IAI
Dopo l'accordo con il Vaticano

Cina: protestanti denunciano violazioni libertà religiosa

8 Ott 2018 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

Una petizione, firmata nei giorni scorsi da 297 pastori protestanti di 21 province della Cina, denuncia la sistematica violazione della libertà di religione da parte del governo di Pechino a cui chiede di porre rimedio. Nel mirino – dice il documento – le chiese cristiane, in particolare dopo l’entrata in vigore, nel febbraio scorso, di nuovi regolamenti più restrittivi. La petizione ha quasi coinciso con la notizia che Vaticano e Cina avevano raggiunto, dopo decenni, un accordo per una sostanziale normalizzazione dei loro rapporti.

La descrizione fatta dai pastori di edifici di culto e croci abbattute, di obblighi – come quello di esporre la bandiera nazionale -, di divieti – come quello di dare ai propri figli un’educazione conforme alla fede cristiana -, combacia con quella dei cinesi che chiedono asilo politico nel mondo.

L’effetto delle persecuzioni religiose sulle migrazioni
Secondo gli ultimi dati del Global Trends dell’ Unhcr, dal 2010 al 2017 sono saliti da 10.617 a 57.705. I media l’hanno chiamata immigrazione silenziosa. Tutti gli osservatori dei flussi migratori sono concordi nel dire che ultimamente l’incremento dei cinesi richiedenti protezione per discriminazione e persecuzione a sfondo religioso ha iniziato a galoppare.

L’Italia non è indenne da questo fenomeno. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha registrato, nel 2017, 318.975 cittadini di origine cinese regolarmente residenti in Italia. Le richieste di permessi per lungo periodo dal 2012 sono aumentate del 4,7%. Alle motivazioni dell’espatrio per motivi di lavoro (60%), per motivi familiari (30,7%) e per ricongiungimento (52,7%) è in crescita il dato statistico di coloro che scappano perché non vogliono rinunciare alla propria religione.

Differenze fra cattolici e protestanti nel rapporto con Pechino
Nel loro documento i pastori non soltanto lamentano gli aspetti più appariscenti dell’azione governativa contro le chiese che ritengono fuori legge, ma il controllo che l’autorità politica pretende di esercitare. Mentre Papa Francesco ha raggiunto un primo accordo sulla nomina dei vescovi locali, la realtà protestante in Cina soffre la varietà delle diverse denominazioni, l’organizzazione congregazionalista di molte chiese e la mancanza, dunque, di una gerarchia unica e riconosciuta.

Più forte è da parte loro l’esigenza di separazione tra Chiesa e Stato: “In nessuna circostanza – scrivono i pastori – indurremmo le nostre chiese a unirsi a un’organizzazione religiosa controllata dal governo, a registrarsi presso il Dipartimento dell’Amministrazione religiosa o ad accettare qualsiasi tipo di affiliazione”.

Se formalmente la Costituzione della Cina garantisce la libertà religiosa, di fatto negli ultimi anni, da quando è in carica il presidente Xi Jinping, la sorveglianza governativa si è inasprita. Ad essere stata messa al bando nei giorni scorsi, per avere rifiutato di installare telecamere a circuito chiuso, è stata la Zion Church, una delle maggiori chiese protestanti non ufficiali di Pechino. La loro non ufficialità è dovuta proprio al loro rifiuto di essere regolamentate.

Differenze e analogie con la situazione italiana
In Italia i rapporti tra Stato e Chiesa sono definiti, per quella cattolica romana dal Concordato, per le altre da Intese (finora stipulate da 11 confessioni religiose), ma non c’è alcuna obbligatorietà in questo senso. Numerose sono le chiese evangeliche che in nome della loro autonomia non vogliono alcuna Intesa con lo Stato. Una libertà questa che in Cina non è contemplata.

Ecco che allora sono definite impropriamente ‘sotterranee’ le chiese che semplicemente in Cina non accettano il tipo di regolamentazione richiesta dal governo. D’altra parte ‘Mussolini docet’ che a infastidire ogni regime che rivendica un controllo totale sulle libere espressioni della società civile sono le chiese-comunità del protestantesimo che, sul modello di quelle neo-testamentarie e ispirate dal principio del “sacerdozio universale dei credenti”, si auto-organizzano e vivono la loro fede a volte in una dimensione domestica o di piccoli gruppi riuniti nella preghiera e nello studio biblico. Ancora oggi la difficoltà di un’Intesa tra Stato italiano e Islam nasce anch’essa dal fatto che non c’è un organismo unico a cui facciano capo tutte le moschee e tutti gli Imam.

Fatto sta che, al di là delle cifre fornite dal governo cinese che parla di 23 milioni di cristiani in tutto il Paese, il cristianesimo è in Cina una religione in crescita che si aggira sui 100 milioni di fedeli, di cui la maggioranza protestanti. Dopo l’accordo con il Vaticano, Xi Jinping dovrà vedersela con loro che sembrano quanto mai decisi a resistere. “Su questa terra – ha dichiarato recentemente il pastore Jin Mingri della Zion Church – l’unico di cui possiamo fidarci è Dio”.