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Usa ed Ue distratti

Siria: ancora senza pace, ma forse evitato massacro Idlib

21 Set 2018 - Laura Mirachian - Laura Mirachian

Quasi in sordina, senza immagini televisive, dopo mesi di minacce (incluse quelle turche), silenzi (russi), fallimenti negoziali (il vertice della ‘triade’ russo-turco-iraniana a Teheran il 7 settembre), e incessante pressione delle forze armate di Assad in area, il 17 settembre Putin ed Erdogan hanno raggiunto a Sochi un’intesa che dovrebbe evitare il paventato massacro di Idlib e l’esodo di migliaia, o meglio centinaia di migliaia, di rifugiati dalla Siria verso l’Europa via Turchia.  Scarni e rari i resoconti e commenti stampa, in omaggio alla ormai consueta ‘distrazione’ di Stati Uniti ed Europa, impegnati in ben altre battaglie entro e fuori casa.

I contenuti dell’intesa tra Russia e Turchia
L’intesa tra Russia e Turchia dovrebbe prevedere una zona smilitarizzata intorno a Idlib lungo la linea di contatto tra opposizione e forze di Assad entro il 15 ottobre, lo sgombero di milizie e armamenti pesanti dell’opposizione entro il 10 ottobre e un pattugliamento russo e turco in funzione di monitoraggio. In sostanza, l’applicazione delle intese di de-escalation del maggio 2017. Nei comuni auspici, dovrebbe riaprirsi la strada al processo di pace sotto egida delle Nazioni Unite bloccatosi da anni e nel frattempo sostituito dal processo di Astana sotto egida russa e con il coinvolgimento di Turchia e Iran.

Restano da definire i dettagli dell’intesa, che come sempre sono cruciali, ‘the devil is in details’. Ad esempio, perché si citano solo le armi pesanti escludendo quelle leggere?, e, soprattutto, quali sono i miliziani che dovrebbero sgomberare?, e in quale direzione? E’ noto che a Idlib si è creata una commistione sul campo tra combattenti delle diverse fazioni e separare i ‘terroristi’ dagli altri combattenti è diventato difficile.

Troppe incognite per una soluzione permanente
E peraltro, la definizione del termine ‘terroristi’ rimane uno dei più pesanti nodi di questi anni di guerra siriana: anche la meno ambigua delle risoluzioni dell’Onu, la 2253/15 sulla lotta al terrorismo, si limita a citare ‘gruppi affiliati’ ad Al-Qaida, evitando troppe precisazioni. Senza contare il destino dei curdi, che per  anni hanno collaborato con la coalizione anti-Isis a guida americana e sono stati già respinti a est dell’Eufrate da precedenti intese turco-russo-americane, che hanno aperto la strada all’avanzata delle forze turche nel nord siriano (le due offensive ‘Scudo dell’Eufrate’ nel 2016 e ‘Ramo d’Ulivo’ nel 2018)

Troppe incognite per immaginare che la soluzione sia permanente. Erdogan potrebbe aver acquisito quella ‘zona cuscinetto’ a lungo ricercata oltre i propri confini, ma saprà, o meglio vorrà, controllare un’opposizione che rimane in armi, e che ha foraggiato per anni. sostenendo l’organizzazione di Consigli municipali e di un cosiddetto Esercito libero siriano?

Se infatti è evidente che Putin vuole chiudere la partita siriana che pesa non poco sulle finanze russe, avendo ormai raggiunto i suoi obiettivi – essenzialmente il rafforzamento della presenza militare sulle sponde del Mediterraneo e una certa dose di prestigio internazionale – l’obiettivo di Erdogan è non disperdere l’investimento fatto in questi anni nella crisi siriana e consolidare definitivamente la presa sui territori del centro-nord, fino alle porte di Aleppo. Anche per ricollocare almeno parte degli oltre tre milioni di rifugiati siriani che stanno rischiando di creare scompiglio nel tessuto sociale turco. Come dire, una spartizione di fatto del territorio siriano, da sancire poi al tavolo negoziale di Ginevra. Sarebbe disponibile la Russia a questo disegno (senza contare le mire di Assad)?

Un accordo che non chiude la vicenda siriana
L’intesa riscontra dunque parzialmente le istanze turche ma non le garantisce. E probabilmente non sarebbe stata nemmeno accettata se nel frattempo i rapporti di Ankara con Washington non si fossero deteriorati al punto da fare sfumare ogni speranza di un qualche appoggio americano.

In ogni caso l’intesa di Idlib, anche al netto delle incognite in parola,  non chiude la vicenda siriana. Altre nuvole di guerra si addensano nei cieli. L’abbattimento ‘per errore’ di un jet russo nei pressi di Latakia il 17 settembre da parte della contro-aerea siriana, mentre era in corso un’offensiva israeliana contro depositi militari siro-iraniani, è solo una vistosa manifestazione di un conflitto parallelo che si svolge sul fronte-sud e che vede come protagonisti in primis Israele e Iran. Secondo le stesse fonti israeliane, sono oltre 200 i bombardamenti  effettuati in territorio siriano negli ultimi 18 mesi, tutti mirati non tanto contro Assad – bene o male il ‘migliore dei nemici’ -, ma a bloccare la capacità operativa dell’Iran e dei suoi alleati Hezbollah.

Gli interessi di Israele in gioco
Forte delle posizioni assunte da Trump nei confronti di Teheran con la denuncia dell’accordo nucleare Jcpoa, Netanhyau ha messo in chiaro che è interesse assoluto di Israele il totale sgombero della presenza iraniana e relative milizie dall’intero territorio siriano. Sono in questione le basi militari in allestimento e  il potenziale missilistico. Per Israele, si tratta di interrompere l’espansione iraniana lungo la traiettoria verso il Mediterraneo (Teheran-Baghdad-Damasco) che si snoda appunto a ridosso di Israele, nei cui confronti le posizioni negazioniste iraniane sono ultra note. In questo caso, la Russia è corsa rapidamente ai ripari, negoziando con l’Iran l’allontanamento dalle frontiere israeliane per 85 chilometri lungo le Alture del Golan con un monitoraggio di contingenti di polizia militare russa.

Una formula pragmatica, che verrebbe incontro ad Israele senza compromettere i rapporti con Teheran,  alleato ancora utile per concludere la campagna siriana e con cui intrattiene fruttuose intese bilaterali sul piano commerciale, militare, energetico. Ma giudicata insufficiente da Israele. E peraltro, la gestione dell’episodio del 17 settembre, trattato con tutte le cautele diplomatiche, conferma che Mosca non intende guastare il rapporto con Tel Aviv. Nelle circostanze date, saranno cruciali i segnali degli altri grandi attori internazionali, fino a che punto gli Stati Uniti vorranno sostenere le istanze di Israele e fino a che punto l’Europa vorrà incidere sulla strategia dell’Iran. Anche se le sorti della guerra e della pace in Siria, come dell’intesa su Idlib, rimangono  prioritariamente in mano russa.