle mani di giovani europei. Luoghi che da paesi disabitati diventano centri nevralgici di riscoperta, di scambio e di accoglienza. Luoghi in cui viene immaginata la vita. Di nuovo.

La mia Europa non si limita a commemorare. La mia Europa ha tante anime. E ciascuna di esse vive.