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Hard o soft?, questo è il dilemma

Ue/Gb: la Brexit è morta, lunga vita alla Brexit

11 Lug 2018 - Lorenzo Colantoni - Lorenzo Colantoni

Con due anni di ritardo, ancora a passi incerti e con un esito tutt’altro che sicuro, ma alla fine la vera discussione per la Brexit è infine iniziata nel Regno Unito. Paradossalmente è incominciata con le dimissioni di due hard brexiteers, il segretario alla Brexit David Davis e il ministro degli Esteri, ed ex sindaco di Londra, Boris Johnson, e soprattutto con la recente, e forse unica finora, presa di posizione sulla questione del premier Theresa May, che è stata la causa principale dell’uscita dal governo di Davis e Johnson.

Eppure, nonostante un governo britannico ancora più traballante e i brexiteer sul piede di guerra, è forse così che nascerà la reale discussione su quale forma di Brexit negoziare con l’Ue, quale posizione diplomatica prendere nei confronti dell’Europa, come immaginare il futuro del Regno Unito con i suoi vicini e nel resto del mondo. Un dibattito partito da questi giorni di intensa discussione e reshuffling del gabinetto britannico, che vede alla base la definizione della sempre più incerta identità politica del partito conservatore e forse del Regno Unito stesso.

Una Brexit che ancora non esiste
Partiamo dai fatti: dalle elezioni volute dalla May nel maggio 2017 – quando un tentativo di consolidamento si trasformò nella perdita della confortevole maggioranza ereditata dal suo predecessore David Cameron –, la precaria situazione britannica nel trattare la Brexit è stata acuita dalla sempre crescente instabilità all’interno del partito conservatore, spaccato già all’alba del referendum tra la sua anima più tradizionale (più o meno liberale e molto pragmatica) e una crescente vena estremista e anti-europeista.

Un atteggiamento dai forti toni populisti e di cui politici come Boris Johnson, noto estimatore di Donald Trump, hanno fatto un punto di forza, ma che, pur facendo leva su una significativa parte dell’elettorato britannico, poco è servito a rafforzare la posizione negoziale di Londra nei confronti di Bruxelles (sortendo piuttosto l’effetto contrario).

Theresa May si è così sempre più divisa tra la necessità pratica di ottenere un accordo valido per ambo le parti con Bruxelles e quella di mostrarsi vittoriosa nelle trattative, soprattutto di fronte a un governo funestato da dissidi interni, scandali a sfondo sessuale e riguardanti le politiche di deportazione dei migranti (lo scandalo Windrush, che ha coinvolto la stessa May), per cui, tra l’altro, due ministri sono stati costretti a dimettersi.

Il risultato è stato una situazione di stallo dei negoziati sulla Brexit, con punti chiave lasciati ancora irrisolti, in particolare quello dell’inclusione o meno del Regno Unito nel mercato unico e il futuro del confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Due temi strettamente collegati e che, da soli, basterebbero a fare naufragare qualsiasi possibile accordo sulla Brexit. Una situazione risultante in realtà non solo dall’oggettiva difficoltà delle trattative, ma anche dalla mancanza di un quadro chiaro da parte del governo May, che ha continuato ad affrontare la Brexit con una visione ibrida, non apprezzata né dai brexiteer di ferro tra i conservatori né da Bruxelles.

Qualcosa è cambiato
L’incontro di pochi giorni or sono ai Chequers, la residenza di campagna del primo ministro britannico, aveva in realtà proprio questo scopo: si è trattato di un incontro tra la May e il resto del suo gabinetto per definire, nelle parole del primo ministro, una “posizione collettiva per il futuro dei nostri negoziati”. Ossia una linea sulla Brexit condivisa, tanto per rafforzare la situazione precaria del governo, quanto per dare infine una svolta alle trattative che, a due anni dal referendum, sono ancora ad un nulla di fatto.

Tra i vari dettagli quello principale è l’appartenenza di Ue e Gran Bretagna a un “regolamento comune per i beni”, da cui le due parti potrebbero recedere, ma che assomiglia molto al mercato unico europeo per come lo conosciamo – e da cui deriva anche il sottostare alle regole europee e la giurisdizione della Corte di Giustizia europea, cui gli hard brexiteer si sono sempre opposto. Ecco perché la posizione della May è chiaramente apparsa per la prima volta favorevole a una soft Brexit; ed ecco perché, nonostante l’accettazione da parte di tutto il governo della dichiarazione conclusiva dell’incontro ai Chequers, questa visione non digeribile dalle ali estreme dei conservatori ha portato alle dimissioni di due importanti rappresentanti della stessa campagna Leave – David Davis e Boris Johnson, appunto.

L’alba della Brexit
Questo recente, intenso plot twist della vicenda Brexit ne è forse il reale inizio: di fronte all’opposizione infine esplicita dei brexiteer più estremisti, la May si trova a dovere rispondere a questioni fondamentali sia inerenti al processo di uscita dall’Ue stesso (soft o hard Brexit?, dentro o fuori il mercato unico?, dentro o fuori la libera circolazione delle persone?), che alla natura del partito conservatore britannico: è un centro-destra pragmatico, o sono populisti che cercano di prendere l’eredità di Farage e dello Ukip?

Domande che potrebbero portarla fino a un voto di sfiducia in Parlamento e che non nascono solo per l’esplosione del calderone politico britannico, ma anche per il ticchettio di un orologio economico e politico che si fa sempre più pressante. Mancano meno di nove mesi alla data ufficiale della Brexit, e già l’economia del Regno Unito è diventata, da quella che più cresceva nel G7 (nei mesi del referendum). a quella che cresce più lentamente (peggio di Giappone e Italia e la performance più bassa del Paese negli ultimi cinque anni).

In meno di quattro mesi numerose compagnie hanno esplicitamente dichiarato che lascerebbero il Regno Unito in caso di una hard Brexit, incluse Airbus (15mila dipendenti in Gran Bretagna) e Philips (1500). È insomma arrivato il tempo delle scelte per Theresa May; quello in cui bisogna smettere di ripetere il mantra Brexit is Brexit e domandarsi infine che cosa sia questa Brexit. Soprattutto per quelli che, per primi, hanno deciso di intraprendere e poi difendere questa strada.