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Troppo poco?, troppo tardi?

Ue/Germania: la vocazione europea di Angela Merkel

12 Lug 2018 - Alessandro Tenco - Alessandro Tenco

Poche personalità politiche nell’Europa contemporanea, e forse nel mondo, possono vantare l’autorevolezza ed il peso specifico unanimemente riconosciuti ad Angela Merkel.

Conseguenza inevitabile della posizione dominante che la geografia, l’economia e la storia del nostro Continente accordano alla Germania; frutto, maturato nel tempo, dell’esperienza accumulata da una cancelliera che ha battuto ogni record di longevità politica; traguardo di un talento politico con pochi eguali. Il genio ‘merkiavellico’ di una leader attenta come forse nessun altro a comprendere, gestire e influenzare le dinamiche del potere, il che le ha consentito di dominare la scena, nazionale ed europea, pressoché indisturbata, anche grazie alla rimozione, perseguita in maniera discreta, ma determinata e quasi sistematica, di ogni rivale che rischiasse di sbarrarle la strada.

Da Ragazza a Mamma e ora verso il tramonto
Inesorabilmente, il destino di quella che il cancelliere della riunificazione, Helmut Kohl, aveva ribattezzato ‘la ragazza’ (Das Maedchen) e che col passare degli anni ha finito per incarnare, nell’immaginario collettivo tedesco, una figura materna (Mutti), si è intrecciato strettamente con quello dell’Unione europea, cui la Merkel nei primi tempi guardava con una diffidenza che ancora affiorava tra le righe del suo discorso di Bruges nel novembre 2010. Al punto che le difficoltà che l’Unione europea e le sua Istituzione incontrano con le opinioni pubbliche, e qualche esecutivo, degli Stati membri appaiono speculari al viale del tramonto su cui pare incamminata la cancelliera tedesca.

Un esito impossibile da evitare è il crepuscolo della Merkel (Merkeldaemmerung), che è scritto nella caducità delle vicende umane. Al quale però la stessa Merkel può avere dato un contributo inconsapevole ma determinante. Soprattutto, con il tatticismo disorientante dei suoi repentini cambi di direzione a 180 gradi – la cosiddetta ‘smobilitazione asimmetrica’ che costituisce il tratto distintivo del suo cancellierato, e uno dei fattori decisivi dei suoi successi elettorali in serie – che ne ha fatto un’europeista convinta solo quando l’elettorato tedesco era divenuto meno disposto ad assecondarne la leadership.

Capisaldi e moventi del Merkel-pensiero
Imperscrutabile come può esserlo solo una persona che alla propria privacy riserva un’attenzione quasi ossessiva, oltre che una figura politica che sembra impersonare la postmodernità nel suo trascendere le caratterizzazioni e contrapposizioni personali, è quanto mai arduo provare a definire capisaldi e moventi del Merkel-pensiero. E tuttavia appare particolarmente calzante, come osservò qualche tempo fa lo storico inglese Timothy Garton Ash, la replica della Merkel a una domanda del popolarissimo quotidiano Bild su quali sentimenti evocasse in lei l’idea della Germania. “La capacità di costruire finestre ben sigillate” fu la risposta, a metà tra il banale e il sibillino: che però rappresentava in maniera quasi tangibile il senso di protezione che la Merkel intendeva trasmettere ai lettori – e agli elettori -.

Il senso di un governo che bada al sodo, che si cura poco della retorica alata, e molto di più dei risultati concreti che stanno a cuore ai suoi cittadini – su tutti, la protezione dell’economia e della società tedesche dalle tensioni, dagli scompensi e dalle incognite della globalizzazione -. E in effetti, mentre la finanza e l’economia di buona parte del resto del mondo erano scosse dalla crisi, la Germania appariva un’oasi di relativa quiete e prosperità; e mentre il diffondersi del contagio in Europa metteva in ginocchio interi Paesi, ponendo a nudo le tare genetiche della governance dell’area euro, il governo tedesco, forte del proclama della Bundeskanzlerin “se fallisce l’euro, fallisce l’Europa”, lavorava alacremente per porvi rimedio e mettere così in sicurezza anche le vulnerabilità del proprio sistema finanziario. Consolidando nei fatti un ruolo di garante di ultima istanza che ha vieppiù cementato il primato anche politico in seno all’Unione dopo che il primato economico era esaltato dalla competitività dell’industria manifatturiera e dalla proverbiale efficienza del comparto servizi.

La finestra ben sigillata e gli spifferi dei flussi migratori
Per tornare alla metafora: la finestra sigillata funzionava, eccome; con grande soddisfazione dell’opinione pubblica, rispecchiata puntualmente dai sondaggi, e da successivi cicli elettorali.

Poi, però, le cose sono cambiate: complice probabilmente l’emergenza migratoria del 2015, è mutata la percezione dell’opinione pubblica tedesca, e con essa è cresciuto il senso d’insicurezza, e l’insoddisfazione per l’operato dell’esecutivo e di chi ne è alla guida. Questione di percezione piuttosto che di realtà: le statistiche sembrano dare ragione alla Merkel che, nella campagna elettorale del 2017, non si stancava di ripetere che i tedeschi oggi godono di un benessere senza precedenti. Ma le rassicurazioni della Cancelliera rassicurano meno di un tempo, adesso che anche il presidente americano, fino a pochissimo tempo fa supporto irrinunciabile per qualsiasi esecutivo in carica a Berlino e a maggior ragione per un partito di maggioranza erede diretto della tradizione atlantica di Adenauer e Kohl, ha preso di mira la Merkel, che all’indomani della ‘November surprise’ del 2016 proprio il predecessore di Donald Trump,Barack  Obama, aveva persuaso a restare in carica.

Il fattore Trump nelle scelte dell’ultima Merkel
Il fattore Trump è forse tra le motivazioni più cogenti del nuovo corso europeista imboccato dall’ultima Merkel. “L’Europa deve prendere il suo destino nelle proprie mani”: è l’appello, che  echeggia in parte la dichiarazione di Roma del marzo 2017, rilanciato con forza dalla Cancelliera pochi mesi dopo. Non senza le latenti ambiguità che contraddistinguono una leadership forse troppo affezionata alla tattica per sviluppare la visione ambiziosa di cui l’Europa avrebbe bisogno.

Ambiguità e contraddizioni rese evidenti dalle critiche del discorso di Macron ad Aquisgrana verso il feticismo tutto tedesco per gli avanzi di bilancio – un feticismo della parsimonia personificato dalla ‘casalinga sveva’ (schwaebische Hausfrau) le cui virtù erano state elette a modello proprio dalla Merkel nella fase più acuta della crisi dell’eurozona.

E adesso che si appresta ad uscire, lentamente ma inesorabilmente, di scena la Cancelliera rischia di lasciare, tra i nodi irrisolti, insoluto il dilemma reso celebre da Thomas Mann, tra la Germania europea e l’Europa tedesca. Col rischio che diventi europeo anche il monito di quel genio del romanticismo tedesco che fu Henrich Heine: se penso alla Germania di notte, mi passa la voglia di dormire.