IAI
Rinnovo accordo in extremis

Commerci: il Nafta 2.0 e lo scontro Usa-Cina

5 Ott 2018 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

Solo all’ultima ora utile è stata raggiunta l’intesa per rinnovare il Nafta, l’accordo commerciale che lega Stati Uniti, Canada e Messico. Escluso dall’accordo siglato alla fine di agosto tra Stati Uniti e Messico, il Canada è riuscito poi a inserirsi nel Nafta 2.0, anche grazie al sostegno della ‘business community’ americana e alle difficoltà che avrebbe incontrato la ratifica al Congresso di Washington di un accordo bilaterale.

Il nuovo patto trilaterale si chiamerà Accordo Stati Uniti-Messico-Canada (Usmca). Il presidente Usa Donald Trump si è affrettato a definirlo “un fatto storico per la nazione americana e per il mondo” perché in grado di favorire – a differenza del passato – equità e reciprocità nelle relazioni commerciali tra Paesi.

Affermazione piena di enfasi, giustificate non tanto dai contenuti del nuovo Nafta, quanto dalla soddisfazione del presidente americano, che aveva assolutamente bisogno di un successo in campo commerciale a poco meno di quaranta giorni dalle elezioni di midterm il 6 novembre. Soprattutto gli premeva dimostrare di non essere solo un demolitore dell’ordine commerciale esistente, dopo mesi di un’aggressiva campagna di dazi commerciali lanciata contro la Cina e nei confronti di molti altri paesi alleati, tra cui il Canada e l’Europa.

I contenuti del Nafta 2.0
Il dato positivo dell’accordo ribattezzato Usmca sta soprattutto nell’aver escongiurato la grave minaccia, profilatasi in quest’ultimo anno, di un vero e proprio smantellamento del Nafta. Le conseguenze sarebbero state disastrose, considerata la preziosa intelaiatura di accordi commerciali e produttivi tra le imprese delle tre economie costruita a partire dal 1994, anno in cui Bill Clinton aveva siglato quell’accordo.

Se guardiano ai contenuti – almeno a quelli finora resi noti – le novità rilevanti sono poche. Tra queste, nel comparto dell’auto la revisione verso l’alto delle regole d’origine che fissano l’uso di input importati. Verrà alzata al 75% (rispetto al 62,5% esistente) la quota di quanto si dovrà produrre all’interno dei Paesi del Nafta per poter poi vendere un’automobile libera dai dazi. Ancora, il 40 per cento di quell’auto dovrà essere prodotta da operai pagati almeno 16 dollari l’ora.

La presunzione è di poter così scoraggiare le imprese americane a spostare le fasi di assemblaggio verso il Messico, il paese a più bassi salari tra i tre. In realtà, siamo di fronte in entrambi i casi a nuove restrizioni che ostacoleranno gli scambi e investimenti a livello intraregionale. Indebolendo così nel suo complesso la catena del valore dell’auto dell’area Nafta. Si tratta di effetti ben diversi da quel ritorno negli Stati Uniti di investimenti e posti di lavoro promesso da Trump in campagna elettorale e riaffermato più volte in questi ultimi mesi.

Per il resto, nell’accordo siglato, ci sono concessioni reciproche di vario genere, come nel comparto agroalimentare e in tema di meccanismo di risoluzione delle controversie, in linea con quanto è solito avvenire in questo tipo di negoziati e che alla fine si bilanciano.

La clausola anti-Cina
Il nuovo Nafta sarà firmato da Trump e dai suoi colleghi messicani e canadesi presumibilmente a novembre al Vertice del G20 che si svolgerà a Buenos Aires. Saranno poi i parlamenti dei tre Paesi a dover esaminare e approvare l’accordo. Al riguardo, nel caso americano le incognite sono davvero molte. Staremo a vedere.

Ciò che si può dire fin d’ora, tuttavia, è che il varo del Nafta 2.0 difficilmente potrà essere letto come l’inizio di un possibile ammorbidimento e cambio di passo dell’Amministrazione americana nella sua aggressiva strategia commerciale. Essa continuerà, soprattutto contro la Cina.

La conferma viene da quello che potrebbe apparire a prima vista un dettaglio dell’accordo Usmca. Ma non lo è affatto. L’inserimento di una speciale clausola – fortemente voluta dai negoziatori americani – che conferisce a ciascuno dei tre partner un vero e proprio potere di veto sulla possibilità per gli altri due di avviare negoziati per accordi di libero scambio con un Paese a economia ‘non di mercato’, e, quindi, con la Cina.

Ora è evidente che per gli americani la clausola è tesa innanzi tutto a impedire alle imprese cinesi di trasformare il Messico o il Canada in una comoda piattaforma per la vendita sul mercato americano di prodotti liberi da dazi. Ma la finalità è soprattutto un’altra. Dopo mesi di aspri confronti con i due partner del Nafta, l’Amministrazione americana vuole cercare di spingere entrambi i Paesi a schierarsi dalla sua parte nello scontro con la Cina, cominciando a fare terra bruciata per le mire di espansione cinese.

Uno scontro strategico Usa-Cina e le implicazioni per l’Ue
Il fatto è che lo scontro tra le due maggiori economie del mondo, dopo mesi di una guerra dei dazi commerciali che ha subito una escalation unilaterale da parte americana nelle ultime settimane, è destinato ad aggravarsi ulteriormente. È ormai evidente che per l’Amministrazione americana – e per influenti circoli dell’establishment americano – il conflitto con la Cina sia andato ben oltre i suoi aspetti commerciali e stia assumendo ormai una natura strategica. Questa sembra essere la posizione, ad esempio, dei due più potenti consiglieri in tema di politica commerciale del presidente americano, Peter Navarro e Robert Lighthizer.

Ma se si ritiene che sia in gioco l’interesse nazionale a lungo termine degli Stati Uniti, c’è da temere che la politica commerciale e la politica di sicurezza nazionale americane non resteranno più separate, e si muoveranno sempre più all’unisono. Una china, quest’ultima, che una volta imboccata rischia di diventare davvero pericolosa, come ci insegnano altre esperienze del passato.

Un’ultima considerazione riguarda l’Europa. La prospettiva che nonostante la sigla del Nafta 2.0 la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina sia destinata a inasprirsi imporrà scelte sempre più complesse e difficili – e non solo in tema di politiche commerciali – agli altri grandi poli del sistema globale e in primo luogo ai Paesi europei.

L’Europa è riuscita finora a ben destreggiarsi tra un progressivo deterioramento delle relazioni transatlantiche e un suo rinnovato interesse nei confronti della Cina e, più in generale, dell’Asia del Pacifico. Una posizione di terzietà che ha avuto fin qui carattere marcatamente difensivo. Il rischio è che si riveli assai fragile di fronte al deciso inasprimento, come si è detto, della strategia americana. È assai probabile che l’Ue sarà chiamata a rivederla e assumere una posizione decisamente più assertiva e propositiva, per evitare di pagare un prezzo molto alto in termini di coesione interna e credibilità internazionale.