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Fermenti nel Gruppo di Visegrad

Ungheria: una riforma della Costituzione anti-migranti

27 Giu 2018 - Massimo Congiu - Massimo Congiu

Con l’approvazione della riforma costituzionale da parte del Parlamento ungherese, il governo Orbán ribadisce la volontà di contrastare il sistema delle quote di accoglienza obbligatorie voluto dall’Ue. Infatti, una delle modifiche alla legge fondamentale, già entrata in vigore – quest’ultima – nel 2012, stabilisce il divieto di accogliere migranti economici irregolari.

Si tratta di un’iniziativa del tutto coerente con la politica portata avanti finora dall’esecutivo di Budapest in questo ambito, volta a difendere i confini nazionali e a impedire che l’Ungheria diventi una terra di immigrazione.

Orban difende il Paese da un rischio che non esiste
I fatti, però, dimostrano che il Paese non corre grandi rischi da questo punto di vista: nel 2015 le principali stazioni ferroviarie di Budapest si erano riempite di migranti, questo è vero, ma i medesimi si limitavano ad aspettare che ripartissero i treni con cui raggiungere i Paesi economicamente più stabili dell’Europa occidentale e settentrionale.

Da tre anni a questa parte quello dei flussi migratori è il tema centrale della propaganda continua e martellante svolta dal governo che si è accreditato all’opinione pubblica nazionale come difensore del Paese dal rischio di invasioni musulmane e che, grazie anche a questo, ha vinto le elezioni svoltesi lo scorso aprile.

Orban respinge al mittente critiche e appelli
A nulla sono valsi gli avvertimenti dei costituzionalisti i quali, prima del voto parlamentare, hanno argomentato che il diritto internazionale ha prevalenza su quello nazionale, per quanto inserito nella costituzione. Né sono serviti a qualcosa gli appelli che le istituzioni europee prima e la Commissione di Venezia in seguito hanno rivolto al governo ungherese chiedendogli di fare un passo indietro rispetto alla riforma.

L’esecutivo ha risposto in una nota che non sarà abrogato nessuno dei punti che fanno parte del pacchetto approvato la settimana scorsa, in quanto esso difende l’Ungheria e le dà modo di agire contro chi organizza i flussi clandestini. Del resto Orbán non riconosce nell’atto migratorio un diritto umano, una libertà fondamentale, e pone il problema del rischio di sopravvivenza delle radici culturali europee minacciate dai migranti musulmani. Tanto che il pacchetto approvato dall’Assemblea nazionale contiene un riferimento all’obbligo di difendere la cultura cristiana del paese.

La guerra di Orban a Soros e alle Ong da lui finanziate
Nel mirino delle autorità di Budapest ci sono le Ong riconducibili al magnate americano di origine ungherese George Soros o che ricevono soldi dall’estero. Le medesime sono descritte dal governo come agenti di sistemi di potere stranieri che tramano nei confronti dell’Ungheria per realizzare il piano attribuito a Soros di riempire il Paese e l’intero continente di migranti musulmani.

A questi poteri viene anche contestato l’intento di fare dell’Europa una colonia del capitale globale e dei suoi speculatori. Le leggi volute dal governo prevedono che chiunque aiuti un migrante irregolare rischia fino a un anno di carcere. La propaganda svolta dall’esecutivo e le sue misure criminalizzano la solidarietà e dipingono il migrante come figura negativa capace di destabilizzare il Paese, di approfittare delle sue risorse e di esporlo ai rischi derivanti dal terrorismo internazionale.

La posizione dell’Ungheria radicalizza il Gruppo di Visegrad
Insomma, la linea dura del governo ungherese nei confronti dell’Ue sul fronte dei migranti continua. Già nelle settimane prima dell’approvazione della riforma costituzionale, l’Ungheria e gli altri Paesi del Gruppo di Visegrád (V4, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) avevano fatto del loro meglio per affossare la riforma del regolamento di Dublino, proprio come segno della loro opposizione al principio di ricollocamento dei profughi.

La riunione del V4 più l’Austria a Budapest, il 22 giugno, è servita a fare il punto della situazione e dare luogo a un’ulteriore saldatura del fronte europeo anti-accoglienza anche se la delegazione austriaca non ha escluso una qualche apertura al sistema voluto dall’Ue in questo campo.

Un altro segno chiaro della chiusura del V4 è il fatto che i suoi membri hanno boicottato la riunione informale del Consiglio europeo avvenuta alla fine della scorsa settimana a Bruxelles per provare a sbloccare la situazione sul fronte migranti in attesa della riunione del Consiglio europeo del 28-29 giugno. L’assenza dei Paesi di Visegrád è stata un modo in più di ribadire il loro rifiuto dell’accoglienza e di negare in questo modo i principi cardine dell’edificio europeo che si vuole basato sulla solidarietà e sulla condivisione delle responsabilità a fronte delle grandi emergenze attuali.

L’Ungheria di Orbán, invece, si barrica dietro la sbandierata necessità di proteggere il territorio nazionale dai nemici esterni, da coloro che tramano ai danni del Paese e vorrebbero cancellarne l’identità culturale. La risoluzione della Commissione Libertà civili del Parlamento europeo che invita gli Stati membri ad attivare la procedura relativa all’applicazione dell’articolo 7 contro l’Ungheria non è altro, per Orbán, che una pressione per indurre il Paese a cambiare le sue politiche anti-immigrazione.

Con la riforma della Legge fondamentale il governo contrasta il principio dell’accoglienza e provvede ad estendere ulteriormente il suo già ampio controllo sulla vita pubblica. L’esecutivo infatti intende ridefinire il sistema giudiziario con l’istituzione di tribunali speciali dotati di giudici nominati direttamente da esso e scelti fra ex funzionari governativi e introduce il limite al diritto di manifestazione. Con quest’ultima misura mostra chiaramente l’intento di colpire la critica pubblica e organizzata al sistema. L’esecutivo non manca infine di tornare a occuparsi della povertà interna vietando ai senzatetto di dimorare in luoghi pubblici per conservare una decenza che in fondo sa molto di facciata.