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Promesse e programmi

Italia/Ue: Legge finanziaria, luci e ombre della flat tax

23 Set 2018 - Alfredo Roma - Alfredo Roma

Il governo che si è formato dopo le elezioni del 4 marzo ha annunciato a più riprese l’intenzione di arrivare a una tassa fissa o piatta (flat tax) applicabile ai redditi delle persone fisiche. Gli esperti di finanza pubblica dicono che la tassa unica, che sia al 15% o 20%, pone seri problemi al bilancio dello Stato, perché la perdita di introiti fiscali sarebbe assai consistente (si parla a seconda dell’aliquota di 20 o 30 miliardi di euro) e non sarebbe sopportabile, pena l’aumento del debito pubblico, che è già elevatissimo e che rappresenta un problema non solo per l’Italia ma anche per l’Unione europea.

Inoltre, l’adozione di politiche come la flat tax o il reddito di cittadinanza (altra misura assai costosa), non accompagnate da vere riforme, come quelle della pubblica amministrazione e della giustizia, provoca facilmente l’innalzamento dello spread dei nostri titoli pubblici. Un costo che si riflette sui cittadini, costretti a pagare maggiori interessi sul denaro preso a prestito anche attraverso i mutui a tasso variabile.

Tutto ciò a prescindere dalla ridicola mania di usare termini inglesi, che comporta spesso a errori di pronuncia o di concetto. Quando fu annunciato il Jobs Act questa locuzione conteneva due errori: il primo è che semmai job si usa al singolare perché si riferisce al lavoro in genere, non ai lavori; il secondo è che un progetto di legge in inglese si chiama Bill e diventa Act solo quando diventa una legge approvata dal Parlamento.

Lo scenario esterno
Quando si annunciano questi progetti costosi e complessi – come la flat tax o il reddito di cittadinanza – si dovrebbe sempre considerare lo scenario internazionale nel quale siamo inseriti e dal quale siamo inevitabilmente influenzati. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il mondo occidentale ha visto una fase di grande sviluppo, con tassi di crescita del Pil del 12/13%.

All’inizio, a causa delle distruzioni della guerra, occorrevano investimenti strutturali, poi pian piano si sono formati capitali che dagli Anni Ottanta hanno cominciato ad alimentare una finanza in parte speculativa – quindi non più indirizzata alla produzione di beni e servizi -, cui s’è affiancata la politica del libero mercato sostenuta da Margaret Thatcher e Ronald Reagan.

Una politica che ha portato a una liberalizzazione e privatizzazione sfrenata che ha generato il caos dei mercati. Anche in Italia abbiamo assistito alle privatizzazioni di aziende di Stato (Telecom, Alitalia, Aeroporti di Roma, etc) finite in mano a privati senza capitali, che per acquistare il bene pubblico si indebitavano con un leverage altissimo, bloccando così gli investimenti per gli anni successivi.

Le conseguenze del libero mercato
Questo processo ha portato a livelli insostenibili le disuguaglianze sociali, che sono oggi una delle principali cause del mancato sviluppo dell’economia in genere del mondo occidentale e, soprattutto, di Paesi economicamente deboli come il nostro. La ragione della nostra debolezza sta nel fatto che, anche negli Anni Sessanta e Settanta, quando il nostro Pil era oltre il 10%, sia lo Stato che i privati non hanno mai investito a sufficienza nella ricerca e sviluppo di nuove tecnologie.

Lo Stato perché i governi duravano mediamente sei mesi, mentre la ricerca richiede piani a lungo termine. I privati perché si era convinti del “piccolo è bello”; ma il piccolo non ha i mezzi da investire in ricerca che hanno i grossi gruppi. Inoltre, la dimensione modesta delle nostre imprese non permetteva di essere competitivi nel mercato che nel frattempo è diventato mondiale. Così la nostra industria ancora oggi soffre di un modesto valore aggiunto perché manca di tecnologie avanzate necessarie per competere nel mercato globale.

La grande crisi del 2007
Su questo scenario è piombata la crisi iniziata nel 2007 (e che non è ancora del tutto finita), in massima parte provocata dalla finanza speculativa (staccata dal mondo produttivo) che si è inventata, fin dalla metà degli Anni Novanta, titoli “tossici” derivati dalla cartolarizzazione dei mutui e prestiti subprime, venduti dalle banche ai loro clienti come obbligazioni a basso rischio finanziario (Collateral Debt Obligations o Cdo), ma rivelatisi poi carta straccia per l’insolvenza del debitore.

Infatti la crisi è apparsa visibile dal 2007, ma i suoi prodromi erano ben presenti fin dalla metà degli Anni Novanta. Fino al sorprendente fallimento della Lehman Brothers, banche, traders, hedge funds, ma anche società di rating si sono arricchiti con questa finanza speculativa che alla fine è esplosa come una bomba atomica creando enormi danni per i piccoli risparmiatori. Ci si chiede come possono ancora essere credibili le società di rating che si sono arricchite regalando triple A a banche o titoli che poi sono crollati.

Preoccupante è poi la rinuncia di presidenti Usa democratici come Bill Clinton e Barack Obama a fissare regole per il mercato finanziario. Le lobbies della finanza sono arrivate anche agli organi di controllo come la Sec (equivalente della nostra Consob). Basta vedere i film Inside Job e La grande scommessa per capire quello che è successo con la grande crisi, come suggerisce Marco Onado nel suo stupendo libro Prendi i soldi e scappa. Un libro divertente ma profondo che, attraverso vari film, spiega il mondo della finanza in modo molto chiaro. Leggendo la storia dell’economia e della finanza dagli Anni Ottanta in poi si deve concludere che troppo presto si è archiviato il pensiero di John Maynard Keynes che prevedeva un ruolo dello Stato nella regolamentazione dell’economia.

Conclusioni
Questo lungo preambolo serve forse a capire dove si inserisce una proposta come la flat tax. Si potrebbe avanzare l’ipotesi di una flat tax per piccole attività svolte da società di persone, perché esiste già una flat tax in capo alle società di capitali, ma sarebbe iniqua una tassa unica per le persone fisiche. Un maggior prelievo fiscale sui redditi più elevati permette di redistribuire tale prelievo tra i soggetti a reddito più basso che potranno così aumentare i loro consumi, soprattutto di bene primari, favorendo così la crescita, mentre la persona ricca non cambierà i suoi consumi malgrado la maggiore imposta.

Negli Anni Settanta in Gran Bretagna la tassazione personale raggiungeva l’aliquota del 83%. Se a un amministratore delegato di una grossa banca che oggi guadagna 3.000.000 di euro l’anno (emolumento non anomalo) lo Stato prelevasse l’83% degli ultimi 500.000 euro, al contribuente resterebbe comunque una somma assai cospicua.

Non bisogna poi dimenticare che una tassa unica sarebbe incostituzionale perché contraria al principio stabilito dall’Articolo 53 della Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, un principio destinato proprio a ridurre le disuguaglianze sociali.

Chi ha responsabilità di governo della cosa pubblica, prima di fare promesse che hanno spesso il sapore di propaganda elettorale, dovrebbe studiare a fondo il contesto e la storia dei settori sui quali queste promesse vanno ad incidere. Soprattutto quando si tratta di un settore così importante come il bilancio dello Stato. E, come dice Sabino Cassese, è ancora più grave cercare di piegare ai propri progetti, privi di studi a supporto, il pensiero di seri e competenti servitori dello Stato.