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Dopo le elezioni generali

Bosnia-Erzegovina: instabilità senza cambiamento

11 Ott 2018 - Alfredo Sasso - Alfredo Sasso

“Hanno speso più soldi per i fuochi d’artificio di stasera che per le autostrade costruite in quattro anni”. Nella notte di domenica 7 ottobre, tra i social girava questa battuta sulle celebrazioni dell’Sda nel cielo di Sarajevo, proprio mentre in un ristorante di Banja Luka Milorad Dodik cantava pezzi folk a squarciagola insieme allo stato maggiore dell’Snsd. Festeggiavano così i due grandi vincitori delle elezioni generali della Bosnia-Erzegovina, che riescono a esprimere due dei tre eletti della presidenza tripartita: i nazionalisti bosgnacchi dell’Sda – con Šefik Džaferović, delfino dell’uscente Bakir Izetbegović – e i nazionalisti serbi dell’Snsd, con Dodik, appunto.

Oltre a conquistare i posti nella presidenza collettiva, i due partiti si riconfermano come forze di maggioranza relativa nel voto parlamentare delle rispettive entità, con l’Sda che raccoglie circa il 26% nella Federazione di Bosnia-Erzegovina e l’Snsd che ottiene il 39% in Republika Srpska, risultati simili a quelli di quattro anni fa.

Per via dell’esasperante lentezza dello spoglio coordinato dalla Commissione elettorale centrale (giovedì si era ancora tra l’80% e il 90% dello scrutinio) non ci sono ancora i dati definitivi e, dunque, le ripartizioni dei seggi parlamentari. Ma è scontato pensare che entrambe le forze saranno nella coalizione di governo a livello statale, a cui dovranno aggiungersi almeno altre due forze per raggiungere la maggioranza. Il premier, per principio di rotazione etnica, dovrebbe essere un serbo e dunque appartenente all’Snsd. Sda e Snsd saranno, inoltre, i perni attorno a cui ruoteranno gli esecutivi nelle due entità.

Tra conservazione e “politica pesante”
È la vittoria della conservazione, trattandosi dei partiti radicati da più tempo e più solidamente nelle istituzioni. È soprattutto la vittoria di quella che si potrebbe definire “politica pesante”, fatta di tessere, pressione sociale, manifesti onnipresenti, identificazione tra Stato e partito, promesse e misure assistenzialiste, ciò che in Bosnia-Erzegovina generalmente si riassume sotto il nome di “macchinario di partito” (partijska mašinerija). In Bosnia-Erzegovina un quinto degli abitanti è iscritto a un partito (per capirci, in Italia saremmo a un trentesimo, secondo i dati più al rialzo). La politica è ancora considerata come uno strumento di accesso a salario, welfare o a contatti per ottenerli. Prevale così la legge del “Vota per il diavolo che conosci”, brillantemente coniata dalla politologa Jessie Hronesova.

Il richiamo alla nazione organica, ben racchiuso in slogan sommari – la “Forza del popolo” verde sgargiante dell’Sda e il “Sotto la bandiera della Srpska” bianco-blu-rosso dell’Snsd – ha poi fatto il suo. Così questi due partiti hanno cannibalizzato gli avversari. L’Sbb, partito bosgnacco dell’editore Radončić, è crollato dal 14 al 6%, mentre l’opposizione dei partiti serbi anti-Dodik ha conosciuto la sua settima sconfitta elettorale di fila mentre già nei mesi prima del voto si registravano autentiche fughe di militanti, quadri e sindaci verso l’Snsd, soprattutto nella Srpska orientale.

La riscossa delle forze civiche
Quali sono i risultati delle forze “alternative” ai partiti etnici? Un dato fondamentale delle elezioni è la vittoria di Željko Komšić del Fronte democratico (centrosinistra civico) per il seggio croato. Komšić è riuscito a evitare l’elezione di Dragan Čović dell’Hdz (nazionalisti croati conservatori), che dalla presidenza avrebbe potuto creare un corto circuito istituzionale d’intesa con il suo alleato d’intenti Dodik. La netta vittoria (con il 53%, superiore ai primi dati preliminari) lo conferma, a dodici anni dalla sua prima vittoria nelle presidenziali, come il leader incontrastato dell’opzione civica bosniaca.

Nel campo dei partiti civici, che correvano in ordine sparso, l’altro dato importante è indubbiamente il successo storico di Naša Stranka (Il nostro partito), forza liberal-socialista che entra per la prima volta nel Parlamento statale (4,6%) e per la prima volta ottiene risultati degni al di fuori di Sarajevo, grazie a una comunicazione innovativa e rivolta soprattutto ai giovani.

Nel cantone della capitale, Naša Stranka è il secondo partito con il 13%, ma con punte del 23% nel centro città. Un risultato che potrebbe persino aprire le porte al governo del cantone, se si facesse strada l’ipotesi di un’alleanza ad excludendum nei confronti dei nazionalisti bosgnacchi dell’Sda.

I croati-bosniaci ago della bilancia
Ora la domanda è se e come le istituzioni potranno funzionare stabilmente. La prima incognita è quella di come si comporterà l’Hdz. Già da mesi i nazionalisti croati lasciavano intendere che, se fosse stato eletto Željko Komšić alla presidenza, avrebbero fatto ostruzionismo rispetto alla convocazione dei diversi rami parlamentari. Questa mossa, a sua volta, impedirebbe la formazione degli esecutivi federale e statale.

I nazionalisti croati potrebbero anche sfruttare il vuoto normativo prodotto da una sentenza della Corte costituzionale del 2016 – che dichiara illegittimi alcuni passaggi della legge elettorale per la composizione della Camera Alta della Federazione – per imporre la creazione di un “distretto elettorale croato” che gli garantisca il totale controllo sul sistema, applicando un principio rigidamente etnico-territoriale.

Questi pasticci dell’etnocrazia rischiano di creare una situazione di stallo simile a quella del 2010/12, quando il paese rimase per 15 mesi senza governo. Il governo della Croazia si è rapidamente allineando all’Hdz bosniaco, come dimostra la durissima dichiarazione del premier croato Andrej Plenković (“L’elezione di Komšić non è una buona notizia per la Bosnia-Erzegovina”). Questo atteggiamento non faciliterà di certo la conciliazione regionale, né la risoluzione della crisi.

La seconda incognita è su come lo stesso Željko Komšić interpreterà il proprio ruolo. Poche ore dopo l’elezione, il presidente croato-bosniaco ha affermato che la Bosnia-Erzegovina “ha il diritto di fare causa alla Croazia al Tribunale internazionale del diritto del mare di Amburgo” sulla questione del ponte di Pelješac, uno dei temi più controversi dei rapporti Bosnia-Croazia degli ultimi anni. A prescindere che Komšić possa o meno avere ragione nel merito e nei fondamenti legali, la tempistica della dichiarazione non pare fortunata. In un momento di incertezza in cui tutti usano retoriche aggressive, la sensibilità pro-bosniaca di Komšić si potrebbe impegnare per riallacciare legami e ricostruire un contesto stabile, sia nel Paese che nella regione. Alzare i toni alimenta un gioco allo scontro che favorisce solo gli attori etnici, non la soluzione civica.

L’ultima incognita è, naturalmente, Milorad Dodik. Nelle prime ore da presidente statale, l’attuale leader della Republika Srpska ne ha dette già di tutti i colori: vuole riconoscere l’annessione russa della Crimea, intende vedere subito il presidente russo Vladimir Putin e quello serbo Aleksandar Vučić, esige destituire gli ufficiali responsabili di aver negato lo scorso agosto, per motivi di sicurezza, l’ingresso in Bosnia-Erzegovina allo scrittore russo ed ex-paramilitare Zahar Prilepin. L’impegno di Dodik per debilitare le istituzioni statali dall’interno è appena iniziato. E nessuna forza, per ora, sembra in grado di fermarlo.

Questo articolo è frutto di una collaborazione editoriale tra Istituto Affari Internazionali e Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa. Una versione integrale è stata originariamente pubblicata su OBCT.