IAI
Pulsioni indipendentiste e repubblicane

Spagna: Catalogna, la Diada un anno dopo la repressione

14 Set 2018 - Elena Marisol Brandolini - Elena Marisol Brandolini

Un milione di catalane e catalani, convocati dall’associazionismo indipendentista, è sceso in piazza per il settimo anno consecutivo l’11 settembre, Diada de Catalunya, occupando la Diagonal di Barcellona. Per reclamare la libertà dei prigionieri politici e la Repubblica, un anno dopo la repressione dello Stato spagnolo contro una popolazione inerme ai seggi elettorali, la leadership indipendentista rinchiusa in carcere o in esilio e l’autogoverno della Catalogna soppresso per molti mesi. Un popolo pacifico e consapevole che ha perso la paura e si riprende la scena. Comincia cos, con la Diada, ì l’autunno catalano un anno dopo.

Un anno dopo, terrorismo sulla Rambla
Le immagini di un anno prima iniziano che è ancora estate. Le prime, tragiche, sono parte di un’altra storia, quella del terrorismo jihaidista, che tra il 17 e il 18 agosto uccide 16 vittime tra Barcellona e Cambrils. Alla grande manifestazione contro il terrorismo convocata alcuni giorni dopo a Plaça Catalunya sopra la Rambla, la gente regala fiori ai Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, e fischia il re Felipe VI, compromesso in affari con monarchie illiberali e presunte finanziatrici del terrorismo.

Per la prima volta la piazza grida quello slogan che è anche un annuncio per i mesi successivi: “No tinc por”, non ho paura. Un anno dopo, nel primo anniversario della strage, spicca l’assenza dei due protagonisti di quel periodo che in tre giorni sgominarono il commando jihaidista: l’allora consigliere degli Interni Forn, in carcere dal 2 novembre per avere convocato il referendum del 1 ottobre e successivamente proclamato l’indipendenza, e l’ex capo dei Mossos Trapero, accusato di sedizione per aver permesso la celebrazione del referendum.

Le vittime e le famiglie delle persone rimaste uccise nell’attentato denunciano di essere state abbandonate dalle istituzioni in tutto quest’anno. Gli eventi dei mesi successivi alla strage, così densi e convulsi, non hanno consentito fino in fondo a Barcellona e al popolo catalano l’eleborazione di quel lutto.

Un anno dopo, l’autunno dell’indipendenza catalana
L’autunno catalano per l’indipendenza prende abbrivio il 6 e 7 settembre con l’approvazione nel parlament delle leggi sul referendum e la disconnessione giuridica. In un crescendo di entusiasmo, illusione, incoscienza si arriva al 20 settembre quando la polizia spagnola per la prima volta entra negli edifici della Generalitat. La gente scende in piazza quel giorno e quelli successivi fino al referendum del 1 ottobre, fino allo sciopero di Paese del 3 ottobre: è la fase dell’empoderament del poble, della sovranità popolare.

Per questo, Jordi Cuixart e Jordi Sánchez, leader del movimento, sono in carcere dal 16 ottobre. La stampa internazionale guarda con simpatia quel movimento pacifico e di massa e denuncia la violenza della polizia spagnola sulle persone in fila a votare. Poi comincia il periodo più difficile, in cui prevalgono lo smarrimento, la repressione e il lutto, scandito dalla dichiarazione di una Repubblica durata poche ore, il commissariamento delle istituzioni catalane e l’imprigionamento di parte dei leader indipendentisti tra cui il vice-presidente Junqueras. Mentre il presidente Puigdemont ed altri consiglieri del suo governo si autoesiliano a Bruxelles con l’obiettivo d’internazionalizzare la causa catalana.

Il movimento indipendentista di nuovo in campo
Un anno dopo, con la Diada il movimento indipendentista è di nuovo in campo, anche se al suo interno vivono ipotesi molto differenti sul futuro, perché diversi sono i giudizi sul recente passato. L’eleborazione della sconfitta non è compiuta e i messaggi spesso sono contraddittori. Un anno dopo è cambiato il quadro politico della Spagna: il Pp non è più al governo del Paese e il socialista Sánchez ha vinto la mozione di sfiducia contro Rajoy con i voti di Podemos, dei nazionalisti e indipendentisti baschi e degli indipendentisti catalani. Si è avviato un dialogo tra governo spagnolo e Generalitat, ma si è ancora all’inizio e le posizioni sono molto distanti.

Un anno dopo nove uomini e donne dirigenti indipendentisti sono in regime di carcerazione preventiva in attesa del processo che inizierà questo autunno, accusati di delitti che non hanno mai commesso e che presuppongono una violenza che non c’è mai stata. Altri sette hanno trovato rifugio fuori della Spagna, in Belgio, Scozia e Svizzera. Il giudice Llarena, istruttore della maxi-causa contro l’indipendentismo, ha ritirato l’euro-ordine di cattura emesso nei loro confronti, perché la giustizia degli altri Paesi europei, Belgio e Germania, Paese quest’ultimo in cui Puigdemont era stato arrestato, non riconosce l’imputazione del delitto di ribellione che prevede una rivolta violenta che non si è vista. Ed è proprio l’esistenza di prigionieri politici ed esiliati a complicare il dialogo, a mettere a rischio la possibilità di una soluzione politica al conflitto istituzionale.

Una società catalana plurale
In Catalogna non è a rischio la convivenza, ma la società è divisa al suo interno. La polemica sui fiocchi gialli, esibizione di solidarietà nei confronti dei prigionieri politici, riapre un dibattito sulla strada come spazio di espressione delle libertà e del pluralismo. L’indipendentismo non ha ancora la maggioranza sociale, ma se ci fossero nuove elezioni in Catalogna ne verrebbe riconfermata la maggioranza parlamentare.

Il presidente della Generalitat Torra, nella conferenza stampa con i corrispondenti stranieri il giorno della Diada, dice che ci sono tre grandi temi di consenso su cui converge la grande maggioranza della società catalana: il diritto all’autodeterminazione, il rifiuto della monarchia e la libertà dei prigionieri politici. Il governo catalano punta di nuovo a concordare con il governo spagnolo un referendum di autodeterminazione, ma Sánchez si dice disponibile solo a un voto su un nuovo Statuto.

Una parte del movimento indipendentista continua a pensare che la soluzione stia nella via unilaterale all’indipendenza. Un’altra parte lavora all’allargamento del consenso sociale. Intanto, per la Diada in piazza tutti insieme per la libertà dei prigionieri politici e la Repubblica. Il nuovo autunno catalano è già qui.