IAI
Trump e la sesta forza armata

Spazio: Usa, ultima frontiera, o ultimo fronte

19 Lug 2018 - Matteo Didioni - Matteo Didioni

L’iniziativa del presidente americano Donald Trump di creare una sesta branca delle forze armate (Space Force), avente lo spazio extra-atmosferico come teatro operativo, è al centro di accesi dibattiti. In seguito a quanto annunciato dal presidente il 18 giugno alla riunione del National Space Council, alcuni si sono affrettati ad etichettare il progetto come irrealizzabile e superfluo, altri hanno seguito un approccio differente, contestualizzando la proposta in una visione strategica più ampia e ambiziosa, con implicazioni economiche, giuridiche e politiche non indifferenti.

Economia spaziale e ostacoli di legge
Dal punto di vista dell’occupazione relativa al mercato dell’aerospazio, sia in ambito militare che civile, l’iniziativa trova fondamento nell’elevata competitività delle imprese statunitensi operanti nel settore. Sarà inoltre interessante vedere se vi saranno eventuali evoluzioni del bilancio dedicato alla difesa (il quale, è bene ricordarlo, sembra destinato a superare i 700 miliardi di dollari nel 2019) rispetto al settore spaziale, soprattutto visti i tagli già apportati alla Nasa dalla stessa Amministrazione Trump. In questo quadro, non va sottovalutata la “New Space Economy” che si sta sviluppando negli Stati Uniti con l’ingresso di nuovi attori privati nel campo spaziale, e la convergenza tra i colossi del web e della gestione dati con lo sviluppo delle infrastrutture spaziali attraverso cui viaggiano molti dati stessi.

In termini giuridici, i vincoli costituzionali americani impongono l’approvazione del Congresso per lanciare la Space Force, poiché la sua creazione implicherebbe una riforma strutturale delle forze armate: la nuova arrivata sarebbe infatti separata dall’aeronautica militare, ma equiparata ad essa e alle altre forze armate. L’attuazione di un tale cambiamento, se pianificata e condotta con diligenza, produrrebbe uno snellimento della burocrazia militare e consentirebbe di semplificare l’ordine delle competenze nella sua complessa catena di comando. In caso contrario, la mancanza di pianificazione adeguata vedrebbe la creazione di una sesta forza armata sortire gli effetti diametralmente opposti a quelli prospettati. Un’eventualità che sembra aver persuaso lo stesso segretario alla difesa James Mattis ad esprimere la propria contrarietà verso l’iniziativa del presidente, perché minerebbe l’attuale livello di interoperabilità tra le forze armate esistenti.

I pair competitors: Russia e Cina
Le intenzioni di Trump sembrano invece più chiare per quanto riguarda gli aspetti politici della recente iniziativa. La Space Force avrebbe infatti come compito primario non solo quello di rilanciare lo spirito nazionale americano, volto a “esplorare nuovi orizzonti e domare nuove frontiere”, ma anche quello di riaffermare il ‘dominio’ statunitense, e non la mera presenza, al di fuori dell’orbita terrestre. Tale necessità, secondo il presidente Trump, non sarebbe una semplice questione d’identità e patriottismo, bensì anche elemento essenziale ed irrinunciabile di sicurezza nazionale.

In aggiunta, il capo di stato ha espressamente dichiarato di non volere che Paesi come Russia e Cina possano anteporsi agli Usa nel settore spaziale. Una preoccupazione poco fondata nel breve periodo rispetto a Pechino, che non può contare al momento su capacità spaziali efficaci. Quanto a Mosca, Vladimir Putin ha intrapreso una politica per rafforzare la presenza spaziale russa diversa da quella che Trump intende seguire. Già nel 2015, infatti, il Cremlino ha riorganizzato la struttura delle proprie forze armate con la creazione della Forza Aerospaziale (Vks) che include sia lo spazio atmosferico, tradizionale dominio dell’aeronautica, sia quello extra-atmosferico ed estende il proprio comando anche ai sistemi missilistici. Tale decisione di Mosca di non creare una forza spaziale autonoma e separata dalle altre aveva l’obiettivo di migliorare l’interoperabilità e ridurre i costi, traendo ispirazione – ironicamente – proprio dal modello statunitense pre-Trump.

“Full-spectrum dominance”
Sulla base di quanto osservato finora, probabilmente è lecito chiedersi che cosa succederebbe se lo spazio dovesse realmente divenire il nuovo terreno di scontro tra grandi potenze, sia affermate che emergenti.

Da un lato, le forze armate occidentali già si affidano largamente alle tecnologie spaziali per supportare buona parte dei loro compiti essenziali, dalla raccolta d’immagini e dati alle comunicazioni satellitari al “positioning and navigation” tramite Gps o Galileo per gestire ad esempio la traiettoria di missili e sistemi a pilotaggio remoto. Dall’altro lato, anche per gli Stati Uniti l’istituzione di una vera e propria forza armata in grado di operare fuori dall’atmosfera con una certa autonomia resta un progetto davvero ambizioso e molto poco economico, difficilmente realizzabile nel breve periodo – e che potrebbe rischiare la deriva se Trump non dovesse ottenere un secondo mandato alle prossime elezioni presidenziali del 2020 -.

In conclusione, restano molti dubbi ed interrogativi su questa ambiziosa iniziativa e forse è troppo presto per affermare con certezza quali siano le reali intenzioni dell’amministrazione repubblicana nel campo spaziale. Sarà questo l’ultimo ma non ultimo tentativo del presidente di portare avanti la sua promessa elettorale di “fare l’America grande di nuovo”, visti anche gli accenni a ipotetiche missioni sulla Luna e su Marte? O sarà forse questa la possibile prossima tappa di una corsa allo spazio cominciata durante la Guerra Fredda e che potrebbe riprendere un mondo multipolare tutt’altro che pacifico? Quale sarà la relazione tra il rinnovato impegno militare nello spazio e la New Space Economy che si sta sviluppando negli Stati Uniti? Infine, quali implicazioni per l’Europa alle prese con i riflessi della Brexit anche nel settore spaziale? Domande che vano oltre l’annuncio di Trump, e lo rendono qualcosa di non trascurabile.