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Un Paese senza opposizione

Cambogia: viaggio elettorale nel regno di Hun Sen

11 Ago 2018 - Matteo Angioli - Matteo Angioli

Il 29 luglio si sono svolte le elezioni legislative in Cambogia, monarchia costituzionale parlamentare del sud-est asiatico, governata da 33 anni dall’ex khmer rosso Hun Sen con il suo Partito popolare cambogiano (Cpp).

Le urne hanno consegnato una scontatissima vittoria al Cpp ed altri cinque anni di governo ad Hun Sen. Esito prevedibile dopo la repressione attuata dal regime e culminata il 16 novembre 2017 con una sentenza politicamente motivata della Corte Suprema, presieduta da un membro del partito di governo, che ha bandito dalla vita politica del Paese e sciolto l’unico vero partito di opposizione in grado di essere alternativa in Cambogia, il Partito cambogiano di salvezza nazionale (Cnrp).

L’opposizione, raccoltasi principalmente attorno a Sam Rainsy e Kem Sokha – il primo in esilio a Parigi, il secondo in carcere con l’accusa di tradimento e collusione con potenze straniere, in attesa di essere giudicato da quasi un anno -, aveva proposto il boicottaggio delle elezioni per delegittimarne il risultato. A seggi chiusi, il governo ha annunciato in pompa magna il dato sull’affluenza: 82%. Secondo il Cnrp, l’affluenza non avrebbe raggiunto il 50%.

Una missione controcorrente
Per il governo è stata una “grande prova democratica democratica” confermata dall’alta affluenza e dalla massiccia presenza di osservatori internazionali. Secondo la National Election Commission (Nec) erano 50 mila, provenienti da Cina, Russia, Kazakistan, Iran, India, Singapore, Thailandia, Filippine, Myanmar. All’indomani del voto, i governi di questi Paesi hanno salutato le elezioni come un successo democratico. Stati Uniti, Unione europea, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Regno Unito, Francia e Germania, ribadendo la decisione di non inviare alcun osservatore, hanno invece definito le consultazioni “né libere né corrette”.

I risultati definitivi ancora non si conoscono, ma è irrilevante se, dei 125 seggi in Assemblea Nazionale, 5 o 10 andranno a partiti minori. Quasi tutte le venti liste sulla scheda elettorale erano infatti firefly parties (partiti lucciola), fabbricati per l’occasione per mantenere la goffa illusione di una competizione multipartitica. Il partito-Stato, il partito unico esiste già e si rafforza. Basti pensare che il Senato, eletto indirettamente lo scorso febbraio, è monocolore.

In questo contesto, dal 26 luglio al 5 agosto, una delegazione del Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito (Prntt) – composta da chi scrive, dal senatore italiano Roberto Rampi, dal corrispondente dall’Asia di Radio Radicale Francesco Radicioni, a cui si è affiancato il senatore giapponese Yukihisa Fujita – si è recata in missione a Bangkok, nella capitale Phnom Penh e nella città portuale meridionale di Sihanoukville.

Essendo il leader storico del Cnrp Sam Rainsy iscritto al Partito radicale da molti anni, esiste infatti una forte collaborazione con l’ex opposizione parlamentare, oggi iscritta insieme a circa 200 attivisti della diaspora al Prntt. La presenza della delegazione voleva dunque ribadire il sostegno al Cnrp nel momento più buio per l’opposizione e per la democrazia e documentare le condizioni generali del Paese incontrando politici, diplomatici, giornalisti, membri di Ong locali e cittadini comuni.

Nella Phnom Penh del partito unico
Sbarcati a Phnom Penh, è stata subito evidente l’onnipresenza del partito di Hun Sen. Gli unici manifesti elettorali visibili erano quelli del Cpp. Una rarità quelli degli altri partiti. L’incontro principale è stato con Teav Vannol, ex senatore, uno dei pochissimi oppositori a non lasciare la Cambogia. Accoltici nella vecchia sede del Cnrp, Teav si è detto intenzionato a ricostruire l’opposizione, senza entrare nei dettagli sul come, data la situazione assolutamente avversa creatasi nel Paese.

Phnom Penh
Manifesti elettorali a Phnom Penh (© Matteo Angioli)

Grazie al direttore Asia di Human Rights Watch Phil Robertson abbiamo appreso della presenza di una delegazione composta da circa 50 attuali ed parlamentari europei, provenienti prevalentemente dai Paesi del Gruppo di Visegrad. Tra loro anche sette italiani, un francese e un britannico. Gli italiani erano, tra gli altri, il deputato Andrea Delmastro e gli ex parlamentari Antonio Razzi, Fabrizio Bertot e Luca Bellotti. Ricevuti con tutti gli onori da Hun Sen, non sembrano avere una grande conoscenza del Paese e dei suoi rapporti con l’Ue, e non hanno mancato di esprimere soddisfazione per il perfetto svolgimento delle elezioni.

Effettivamente, i metodi approntati dal governo per incoraggiare la partecipazione e controllare che gli elettori votassero “correttamente” erano perfetti. Si andava dalla distribuzione di buste contenenti 5 dollari ai muratori e lavoratori del tessile, a sconti sull’acquisto di beni di uso quotidiano, a minacce di sospensione dello stipendio.

L’operazione di Hun Sen di sbarazzarsi dell’opposizione e consolidare il sostegno politico, economico e militare della Cina è riuscita in pieno. La Cambogia ha una Costituzione, la separazione dei poteri, un Parlamento, una Corte Suprema, ma sono istituzioni e processi vuoti. Tutto dipende dalla famiglia di Hun Sen. Usando le parole del fondatore di Global Witness, Patrick Alley: “Non accade niente che sfugga al loro controllo, è la corruzione nella sua forma più alta. Questa è la Cambogia, uno stato mafioso”.

Un trend preoccupante nel sud-est asiatico
La Cambogia oggi è una cleptocrazia, in barba ai decenni di aiuti ricevuti da parte di Stati Uniti, Unione europea, Giappone e Australia; aiuti che oggi Hun Sen può permettersi di snobbare avendo riportato il suo Paese a gravitare nella sfera d’influenza cinese. Lo dimostrano in particolare gli ingenti investimenti a Sihanoukville.

Perciò occuparsi di Cambogia significa occuparsi del sud-est asiatico, un territorio cuscinetto attraversato da flussi di interessi politico-economici tra Occidente e Cina. Se è vero che la cooperazione ha permesso di liberare la popolazione dall’estrema povertà (il cui tasso è sceso dal 53% dei primi anni Duemila al 14% di oggi) e che ha contribuito affinché i democratici conquistassero spazi di lotta, è altrettanto vero che la Commissione europea sapeva che il vento sarebbe cambiato. Modificare lo status quo ora è maledettamente più complicato. Milioni di cambogiani sono divenuti strutturalmente dipendenti dai nostri aiuti e la loro sospensione sarebbe grave.

In conclusione, il sud-est asiatico è una regione in cui per un Myanmar che sembra fare un passo verso la libertà, vi è una Cambogia che regredisce. Osservando i membri dell’Asean, notiamo che il trend non è promettente. Nessuno dei dieci Paesi che ne fanno parte può considerarsi davvero uno Stato di diritto. Alcuni analisti parlano di “democrazie guidate” che permetterebbero rapidità nel processo decisionale e un maggiore sviluppo economico. Ma a quale prezzo? Quello di vivere in assenza di Stato di diritto, per cui un individuo o un gruppo saranno sempre al di sopra della legge.

Foto di copertina © Enric Catalã  Contreras/SOPA Images via ZUMA Wire