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L'attentato di Ahvaz

Iran: violenza nel Khuzestan, periferia araba del Paese

22 Set 2018 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

Questo articolo è una versione, aggiornata dall’autrice, alla luce dei fatti di Ahvaz, capoluogo del Khuzestan, delle analisi per AI di Eleonora Ardemagni “La protesta dimenticata degli arabi d’Iran” (22 dicembre 2014) e “Iran: terrore, insorti, Isis, interferenze saudite” (27 giugno 2017).

Oltre venti morti, fra cui civili e una dozzina di Guardiani della Rivoluzione (pasdaran), oltre una sessantina di feriti: l’attentato terroristico che ha colpito Ahvaz, capoluogo del Khuzestan, Iran sud-occidentale, fa molte vittime e suscita altrettanti interrogativi sulle cause e gli autori dell’attacco, avvenuto nel 38° anniversario dell’inizio della guerra fra Iraq e Iran (1980-88). Doppia rivendicazione: il sedicente Stato islamico e una formazione araba separatista. Mentre le autorità iraniane si scagliano verbalmente contro Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti, una seria analisi dell’attentato è ancora prematura. Ma, per capirne il contesto, è opportuno soffermarsi sulla peculiarità del Khuzestan, provincia periferica ma strategica dell’Iran.

Petrolio e arabi
Il Khuzestan ospita circa il 90% del petrolio e il 60% del gas dell’Iran. La minoranza di etnia araba dell’Iran (fra i tre e i cinque milioni di persone) si concentra fra la regione occidentale del Khuzestan e la fascia costiera meridionale: gli arabi d’Iran hanno una storia irrisolta di povertà e di deprivazione politico-sociale rispetto al potere centrale persiano. Come già in passato, il Movimento arabo di lotta per la liberazione di Ahvaz (Asmla), sospettato di ricevere finanziamenti e addestramento da segmenti della diaspora iraniana di Dubai, ha rivendicato nel 2017 due sabotaggi alle infrastrutture energetiche nell’ovest del Paese, smentiti però da Teheran.

In Iran, solo il 51% della popolazione è persiana: storicamente, il pluralismo identitario non ha però indebolito la costruzione della nazione. Tuttavia, le minoranze etniche (curdi, arabi, baluci), anche sunnite, rimangono ai margini della vita politica, tra diseguaglianze socio-economiche e spinte irredentiste, nelle quali anche le monarchie del Golfo provano a infilarsi.

Fra Arabistan e sirene irachene
Il Khuzestan era l’Arabistan, emirato semi-autonomo sostenuto dai britannici fino al 1925, anno della rimozione di Shaikh Kazal: questa è la regione che più ha sofferto le politiche di Reza Khan Pahlavi contro le tribù autoctone, ritenute l’antitesi della nazione moderna che intendeva costruire. Repressione militare e cooptazione dei capi tribali hanno forzato il processo di detribalizzazione dei popoli iranici (tra cui gli arabi ahvazi), sedentarizzati per legge e costretti a servire nell’esercito.

Un tempo affascinati dall’ideologia del partito Baath, gli arabi del Khuzestan sono però politicamente divisi fra autonomisti e indipendentist. Così, neanche Saddam Hussein riuscì a provocare una rivolta anti-Teheran, nonostante la comunità araba di Ahvaz abbia forti legami, tribali-linguistici ed economici, con l’irachena Bassora. La tribù dei Bani Kaab, cui apparteneva lo stesso Shaikh Kazal, proveniva dall’attuale Kuwait; ancora oggi, l’emigrazione dall’ovest dell’Iran verso l’Iraq e il Kuwait è massiccia.

L’espropriazione sistematica della terra da parte delle autorità centrali, insieme alla deviazione del fiume Karun, hanno cronicizzato la condizione di povertà, siccità, disoccupazione ed esclusione sociale degli arabi d’Iran, oggi discriminati dalle cariche pubbliche e dalle Forze armate.

Oltre il 50% di essi è analfabeta e non comprende il farsi (lingua ufficiale della Repubblica islamica). Dopo il 2003, molti arabi ahvazi si sono uniti alle milizie jihadiste irachene, realizzando alcuni attentati in Iran. Nell’aprile 2005, almeno trenta manifestanti arabi sono morti durante un corteo di protesta, represso dalle forze governative: una data divenuta simbolo e commemorata ogni anno, preceduta da arresti ed esecuzioni. Anche i sontuosi palazzi di Shaikh Kazal sono stati, nel tempo, demoliti da Teheran.

Nella storia iraniana, la pluralità identitaria non ha mai condotto alla frammentazione del Paese. Di certo, le politiche repressive verso le minoranze, tra cui quella araba, stanno proseguendo anche con la presidenza di Hassan Rohani, nonostante alcune aperture del presidente moderato, sempre più nell’angolo, però, dopo il ritiro unilaterale Usa dall’accordo sul nucleare e il ritorno delle sanzioni. A tutto vantaggio di ultraconservatori e pasdaran.

La questione ambientale
Il 70% degli arabi d’Iran è sciita, ma il fattore confessionale viene qui superato da quello etnico: lo scontro si gioca lungo la faglia arabi/persiani, resa ancora più profonda dalle diseguaglianze economico-sociali e, sempre più, dalla questione ambientale.

Nel 2017-2018, le proteste degli arabi iraniani sono aumentate, specie nei centri urbani di Khorramshahr e Abadan, contro l’inquinamento (effetto delle tante industrie petrolchimiche della provincia), le interruzioni dell’elettricità, l’acqua potabile scarsa e contaminata, nonché a difesa di un’identità culturale araba spesso censurata.

Jihadismo e ricadute
Il Khuzestan confina con la regione irachena di Diyala, a prevalenza sunnita, area in cui il sedicente Stato Islamico ha dato segni di riorganizzazione. A Diyala operano le Forze di Mobilitazione popolare (Pmf o Hashd Al-Shaabi), le milizie sciite irachene finanziate e addestrate dall’Iran: nonostante il dispiegamento militare iraniano, questo è un confine a rischio, dati anche gli equilibri confessionali.

L’attacco del 22 settembre contro la parata militare di Ahvaz accrescerà la repressione verso le minoranze, specie quella araba, così come l’equazione del regime fra tutti i movimenti di protesta e il terrorismo (già efficacemente vista all’opera nella Siria di Assad).

Inoltre, la politica mediorientale di Teheran, già molto costosa dato l’appoggio militare e finanziario ai proxies (Siria, Iraq, Libano, Yemen), vivrà una fase di ulteriore securizzazione, in una spirale di tensione con Washington, Tel Aviv e Riad. Riducendo ancora gli spazi e le risorse di Teheran per affrontare i tanti problemi interni.