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Cambio d'atteggiamento

Migrazioni: il processo di securizzazione del fenomeno

1 Set 2018 - Alberto Tagliapietra - Alberto Tagliapietra

La questione migratoria è sempre stata un fenomeno strettamente connesso alla storia dell’uomo. Tuttavia mentre nel passato le migrazioni venivano spesso viste di buon occhio dai governanti, che s’attivavano con politiche atte ad attirare nuovi individui (i quali rappresentavano forza lavoro e reclute per gli eserciti in caso di guerra), con la Rivoluzione francese e l’avvento dell’Ottocento assistiamo a un mutamento di prospettiva, soprattutto come conseguenza del fatto che i popoli europei iniziano a pensarsi come nazione e che, partendo da questo crescente sentimento di appartenenza a un Paese, incominciano a chiedere l’abolizione dei privilegi agli stranieri.

Lo sviluppo dello Stato nazione e l’esclusione dell’altro
Nel corso dell’Ottocento questa tendenza venne ulteriormente accentuata dall’avvio dei processi di nazionalizzazione delle masse, che porteranno, attraverso la concessione di privilegi ai nativi a danno degli stranieri e con la nascita del welfare state, i Paesi europei a dotarsi di sistemi di controllo delle migrazioni.

La questione migratoria nel periodo subito antecedente alle due guerre mondiali e nel periodo successivo ad esse inizia dunque a essere affrontata in una prospettiva di sicurezza. Tale inversione avvenne in questo periodo in massima parte per via degli importanti mutamenti economici, sociali e politici che le due guerre portarono con sé: innanzitutto una contrazione economica che comportò il ridursi della ricchezza della popolazione e la diffusione di sentimenti xenofobi e, in parallelo, l’avvento di regimi totalitari in diversi Paesi europei, tipicamente avversi alle popolazioni diverse dalla propria.

Questo processo di progressiva chiusura alle migrazioni che ha interessato il XX Secolo può essere in retrospettiva collegato con le conseguenze della pace di Westphalia del 1648: un trattato d’importanza fondamentale, che contribuì a consolidare, alcuni secoli dopo la sua firma, le basi su cui verrà edificata l‘idea di Stato nazione, ossia lingua, cultura e territorio.

La creazione di una comunità
Proprio da questi tre pilastri si è potuto creare il concetto di comunità da cui è a sua volta derivata la differenziazione tra inclusione ed esclusione; ed è proprio su questa eredità storica che il fenomeno migratorio è diventato di rilevante importanza per gli Stati, poiché, rappresentando un processo che ha come diretta conseguenza l’eterogeneizzazione della popolazione, esso si pone per definizione come un fenomeno in grado di scardinare i pilastri su cui lo Stato nazione si è andato consolidando.

Le migrazioni infatti scardinano con il loro portato di diversità l’idea di nazione come comunità così come immaginata da Benedict Anderson, ossia di nazione non come fatto naturale ma come frutto di un processo di costruzione ben preciso e atto alla creazione di un sentimento comune tramite un insieme di tradizioni e memorie condivise.

Le migrazioni possono dunque rappresentare un problema per lo Stato nazione, in quanto esse comportano un cambiamento nella composizione del Paese soggetto al flusso migratorio introducendo elementi di diversità (etnica, linguistica o religiosa), che possono compromettere l’omogeneità che lo Stato cerca di creare attraverso l’attività che Anderson definiva come ‘mitopoietica’, ossia di continua creazione di simboli.

Esse inoltre mettono in discussione l’inviolabilità dei confini e ridefiniscono le identità politiche: un flusso migratorio comporta, infatti, il venir meno dell’inviolabilità dei confini nazionali la cui protezione è compito fondamentale dello Stato nazione, che ha come scopo massimo quello di preservare il proprio territorio (uno dei tre pilastri sanciti a Westphalia). Ecco dunque un altro motivo che porta gli Stati ad assumere un atteggiamento securitario nei confronti della migrazione: il fatto che essa evidenzia una fallacia nella capacità dello Stato di controllare il suo stesso territorio, con l’implicita conseguenza della messa in dubbio della sua sovranità.

La prospettiva securitaria
Abbiamo visto alcune delle motivazioni che portano uno Stato ad affrontare un flusso migratorio in termini di sicurezza, ossia come una minaccia alla sua esistenza. Soffermiamoci ora sulle possibili risposte che uno Stato può dare a questo fenomeno.

Lo Stato può reagire a questa minaccia sia adottando un linguaggio che sia teso a interpretare la migrazione come una questione emergenziale (si pensi in questo caso all’utilizzo della parola ‘invasione’ per identificare un flusso migratorio), sia adottando concretamente delle pratiche securitarie (si pensi alla più banale di tutte: la creazione di un muro, per mantenere all’esterno le persone che di una nazione non fanno parte, una pratica altamente inefficace, ma che permette, creando una barriera visibile, di colpevolizzare e perseguire chi cerchi di superarla). Nonostante l’evidente portata anacronistica di questo sistema, l’esclusione territoriale rimane anche oggi il fulcro delle politiche nazionali sull’immigrazione in molti Paesi.

Le caratteristiche dell’esclusione territoriale sono fondamentalmente tre: la prerogativa dello Stato nazione, l’adozione della cittadinanza come metodo per escludere gli individui dalla comunità politica e infine, come già detto, l’utilizzo di barriere o muri per impedire l’ingresso a specifici individui.

La creazione del nesso tra sicurezza e confine
Dunque, tra la fine del XIX e l’inizio del XX Secolo gli Stati iniziarono a costruire le fondamenta dell’attuale sistema di controllo delle migrazioni e proprio in quel periodo iniziò ad emergere con rilevanza la capacità del confine quale strumento in grado di bloccare l’ingresso a coloro che venissero classificati come indesiderati.

Con il crescente imporsi della globalizzazione e dell’integrazione socio-economica tale funzione assunse un ruolo sempre più centrale, tanto da elevare il controllo del confine a una questione primaria di sicurezza nazionale, creando uno stretto legame tra controllo del confine e polizia, portando ad una situazione che, come evidenziato da Sergio Carrera, ha finito per rendere scontato l’assunto che “il movimento delle persone sia un’attività sospetta e potenzialmente legata all’aumento del disordine”.