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Il re e i manifestanti

Giordania: proteste, fronte unito contro il governo

14 Giu 2018 - Stefania Sgarra - Stefania Sgarra

“Governo ladro”, “Sono un cittadino, non un bancomat del governo”, “Non ci inginocchieremo davanti all’Fmi”: sono solo alcuni degli slogan scanditi dai manifestanti in Giordania durante le proteste dei giorni scorsi contro la riforma fiscale e le misure di austerità proposte dal governo. Le proteste si sono rapidamente diffuse da Amman, la capitale, nel resto del Paese costringendo alle dimissioni il primo ministro Hani al- Mulki.

Nonostante il rimpasto di governo, la contestazione popolare in Giordania non si è placata. I video e i messaggi di manifestanti e attivisti che da subito hanno cominciato a circolare sui social hanno testimoniato un’insoddisfazione che va oltre la questione economica, reclamando un cambiamento dell’approccio politico a vantaggio d’un maggior coinvolgimento della popolazione, di trasparenza e responsabilità.

Anatomia delle proteste: un fronte d’opposizione unito
Proteste di questa portata non si erano viste nel Paese dal 2011. Ma, rispetto a sette anni fa, non sono state le sigle politiche a mediare tra i manifestanti e il governo, bensì sindacati e organizzazioni sociali che hanno contribuito a legittimare e formalizzare le richieste della folla. In secondo luogo, i giordani che continuano a riversarsi nelle strade sono di estrazione sociale e generazioni diverse, con una notevole partecipazione di donne e giovani. Nelle parole del blogger giordano Naseem Tarawneh: “Per una volta, ogni giordano sta parlando all’unisono e la parola chiave del momento è: no. ‘Gabba3at. E’ troppo’. ‘Ma3nash. Non abbiamo nient’altro da dare‘”.

Da un lato, la proposta di abbassare la soglia di reddito degli aventi diritto all’ esenzione fiscale per individui e famiglie e di alzare le imposte che gravano su alcune società in diversi settori ha mobilitato la classe media, che durante le Primavere Arabe era rimasta ai margini delle proteste. Dall’altro lato invece, la decisione, poi ritrattata, di alzare ancora i prezzi di carburante ed elettricità ha esteso le proteste alle classi operaie, le più colpite da anni di attuazione delle misure di austerità. In generale le condizioni di vita in Giordania sono peggiorate, il debito pubblico è altissimo e quasi pari al Pil e la richiesta del 2016 di un prestito dell’Fmi di 723 milioni di dollari ha catalizzato un ridimensionamento della spesa pubblica con tagli ai sussidi e ai servizi per adempiere alle condizioni imposte dal Fondo.

Cambiare approccio o vivere in bilico: la questione economica
La precarietà economica della Giordania è alimentata da falle strutturali quali la mancanza di risorse naturali e la dipendenza dagli aiuti esterni e dalle rimesse dei cittadini che lavorano all’estero, soprattutto nel Golfo. In più, l’ascesa al trono di Abdullah II è stata accompagnata da un rafforzamento delle riforme neo-liberali iniziate dal padre Hussein, con annessi privatizzazioni e smantellamento del welfare. Nonostante circa il 20% della popolazione giordana viva sotto la soglia di povertà, stando alle stime della Economic Intelligence Unit. Amman sarebbe tra le capitali più costose della regione. Per non parlare dell’elevata spesa militare, aumentata da 1,75 milioni di dollari nel 2017 a 2,02 nel 2018.

Fattori esterni quali l’arrivo di circa 700 mila rifugiati dalla Siria, l’effetto negativo su commercio e turismo dei conflitti nei Paesi limitrofi e il cambiamento nelle alleanze regionali hanno ulteriormente contribuito all’instabilità economica. In particolare, il recente allineamento Usa – Israele – Arabia Saudita ha sminuito il ruolo che la monarchia hascemita aveva ricoperto per anni come anello di congiunzione tra il mondo arabo e Israele per conto degli Usa.

La risposta della monarchia
Le manifestazioni in Giordania si sono svolte in modo prevalentemente pacifico con isolati casi di violenza e sporadici arresti. Il re ha immediatamente preso le parti della popolazione: si è recato in prossimità del 4 Circle, sede del primo ministro, dove si erano radunati i manifestanti, e ha detto alle forze dell’ordine che i cittadini “devono potersi esprimere e dar voce alle loro opinioni ed è nostro dovere proteggerli”. Poche ore dopo ha accettato le dimissioni di al – Mulki e ha nominato al suo posto Omar al- Razzaz, ministro dell’Istruzione di profilo liberale e riformista ed ex-economista per la Banca mondiale. Nella lettera di incarico destinata al nuovo PM, re Abdullah si è detto orgoglioso della cittadinanza attiva mostrata dai giordani e ha sottolineato che “dialogo, comunicazione e costruzione del consenso dovrebbero essere gli strumenti più importanti su cui il governo dovrebbe basare la sua apertura e interazione con le altre autorità e i cittadini“.

Dopo che la tregua di una settimana negoziata dai sindacati con il nuovo governo è stata rifiutata dai manifestanti, il nuovo PM al-Razzaz si è impegnato a ritirare la proposta di riforma fiscale. Ciò che rimane da capire nelle settimane a venire è fino a che punto il dibattito pubblico che le proteste hanno avviato in merito al rapporto tra governo e cittadini catalizzerà una qualche forma di cambiamento o se la risposta condiscendente della monarchia rimarrà un atto di facciata finalizzato al mantenimento dello status quo, come già accaduto nel 2011.