IAI
L'analisi della crisi

Migranti: tutti gli errori del dibattito politico italiano

28 Giu 2018 - Anja Palm - Anja Palm

La questione migranti è stata al centro del dibattito politico per tutto il primo mese del governo Conte. Il paradosso è che quest’attenzione, anche mediatica, più che ad approfondire ha contribuito a semplificare un fenomeno ben più complesso della sua rappresentazione quotidiana.

I dati sugli arrivi in Europa e sulle variazioni nei flussi, che col tempo sono diventati il parametro di riferimento anche nella valutazione di successi e sconfitte delle politiche migratorie, forniscono un’immagine parziale e semplificatoria del fenomeno, e trascurano, ad esempio, il contesto globale e l’azione esterna dell’Unione europea e dei suoi Stati membri.

L’Europa, una parte del tutto
L’immagine ampiamente diffusa che vedrebbe flussi migratori interminabili dall’Africa verso l’Europa è pesantemente fuorviante. Non solo perché, com’è ormai noto, l’83% dei rifugiati si trova in Paesi in via di sviluppo.

In Africa la migrazione, oltre ad essere connaturata alla vita di molte persone – si pensi alle popolazioni nomadiche e alla diffusissima mobilità per lo svolgimento di lavori stagionali – ha per lo più una dimensione intra- e trans-regionale prima ancora che trans-continentale.

Insieme a regioni come il Sahel, caratterizzate da una forte mobilità interna (l’80% degli spostamenti non sono verso l’Ue), anche il Nord-Africa è stato per molti anni un hub industriale e di attrazione di forza lavoro. Ma queste dinamiche sono state e possono ancora essere influenzate da una molteplicità di fattori, sia interni ai singoli Paesi – dai conflitti violenti al collasso dei sistemi politici, all’incapacità degli Stati di fornire servizi essenziali –  sia da fattori, ed attori, esterni.

Le politiche europee hanno un impatto
I flussi migratori vanno inquadrati all’interno della più ampia politica estera promossa dall’Europa, dai suoi Stati membri e da altri attori internazionali. Alcuni Stati europei come Francia o Inghilterra hanno avuto un ruolo determinante in Paesi che sono oggi di origine (come la Siria) o di transito (come la Libia), per le loro scelte in materia di investimenti e di politiche economiche, o per il sostegno fornito alle parti coinvolte in conflitti locali e regionali.

All’azione dei singoli si aggiunge il peso delle politiche sui migranti esterne promosse dall’Ue, come gli accordi con Paesi terzi per il controllo dei confini locali. L’influenza è sia a livello regionale, perché tra gli effetti collaterali di questi accordi c’è la riduzione forzata della migrazione intra-regionale (è il caso del Sahel), sia a livello trans-continentale: le politiche migratorie europee e soprattutto bilaterali di membri chiave come Spagna e Italia hanno infatti agito sui movimenti lungo le diverse rotte del Mediterraneo e contribuito alla proliferazione del business della tratta.

 

grafico migranti 1
Arrivi via mare in Europa 1998-2017, elaborazione: Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)

 

L’Italia: giocatore in prima linea in un’Unione paralizzata?
Sebbene ciascun flusso meriterebbe un’analisi a sé – poiché raggruppa migranti con necessità, nazionalità e status giuridici differenti – è indubbio che l’Italia sia stata al centro del fenomeno migratorio nella sua dimensione europea. È stata uno dei principali Paesi di arrivo, soprattutto in seguito alla forte riduzione, nel 2016, dei flussi dalla Turchia alla Grecia.

Se nel 2017 il 67% di tutti gli arrivi in Europa ha riguardato le coste italiane, la tendenza non si è confermata nel 2018, facendo pensare a una parziale riapertura di rotte precedentemente meno attive o a un possibile spostamento della “zona di passaggio” per alcune nazionalità, risultato delle politiche migratorie dell’anno scorso.

L’Italia, anche grazie alla sua (es)posizione geografica, è da anni una forza trainante nel percorso per l’individuazione di una politica estera europea in materia di migrazione. Ma vista l’insufficiente reattività europea, il suo impegno si è spesso tradotto in, pur significative, politiche bilaterali italiane con Paesi di origine e di transito.

A paralizzare l’Unione è soprattutto l’accentramento di competenze in materia nelle mani degli Stati membri, veri attori decisionali della politica migratoria. A causa dell’opposizione forte di certi gruppi di Paesi allo sviluppo di una politica comune, l’Ue ha proceduto zoppicante per due anni, facendo sì passi avanti nell’approvazione di strumenti quadro come il Fondo fiduciario per l’Africa e il Nuovo quadro di partenariato per la migrazione, ma senza mai porsi come attore incisivo a livello internazionale e soprattutto fallendo sul terreno della solidarietà fra stati membri.

Gli ingressi per motivi di lavoro, un passaggio obbligato
Non dimentichiamo la dimensione economica. Il fatto che ad oggi i costi dell’accoglienza, delle procedure di asilo e dell’integrazione ricadano in modo quasi esclusivo sugli Stati membri costieri, è sintomatico di un modello di gestione delle migrazioni fortemente sbilanciato a sfavore dei Paesi di primo arrivo, senza che il supporto economico accordato loro dall’Ue riesca a riequilibrare la situazione.

Ma l’impatto economico delle migrazioni – com’è dimostrato – è positivo nel lungo periodo, ed particolarmente vero in un contesto di declino demografico dove l’arrivo di nuova forza lavoro è necessario non solo in un’ottica di mercato del lavoro, ma anche per il sostentamento del sistema pensionistico e del welfare.

La creazione di ingressi regolari per motivi di lavoro, oltre a quelli per richiedenti protezione internazionale, è quindi un passaggio obbligato per gestire la questione migranti e fornire una risposta concreta e significativa alla crisi.

Oltre l’emergenza e contro le politiche di ferro
Continuare a parlare di politiche migratorie in un’ottica emergenziale e optare per una politica di ferro contro gli sbarchi non risolverà le molteplici cause che spingono i migranti a cercare una vita migliore altrove.

Se per l’Italia la partita di una reale politica migratoria di medio e lungo raggio si gioca quindi principalmente nel continente africano, è da un’analisi delle cause che bisogna ripartire. Per quanto possa sembrare difficile nell’attuale clima politico, potrebbe essere proprio qui la chiave per uscire dall’impasse, superando così anche la forte polarizzazione dell’opinione pubblica.

Ma solo se possiamo essere d’accordo sul presupposto di base che il diritto ad una vita dignitosa appartiene a entrambi i lati del Mediterraneo.