IAI
Scene d'una crisi

Venezuela: Gherardi, “Dramma delle mamme bambine”

11 Giu 2018 - Emmanuela Banfo - Emmanuela Banfo

Il dramma del Venezuela di Nicolas Maduro ha anche la faccia delle mamme bambine. Lo racconta Eliana Gherardi, responsabile dell’associazione femminile ‘Damas salesianas’ e consigliera della formazione internazionale delle loro missioni nel mondo. “Il governo – osserva Eliana – dà soldi a chi fa figli. Nel Paese, poi, gli anticoncezionali o non ci sono o sono carissimi. Che vuole che ne sappia una dodicenne di maternità! Cerchiamo di assisterle in tutto, di dare sostegno psicologico e materiale”.

Il numero di chi diventa madre nell’età delle bambole è in aumento e il fenomeno affonda le sue radici nell’ignoranza, nella violenza diffusa nel tessuto familiare e sociale, nelle relazioni e, non ultima, nella fame, che funziona come arma di ricatto da parte di un potere confermato di recente alle urne con un’affluenza del 46% e grazie, secondo lo sconfitto Henri Falcon, ai brogli.

Venezuela - Eliana - Gherardi“Si figuri – dice la Gherardi – che poco prima delle ultime elezioni, durante la campagna elettorale, mi è arrivato sul cellulare un messaggio sms. Mi diceva che potevo ritirare la pensione esibendo il numero della tessera elettorale! Qui controllano tutto e tutti”. Ma Eliana, 56 anni, nata e residente a Caracas, figlia di immigrati italiani, non ha bisogno di alcuna pensione. Lavora in una delle poche aziende che dal Venezuela non vogliono andare via “perché spera nella ripresa del paese. Paese, certo, che è tutto da rifare”.

I bambini sono le prime vittime
I bambini, le bambine, sono le prime vittime  e ‘Damas salesianas’, con i suoi 1500 operatori e 29 centri attivi presta la sua opera in Venezuela “con le scuole, che vanno dall’asilo ai licei, i nostri centri di formazione tecnica, i nostri ambulatori sanitari. Ma sono deboli i nostri bambini – dice la Gherardi -: al massimo mangiano una volta al giorno, soprattutto pasta di mais, perché qui non abbiamo farina di grano, senza condimento. Non ce la fanno ad andare a scuola, a seguire le lezioni. Ormai i direttori scolastici denunciano livelli di assenteismo, di allievi e insegnanti, che compromettono la continuità didattica. Ma nulla viene allo scoperto. Il governo impone la censura. Alcuni presidi hanno proposto di ridurre la settimana scolastica da 5 a 3 giorni, ma non è stato accettato. Tutto deve sembrare normale, regolare”.

Denutriti i bambini a volte sono costretti a chilometri di tragitto a piedi per arrivare a scuola “perché praticamente – afferma la Gherardi – non esistono più trasporti pubblici”. Anche le condizioni sanitarie sono peggiorate: “ I più deboli stanno morendo. Alcune malattie, come la malaria, che fino a qualche anno fa si dava come debellata, è ritornata. Ma non ci sono medicine – continua Eliana – i farmaci scarseggiano e negli ospedali molti bambini non ce la fanno. I medici che hanno parlato di questo stato di cose, ora sono in carcere. Il governo non permette di aprire il canale umanitario perché non vuole ammettere che c’è una crisi spaventosa, tragica. L’80% dei venezuelani vive in condizioni di povertà”.

L’economia in pezzi, l’inflazione alle stelle, i migranti
Tuttavia, nonostante il bavaglio all’informazione, i media nel resto dell’America e in in Europa riferiscono di un’economia a pezzi, di un’inflazione alle stelle e di un numero sempre più elevato di emigrati. “In Venezuela non si produce più niente – spiega la Gherardi -. Le fabbriche chiudono, in campagna l’agricoltura è abbandonata. Trovare da mangiare è difficile. Le code davanti ai negozi sono interminabili, ma gli approvvigionamenti mancano e le botteghe, i supermercati, hanno poco o nulla. E quando c’è modo di comprare qualcosa, i prezzi sono elevatissimi. Chi può permetterselo? Uno stipendio base è di 2 milioni di bolivar, ma al mercato nero per acquistare un chilo di carne occorrono cinque milioni e per un chilo di formaggio due e mezzo. Al mercato nero il cambio bolivar/dollaro è di 1 milione di bolivar per un dollaro, in quello ufficiale 70mila circa per un dollaro”.

“La disoccupazione – prosegue Eliana – è altissima, le aziende falliscono o se ne vanno. Anche se le fonti ufficiali smentiscono, si ipotizza che abbiano già espatriato quattro milioni di persone, molte verso il Portogallo, la Spagna, tanti anche in Germania. Chi ha la doppia nazionalità trova più facile lasciare il Paese. La classe media più ricca, con un visto per lavoro, riesce a raggiungere gli Stati Uniti, dove conta di aprire un’attività; la classe media meno abbiente si trasferisce in Colombia, Brasile, Cile, Equador, Perù”.

Miseria dilagante che ha fatto crescere la criminalità. “A Caracas, ma non solo, ammazzano per un paio di scarpe, per un cellulare. C’è un grande problema di sicurezza”. Una realtà disastrata, che rende difficile anche l’intervento del volontariato sociale: “Stavamo facendo un buon lavoro nelle zone dell’Amazzonia dove eravamo riusciti, con gli indigeni del luogo, a fare prevenzione medica, a mettere in pratica anche la telemedicina. Ora tutto questo è compromesso, non ultimo per il fatto che i gestori della telefonia, della rete mobile e quindi di Internet se ne stanno andando via dal Venezuela”.

Una popolazione non rassegnata
Alla domanda che cosa stia facendo la popolazione che non scappa, che non cerca rifugio altrove, la risposta non è la rassegnazione. “L’opposizione c’è – afferma la Gherardi -, ma è perseguitata. Fino all’ anno scorso venivano organizzate tante manifestazioni di protesta, ma 150 ragazzi hanno perso la vita, ora ne abbiamo 200 nelle carceri. L’ Esercito sta dalla parte del governo, anche se ci arrivano voci che alcuni militari si sono ribellati. Ovviamente sono in prigione”.

La speranza è alimentata dalle reazioni internazionali all’esito delle recenti elezioni e proprio da questo spirito di resilienza che anima il popolo venezuelano. “Quelle indette da Maduro – commenta Eliana – non sono state elezioni democratiche. Pochi sono andati a votare. E’ stato un bene che non siano state riconosciute dall’ Europa e neppure dal G7. Ma il popolo anti-Maduro non è unito. In Venezuela si spera che i partiti d’opposizione riescano a trovare un candidato unico e che a dicembre si possa ritornare al voto”.

Una classe politica inadeguata e l’eco internazionale
Il tallone d’Achille del Venezuela è sempre stato nella sua classe politica. “Sono nata a Caracas – ricorda la Ghirardi – e mio padre raccontava dell’immigrazione dagli anni ’47-’48 fino al 1960. E’ stata un’immigrazione che ha dato ricchezza al Venezuela. Poi un’altra ondata immigratoria è venuta dagli altri Paesi sud-americani. Il petrolio che ha caratterizzato la nostra economia negli anni ’70 è stato una fortuna, ma non abbiamo mai avuto politici seri. Il populismo, che si basa sempre sul ricatto ‘ti do da mangiare e tu mi dai il tuo voto’, ha portato a questa situazione. Lo sviluppo indotto dal petrolio non è bastato”.

La questione Venezuela va oltre il Venezuela. Gli Usa di Trump , subito dopo il voto, hanno fatto la voce grossa e la reazione di Maduro è stata di espellere i due diplomatici statunitensi, Todd Robinson e Brian Naranjo, dando loro 48 ore di tempo per fare le valigie. La comunità internazionale ha denunciato l’irregolarità delle ultime elezioni, ma Russia e Turchia si sono dissociate a ogni tipo di sanzione. Intanto Maduro parla di complotto imperialista e di nemici del popolo a cui attribuisce la causa della miseria.