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La questione del diritto al ritorno

MO: l’impatto del taglio dei fondi da Usa a Unrwa

10 Set 2018 - Ludovico De Angelis - Ludovico De Angelis

La recente decisione degli Stati Uniti di tagliare tutti i fondi destinati all’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati del conflitto arabo-israeliano del 1948 (Unrwa) si inserisce nel contesto di un dibattito politico decennale. Trasformatosi in controversia, questo ha riguardato, tra una serie di questioni spinose legate ai rapporti israelo-palestinesi, il diritto al ritorno dei rifugiati del conflitto, sancito dalla risoluzione 194 dell’Assemblea Generale (1948) e ribadito, pur non sempre direttamente in merito al caso palestinese, da altri importanti impegni, risoluzioni o dichiarazioni internazionali.

Del diritto al ritorno beneficiano tutti i rifugiati del conflitto del 1948, individui il cui abituale luogo di residenza fra il primo giugno del 1946 ed il quindici maggio 1948 era la Palestina (mandataria, post-1919) e che hanno perso sia l’abitazione che i mezzi di sopravvivenza a causa del conflitto. La genesi di questo nodo politico giace quindi negli avvenimenti che, dalla fine del ‘47 alla cessazione delle ostilità nel marzo ‘49, si sono succeduti nei territori della Palestina mandataria e che, dopo il maggio ‘48, hanno coinvolto direttamente lo stato di Israele.

Il diritto al ritorno, fondamenti e contestazioni
Il diritto al ritorno è, in teoria, un diritto che si configura come universale. In pratica, tuttavia, la stragrande maggioranza dei beneficiari sono arabi di Palestina (o, a causa dello scorrere del tempo, i discendenti dei primi rifugiati maschi). Infatti, al momento delle ostilità, gli Yishuv, ovvero gli ebrei che si trovavano nell’area della Palestina mandataria prima della nascita d’Israele, si rifugiarono, perché in larga maggioranza già vi si trovavano, entro i confini del neonato Stato ebraico.

Anche il dibattito sulle cause scatenanti la decisione degli arabi di Palestina di lasciare le loro case, vuoi all’interno dei confini dell’attuale stato di Israele, che all’interno del più ampio territorio mandatario, è ancor oggi oggetto di un’accesa disputa storiografica. Questa vede da un lato, la storiografia israeliana tradizionale, dall’altro, quella dei new historians (Shlaim, Morris, Flapan, Pappe, etc), anch’essi a loro volta divisi su alcune questioni, compresa quella sopra menzionata.  C’è poi un’ulteriore controversia relativa alla natura degli eventi del 1948: per i palestinesi, rappresentano la Nakba (la catastrofe); per gli israeliani, essi rappresentano la guerra di indipendenza che ha realizzato il sogno di Theodor Herzl (Der Judenstaat, 1896).

L’impatto del taglio dei fondi
Questa è la cornice, necessariamente sintetica, dentro cui si inserisce la controversia relativa al taglio dei fondi all’ Unrwa da parte Usa, suo maggior donatore, che è legata a doppio filo alla questione degli attuali cinque milioni di rifugiati palestinesi (residenti per un terzo nei campi Unrwa in Libano, Giordania, Siria, Gaza e Cisgiordania e per il resto negli agglomerati urbani dei Paesi ospitanti) che godrebbero della possibilità di tornare nelle terre dei loro avi, buona parte di queste nell’odierna Israele. Ciò pone molteplici problematiche: di natura umanitaria e securitaria nonché, e fa un certo effetto affermarlo, di natura demografica; ma anche, retrospettivamente, di natura giuridica: infatti, l’ammissione di Israele all’Onu fu condizionata proprio all’attuazione della 194.

In un articolo apparso recentemente sul conservatore Jerusalem Post,  un alto ufficiale dell’esercito israeliano avvertiva che il taglio dei fondi all’ Unrwa non avrebbe giovato alla sicurezza nei territori occupati da Israele in Cisgiordania (per Tel Aviv, Giudea e Samaria), paventando l’incremento di incidenti e proteste. Lato umanitario invece, come sottolineato dall’ Unrwa, la decisione potrebbe avere delle conseguenze disastrose per la vita di milioni di persone, tra limiti all’assistenza psicologica, blocco nelle cure di malattie croniche e istruzione.

Il significato politico della decisione americana
Il nodo principale, oltre che nella somma che gli Usa hanno deciso di non versare (essi forniscono un terzo del budget totale), sta nel suo significato politico. Infatti, dopo aver deciso di ricollocare l’ambasciata a Gerusalemme, riconoscendo de facto la città come capitale di Israele (la Knesset la dichiarò capitale “complete and united” già nel 1980), questo gesto rinsalda ancor di più la vicinanza tra Washington e Tel Aviv, ma fa perdere parallelamente la posizione di supposto honest broker del conflitto agli Usa. Ciò avviene in un momento in cui la destra israeliana sembra aver completamente fatto breccia nel meccanismo decisionale statunitense, come raramente accaduto negli ultimi settant’anni: la decisione di ritirarsi dall’accordo sul nucleare con l’Iran  (Jcpoa) e le due decisioni sopra menzionate sono passi in questa direzione.

Il recente voto della legge sullo Stato Nazione da parte della Knesset è, poi, un esempio ulteriore della necessità di affermare il carattere esclusivamente “ebraico” dello Stato, anche a costo, secondo alcuni osservatori, di discriminare le minoranze, su tutte quella araba. Ciò è espressione soggiacente della più generale necessità demografica di evitare l’eventuale arrivo in massa di arabi palestinesi che esercitino il diritto al ritorno e che potrebbero stravolgere gli equilibri religiosi ed etnici. Tuttavia, stando ad alcuni sondaggi, solo un 10% degli arabi palestinesi ritornerebbe nei villaggi dei propri avi nell’odierna Israele, con la maggioranza degli attuali rifugiati che si reinsedierebbe in un futuro Stato palestinese o che patteggerebbero per delle compensazioni.

La dottrina del conflitto permanente
Secondo Avi Shlaim, il Likud avrebbe abbandonato la strategia della vecchia destra sionista per porre fine al conflitto (Ehud Olmert affermò nel 2007 che Israele non avrebbe mai accettato il diritto al ritorno palestinese), che, sulle orme di Vladimir Jabotinsky – fondatore del sionismo revisionista negli Anni ’20 –, prevedeva di costruire una potenza militare di gran lunga superiore ai palestinesi, consolidando una posizione di “unassainable strenght” per poi, da questa, ritornare alla moderazione e ai negoziati sui diritti dei palestinesi (questa era la filosofia che guidò il laburista Yitzhak Rabin verso gli accordi di Oslo).

Al contrario, l’attuale destra israeliana è prigioniera, ed allo stesso tempo artefice, della dottrina del conflitto permanente con i palestinesi; si è fermi, in sostanza, alla fase I del processo. Affermare la propria superiorità militare/politica è divenuto, per la destra sionista, un fine di per sé, non un mezzo “per”. Ed è proprio in questo gioco di parole che sta il futuro del conflitto israelo-palestinese, nonché quello del diritto al ritorno, e dell’assistenza umanitaria, dei rifugiati palestinesi e dei loro discendenti.