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L'araba fenice

Ue: difesa, un nuovo Eurofighter per la Germania?

25 Giu 2018 - Michele Nones - Michele Nones

Negli ultimi cinquanta anni l’Europa ha sviluppato molti equipaggiamenti militari di successo sia come programmi nazionali sia come programmi di collaborazione intergovernativa. Ovviamente non sono mancati i fiaschi, ma, in generale, quando hanno prevalso le reali esigenze militari e vi è stato il necessario supporto governativo, i risultati sono arrivati. In questo modo si sono rafforzate le capacità tecnologiche e industriali europee a beneficio di tutti.

Al primo posto la sostenibilità
Oggi il quadro è diventato più complicato e vi è un nuovo fattore predominante, la sostenibilità. Anche quando uno o più Paesi sarebbero in grado di sviluppare e produrre per lo meno alcuni dei nuovi equipaggiamenti (seppure a un prezzo fuori mercato), resterebbe il problema di come sostenerli nel tempo. E questo vale per le piattaforme e, a maggiore ragione, per i sistemi di bordo.

Una volta la spinta a fare programmi in collaborazione veniva soprattutto dalla necessità di spalmare gli alti costi di ricerca e sviluppo dei nuovi equipaggiamenti su un numero elevato di esemplari, in particolare nel caso di salti generazionali. Adesso lo stesso problema è allargato all’intera vita operativa, spesso segnata da due-tre ammodernamenti, se non da versioni successive del prodotto iniziale. L’innovazione tecnologica è diventata continua e vede associata la rincorsa del mercato militare con quella del mercato civile.

L’obiettivo di dare alle Forze Armate europee equipaggiamenti che rispondano alle loro esigenze e che siano finanziariamente sostenibili nell’intero ciclo di vita richiede, quindi, che si punti a dotarle degli stessi prodotti, possibilmente realizzati coinvolgendo il maggior numero possibile di imprese dei Paesi interessati.

L’attuale punto di partenza è, però, una vera e propria Torre di Babele, perché i cicli di pianificazione per l’ammodernamento dei mezzi in servizio sono da sempre nazionali e, quindi, i tempi per le sostituzioni non coincidono e spesso sono molto distanti. Ma se non si riesce a sincronizzarli, il problema è destinato a riproporsi continuamente e le Forze Armate europee continueranno in troppi casi ad avere equipaggiamenti diversi perpetuando spechi e inefficienze.

La possibile decisione tedesca
Questo potrebbe avvenire, ad esempio, se la Germania, per sostituire la flotta dei Tornado ancora in servizio, decidesse di sviluppare autonomamente una nuova versione dell’ Eurofighter con maggiori capacità di attacco al suolo. I due principali Paesi coi quali è stato sviluppato l’ Eurofighter e il Tornado, Regno Unito e Italia, hanno scelto quindici anni fa di partecipare al programma americano F 35, il velivolo di quinta generazione che sta ora entrando in servizio.

Sul piano militare l’ Eurofighter, un validissimo velivolo da superiorità aerea, non potrà mai eguagliare l’F 35, sia per le capacità elettroniche sia per le caratteristiche di “bassa segnatura”. Ma, soprattutto, la nuova versione potrebbe entrare in servizio solo nella seconda metà del prossimo decennio, quando, invece, è previsto che i paesi europei siano nel pieno sviluppo di quella famiglia di velivoli che è oggi indicata con la sigla Fcas – Future Combact Air System. In questa direzione sono state avviate  due diverse iniziative (franco-inglese e franco-tedesca), ma è probabile che alla fine una sola resti in piedi, forse integrando l’altra e con la speranza italiana di potervi entrare.

Tutto questo potrebbe, però, essere messo a rischio dall’ipotizzata decisione tedesca sull’ Eurofighter. Assorbirebbe, infatti, le capacità ingegneristiche della Germania e, ancor più, quelle finanziarie, col rischio di impedire o, comunque, ritardare pesantemente il suo coinvolgimento nell’auspicato nuovo programma europeo.

Così, per l’ennesima volta, l’interesse collettivo a rafforzare strategicamente la base tecnologica e industriale europea, proiettandola verso nuove sfide tecnologiche, sarebbe sacrificato all’interesse di un singolo Paese ad assicurare, nell’immediato, lavoro alle sue imprese. E, insieme, sarebbero sacrificate anche le esigenze delle sue Forze Armate, fra cui quelle di poter operare congiuntamente con quelle dei partners.

Possibili alternative
Ma, volendo, si potrebbero trovare soluzioni alternative. Due esempi potrebbero fornire utili indicazioni.

Quando si cominciò a sviluppare l’ Eurofighter, la nostra Aeronautica aveva in servizio l’F 104, ormai quasi inutilizzabile a fini militari. Subito, nella seconda metà degli Anni Ottanta, fu fatto un assurdo tentativo di ammodernarlo con una versione nazionale denominata Asa. Poi, negli Anni Novanta, fu presa in leasing la versione Adv del Tornado, sviluppata dal solo Regno Unito (anche allora qualcuno pensava che un aereo, nato per svolgere una missione, potesse facilmente svolgerne un’altra completamente diversa!).

Queste soluzioni non si dimostrarono valide e all’inizio degli Anni Duemila fu preso in leasing l’F 16 americano, con piena soddisfazione della nostra Aeronautica. Nel frattempo, però, abbiamo continuato a finanziare lo sviluppo dell’ Eurofighter e quando ha raggiunto le prestazioni richieste, nel 2013, abbiamo interrotto il contratto americano.

Quando la Royal Navy ritenne che il velivolo imbarcato Sea Harrier non potesse essere più utilizzato, così come le sue portaerei, a metà dello scorso decennio decise di rinunciare ad avere una capacità di proiezione aero-navale. Nel frattempo ha continuato a partecipare allo sviluppo della versione a decollo corto e atterraggio verticale dell’F 35 e sta costruendo una nuova portaerei. Sulla carta ha siglato un accordo con la Francia per potersi supportare vicendevolmente in questo campo, ma, di fatto, per tutti questi anni gli inglesi non hanno avuto questa capacità e torneranno ad averla solo all’inizio del prossimo decennio.

In ambedue i casi si sono ovviamente tutelati gli interessi nazionali, ma, facendolo con una visione strategica e non solamente tattica, alla fine il risultato è stato positivo per tutti:  invece che un’operazione assistenziale, si è fatta una seria operazione di politica industriale.