IAI
I ritardi dell'Italia

Diritti umani: per una Commissione indipendente

6 Lug 2018 - Filippo di Robilant - Filippo di Robilant

Il prossimo dicembre celebreremo il 70° anniversario della Dichiarazione universale sui diritti umani, mentre il 25 giugno si è celebrato il 25°anniversario della Dichiarazione di Vienna: la prima sancì l’universalità dei diritti umani, la seconda la loro indivisibilità.

Questo doppio anniversario ci ricorda come le due Dichiarazioni abbiano aperto la strada a nuovi strumenti di protezione, ma anche come questi siano labili. Non a caso l’universalità dei diritti umani è continuamente messa a repentaglio: sempre di più appaiono riservati a gruppi specifici e non all’essere umano in quanto tale. Come pure il principio d’indivisibilità è sotto attacco: sempre di meno i diritti umani s’intrecciano con altri diritti – quelli economici, sociali, culturali –, rendendo così più difficile generare inclusione, sicurezza e giustizia sociale.

Protezioni inadeguate nell’Ue e soprattutto in Italia
Recenti indagini dell’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione europea (Fra) confermano che in Europa la produzione legislativa protegge in modo inadeguato le persone vulnerabili, una critica che investe soprattutto il nostro Paese.

Sappiamo che l’Italia è da decenni in cima alle classifiche per numero di sentenze di condanna della Corte europea per i diritti dell’uomo, soprattutto per le condizioni carcerarie e l’irragionevole durata dei processi.  Forse sappiamo meno che, secondo i dati della Fra, siamo tra i Paesi europei che peggio tutelano i diritti di minoranze etniche e di genere, che più tardi e male traspongono obblighi internazionali nell’ordinamento nazionale, e siamo tra i più carenti quanto a meccanismi di risarcimento (www.fra.europa.eu).

Su queste macerie si è ora istallato un Governo che rischia di radere al suolo il poco che rimane in piedi. Come abbiamo visto sulla questione immigrazione, l’Italia è giunta a calpestare valori che si ritenevano al riparo da qualsiasi minaccia perché codificati a tal punto da non poter essere più messi in discussione. Invece questo avviene nell’Italia di oggi, nell’indifferenza di gran parte della popolazione.

Italia unico Paese europeo senza Commissione nazionale indipendente
Per questo è fondamentale per l’Italia dotarsi finalmente di una Commissione nazionale indipendente per i diritti umani. Da anni, controcorrente e largamente inascoltato, un manipolo di persone si batte per la sua istituzione. Siamo l’unico Paese europeo, per non dire dell’intero Occidente, a non averla istituita, in applicazione della risoluzione 48/134 dell’Assemblea generale dell’Onu, da noi firmata nel 1993.

Inadempienti da 25 anni, quindi. In tutto questo tempo, i disegni di legge istitutivi di tale organismo sono rimasti nei cassetti del Parlamento oppure arenati in qualche commissione. Per qualsiasi persona in Italia che si ritiene violata in un suo diritto fondamentale, non potendo rivolgersi alla Commissione nazionale, l’unica strada è di finire in Tribunale, attendere tre gradi di giudizio e, se ancora non stremata, adire alla Corte di Strasburgo.

Anche se meno eclatante, questa fuga del Parlamento di fronte al suo dovere di creare un Commissione nazionale è da ritenersi più grave della sua fuga dallo Ius soli, tanto per rimanere ai giorni nostri, perché toglie a tutte le persone che vivono in Italia la possibilità di ricorrere a un organismo internazionalmente legittimato a riconoscere la violazione di diritti fondamentali individuali.

Competizione all’Onu non scontata
I deputati Quartapelle (Pd) e Fusacchia (+Europa) hanno raccolto le firme per depositare per l’ennesima volta un testo di legge. Sarà mai calendarizzato? La speranza è flebile visto che non è stato così nel passato con maggioranze molto meno ostili al tema diritti umani.

La conseguenza? Una donna vittima di violenza, un immigrato oggetto di atti di razzismo, una persona appartenente a una minoranza che si sente discriminata sanno a chi rivolgersi se si trovano in Francia, Spagna, Germania, ma anche in Polonia, Grecia e Bulgaria. Non qui da noi.

Con queste credenziali ci siamo candidati a rientrare nel Consiglio diritti umani dell’Onu per il triennio 2019-2021. Ci sono quattro Paesi Ue per tre posti: oltre all’Italia, Grecia, Austria e Danimarca. L’esito è tutt’altro che scontato. Ma, oggi, importa a qualcuno?