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Europa: una nuova narrativa per rilanciare l’integrazione

7 Ott 2018 - Giovanni Santambrogio - Giovanni Santambrogio

Considerando che sono nato il 30 maggio 1993, l’Europa per me significa la normalità. Non solo l’Europa, ma anche la stessa Unione europea e una serie di vantaggi oggi garantiti ai cittadini europei. Do per scontato la pace, perché non conosco la guerra; do per scontato il cibo in tavola, perché non conosco la fame; do per scontate democrazia e prosperità, perché non conosco totalitarismi e miseria.

Ovviamente, pace e prosperità non sono prerogativa esclusiva dei Paesi membri dell’Unione europea. Va tuttavia sottolineato che non vi è alcuna regione al mondo dove un gruppo così numeroso di Stati abbia raggiunto un livello così alto e diffuso di ricchezza, pace, stabilità democratica e giustizia sociale.

Tuttavia, l’Europa e l’Unione europea si trovano oggi in pessimo stato. La scadente gestione della crisi, in particolare, ha creato l’ambiente ideale per la crescita di movimenti nazionalisti ed euroscettici, bravi ed opportunisti ad incanalare il diffuso malcontento sociale nei confronti di Bruxelles. L’Unione è oggi da molti percepita come una tecnocrazia chiusa nella sua torre d’avorio, interessata unicamente al proprio perpetuarsi.

Dove si è sbagliato?
In molti credono che la crisi economica, peraltro non originatasi in Europa, sia la causa della crisi politica in cui versa l’Unione. Personalmente, mi trovo in disaccordo. A cavallo tra i due millenni, infatti, le difficoltà nel far rispettare le regole comuni (la cosiddetta enforceability) avevano già portato a galla le contraddizioni strutturali dell’Unione e la bocciatura della Costituzione europea ha costituito già di per sé un eloquente campanello d’allarme. Sta di fatto che l’Unione si trovava in una situazione che necessitava un certo ripensamento del proprio funzionamento, e forse della propria ragion d’essere, ben prima del 2008.

Durante gli anni della crisi, l’Unione ha senza dubbio commesso errori di metodo nel tentativo di risolvere la situazione venutasi a creare. Le politiche di austerity attuate in risposta alla crisi economica non solo non hanno funzionato, ma hanno contribuito a peggiorare la situazione. In ogni caso, l’errore maggiore è stato di natura concettuale, nella definizione stessa, e quindi nell’interpretazione, della crisi solo attraverso una lente strettamente economica. Così facendo si è favorito quel meccanismo che ha portato all’ascesa dei movimenti nazionalisti ed euroscettici.

Per questo, è opinione diffusa che la crisi economica abbia generato quella politica. Non solo, le due crisi sono state trattate in maniera sequenziale: per risolvere la crisi politica è prima necessario risolvere quella economica. Ciò evidenzia, una volta di più, l’errore concettuale di non aver capito come le difficoltà economiche non abbiano che esacerbato una pre-esistente crisi politica.  Ci si può spingere fino alla parziale inversione del nesso causale: l’incapacità dell’Unione nell’adeguare le proprie capacità politiche a quelle economiche ha ostacolato la risoluzione della crisi economica.

Come migliorare?
Paradossalmente, il più grande errore commesso dall’Unione risiede nel suo più grande successo.
Nelle idee dei grandi padri fondatori, il progetto d’integrazione europea costituiva essenzialmente un progetto di pace e, in maniera minore, di prosperità. Ambedue gli obiettivi possono dirsi relativamente raggiunti. In questo senso, l’assegnazione del Premio Nobel per la pace all’Unione europea nel 2012 rappresenta il culmine del progetto europeo.

Avrebbe però dovuto rappresentare anche un monito. In genere, una volta che un progetto compie gli obiettivi per cui era stato pensato può ritenersi concluso, a meno che non riesca a reinventarsi. Ed è qui che l’Unione ha sbagliato: ha fallito nel darsi una nuova ragion d’essere quando la precedente, gradualmente, veniva meno e nel reinventarsi adattandosi ai cambiamenti che l’hanno circondata. In sostanza, non è stata in grado di sviluppare una nuova narrativa di ampio respiro e di lungo periodo che ne giustificasse tanto l’esistenza, quanto gli sforzi per continuare sul cammino dell’integrazione.

Ci siamo sentiti ripetere che l’euro andava salvato per la paura di cosa sarebbe potuto succedere. Ma la paura dell’ignoto non basta quando il presente non è di alcun conforto. Per anni è stato detto cosa bisognasse fare, ma mai il perché: tattica senza strategia. Ed è esattamente in queste situazioni che fioriscono i movimenti nazionalisti, capaci di riempire questo vacuum strategico con risposte tanto semplici ed irrealistiche, quanto per questo attraenti.

Un modello in sei princìpi
Quale può dunque essere la nuova narrativa europea?

Per quanto una nuova risposta non possa esclusivamente attenersi a vecchi princìpi, questi ultimi non sono certo per ciò stesso privi di valore. In particolare, la pace e la sua promozione non devono essere dimenticate. A livello geopolitico, inoltre, l’Unione europea rimane l’unica opportunità per molti Stati membri di poter far valere la propria voce nei grandi fora internazionali. Detto questo, quello che serve veramente all’Unione è però un ideale, qualcosa che muova “cuore e menti”.

In un mondo dove il capitalismo nella sua versione finanziaria aggressiva continua a scavare un solco irreversibile tra ricchi e paria; dove la democrazia rappresentativa e la giustizia sociale sono messe a repentaglio dai nuovi ‘uomini forti’; dove proprio chi fugge dalla miseria viene preso come capro espiatorio e massacrato dalla gogna sociale e dove gli Stati Uniti hanno oramai perduto quell’autorità morale quali garanti dei diritti umani, l’Unione europea dovrebbe ergersi a protettrice, al suo interno, e promotore, al suo esterno, di un particolare modello di democrazia, di tradizione illuminista e, quindi, intrinsecamente europeo.

Tale modello dovrebbe articolarsi lungo sei principi: i) difesa della pace; ii) non aggressività in politica internazionale; iii) giustizia sociale; iv) promozione dei diritti civili; v) modello di sviluppo ecosostenibile che miri alla redistribuzione delle risorse; vi) partecipazione, intesa anche come non-esclusione e, quindi, come riconoscimento delle diversità.

Il momento non è chiaramente dei migliori. Se c’è un aspetto positivo dell’attuale questione migratoria in Europa, però, è che pone finalmente l’attenzione sulla crisi politica. Allo stesso modo, si tratta di un ideale difficile da ‘vendere’ e poco comprensibile a coloro che ancora soffrono gli effetti della crisi. Ma d’altro canto, servono risposte complesse a sfide complesse.

Foto di copertina © Flickr/European Youth Event