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Ue, Nato, export

Politica estera: vincoli e sfide per il nuovo governo italiano

3 Lug 2018 - Umberto Marengo - Umberto Marengo

Il nuovo governo italiano guidato da Movimento Cinque Stelle e Lega è il primo governo dichiaratamente anti-sistema di un grande Paese europeo. Presentatisi come “il governo del cambiamento”, i partiti di maggioranza affermano di volere liberare l’Italia dai pesi e vincoli che avrebbero favorito le “élite” contro la “gente comune” negli ultimi decenni.

Il nuovo governo si trova tuttavia a operare all’interno di vincoli di fatto creati dalla rete di relazioni con partner commerciali ed alleati politici nell’ambito delle quali il Paese si è sviluppato per oltre settant’anni.

Com’è apparso già nel primo mese di governo, tre aspetti chiave definiscono e limitano i margini di manovra dell’esecutivo: primo, la necessità di rifinanziare il debito pubblico all’interno dei vincoli della moneta unica europea; secondo, l’appartenenza alla Nato e la collocazione in una regione instabile come il Mediterraneo; terzo, la forte propensione all’export della parte più competitiva dell’industria italiana.

L’appartenenza all’Ue e all’euro
La partecipazione dell’Italia alla moneta unica è il vincolo più significativo e, oggi, anche il più politicamente controverso. Negli Anni Novanta il governatore della Banca d’Italia Guido Carli sosteneva esplicitamente che l’Italia aveva bisogno di “vincoli esterni” per tenere a bada i propri istinti corporativi e una macchina statale inefficiente e debordante. In modo più o meno esplicito, tutti i governi italiani dagli Anni Novanta hanno accettato le regole fiscali europee come non solo inevitabili ma perfino come necessarie per una crescita sostenibile.

Durante la crisi del debito sovrano del 2011, le regole fiscali sono state ulteriormente irrigidite rispetto al Trattato di Maastricht del 1992. Oggi i trattati europei chiedono all’Italia di mantenere un deficit di bilancio inferiore al 3% del Pil e, in aggiunta, di ridurre il deficit dello 0,5% l’anno al fine di ridurre l’ammontare totale del debito pubblico (oggi pari al 131% del Pil).

Oltre ai vincoli legali, il governo italiano deve affrontare ogni giorno la complessa posizione dell’Italia sui mercati. Solo nel 2018 il Tesoro dovrà rifinanziare sul mercato oltre 300 miliardi di euro di debito pubblico. Negli ultimi anni, l’Italia ha beneficiato di bassi tassi d’interesse sul proprio debito grazie al programma di quantitative easing della Banca centrale europea. Il programma, iniziato nel marzo 2015, si concluderà nel 2019.

Una possibile crescita del costo del debito porterebbe più costi per lo Stato italiano, banche più deboli, e investimenti più costosi per Stato e imprese. Il governo italiano potrebbe volere giocare in Europa la carta dell’Italia “too big to fail” per rompere i limiti fissati dai trattati europei, ma alla fine dovrà sempre rivolgersi ai mercati per rifinanziare il proprio debito. Non stupisce quindi che il governo, e in particolare il ministro dell’Economia Tria, stiano per ora tenendo una linea di fatto prudente proprio sui conti pubblici.

L’appartenenza alla Nato e il rapporto con gli Usa
Il secondo vincolo è l’appartenenza italiana alla Nato. Nelle lunghe trattative che hanno portato alla formazione del governo, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sentito il bisogno di confermare esplicitamente l’adesione dell’Italia all’Alleanza occidentale. La piena adesione dell’Italia alla Nato non è mai messa in discussione, ma è convinzione diffusa tra Lega e Cinque stelle che l’adesione all’Unione europea e l’alleanza con gli Stati Uniti abbiano lasciato l’Italia “senza difese” di fronte alle forze della globalizzazione.

Tuttavia la sicurezza italiana continua a essere legata alle infrastrutture militari della Nato, in particolare per la protezione della sponda nord del Mediterraneo. Se l’amministrazione Trump dovesse decidere un effettivo disimpegno degli Stati Uniti dalle forze Nato in Europa o in Medio Oriente, l’Italia sarebbe uno dei Paesi più esposti a rischi e a nuovi flussi migratori attraverso il Mediterraneo.

La dipendenza dall’export
Il terzo vincolo è la dipendenza dall’export della parte più competitiva dell’industria italiana. L’export italiano è cresciuto del 6% nel 2017 e per quest’anno ci si aspetta una crescita ulteriore, raggiungendo il valore record di 570 miliardi di euro. L’Italia è il Paese europeo con il più alto tasso di crescita delle esportazioni e le aziende che esportano producono un flusso di cassa essenziale per l’economia nazionale. Queste aziende sono basate nel Centro-Nord, bacino elettorale storico della Lega. Mentre una parte del Paese chiede più confini e protezione dalla competizione internazionale, sono proprio le aziende italiane a essere messe a rischio da possibili guerre commerciali. Le politiche protezionistiche di Trump, sebbene ad oggi relativamente limitate, hanno già un impatto negativo sugli esportatori italiani.

Complessivamente, i vincoli entro cui il governo si trova ad operare derivano in parte dalla posizione geopolitica dell’Italia, ma per la maggior parte sono stati prodotti dall’Italia stessa, in particolare per quanto riguarda il debito pubblico. Se in passato però questi vincoli erano visti come un motore di benessere economico e stabilità, oggi sono visti come una causa d’impoverimento da una parte della classe media. Tuttavia, rompere questi equilibri avrebbe un costo economico molto elevato che i partiti di maggioranza non sembrano oggi pronti a pagare.

In conclusione, l’Italia è, e rimarrà, ancorata alle istituzioni europee ed occidentali, ma la sua influenza internazionale continuerà a pagare il prezzo di un sistema politico internamente debole e vulnerabile rispetto a shock esterni, come dimostrato dai risultati del Consiglio europeo di giugno sul tema migrazioni, conclusosi con nulla di fatto sostanziale per gli interessi italiani.