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Conflitti non solo commerciali

Usa/Ue: guerra dei dazi, i perché e gli sbocchi

8 Mag 2018 - Riccardo Perissich - Riccardo Perissich

È difficile dire se la tregua, peraltro di breve durata, annunciata da Donald Trump prima di applicare all’Ue i dazi decisi su acciaio e alluminio sia dovuta alle visite a Washington di Emmanuel Macron e Angela Merkel o, come è stato detto, a “progressi” compiuti nei contatti che durano ormai da settimane fra la Commissione europea e l’Amministrazione americana. L’unica cosa certa è che finora l’Unione ha reagito con fermezza, per bocca della Commissione, del Consiglio e più recentemente dei tre maggiori Paesi (Francia, Germania e Regno Unito); è stata anche preparata una lista di possibili ritorsioni e un ricorso al Wto.

Rischi di effetti dirompenti
Guerricciole commerciali fra Europa e America sono già avvenute in passato, sempre però focalizzate su contenziosi limitati e con grande attenzione a evitare che il conflitto degenerasse. È bene tenere presente tre considerazioni. Insieme l’Ue e gli Usa rappresentano la parte di gran lunga preponderante degli scambi mondiali. Il commercio è l’unico campo in cui i rapporti transatlantici si svolgono in condizioni di parità, perché è uno dei pochi settori in cui l’Europa parla con una voce sola: una lunga tradizione di negoziati bilaterali e multilaterali aiuta a liberare i negoziatori europei dal complesso d’inferiorità che caratterizza tanti altri aspetti del rapporto transatlantico. Gli scambi commerciali sono solo un elemento di una molto più profonda integrazione fra le due aree economiche.

Per questa ragione un vero conflitto commerciale, una guerra dei dazi, potrebbe avere effetti dirompenti per tutti. I danni del protezionismo che si manifestarono per esempio nella prima metà del secolo scorso, sarebbero oggi enormemente ampliati dalla crescente integrazione delle filiere produttive dovuta alla globalizzazione.

Malgrado periodiche accuse reciproche di protezionismo, Ue e Usa hanno sistemi abbastanza aperti. I dazi medi, che variano da circa 5% per l’Ue a circa 3,5% per gli Usa sono bassi; una differenza quasi irrilevante dal punto di vista degli effetti economici. Ci sono dalle due parti alcuni picchi tariffari, fra cui per l’Europa le automobili (10%), a cui fanno però riscontro numerosi picchi tariffari americani. Le norme e le regole sono diverse e spesso quelle europee hanno più successo a livello internazionale. Non a caso uno degli obiettivi del Ttip, il negoziato abortito due anni fa sotto la pressione congiunta dei talebani di entrambi i campi, era una più grande convergenza delle regole.

Che senso ha una nuova guerra commerciale?
Con queste premesse, la domanda che sorge spontanea è: che senso ha una nuova guerra commerciale nelle già precarie condizioni dell’economia mondiale? La decisione di minacciare/applicare dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio ha, nelle stesse parole del presidente, una portata che supera largamente l’importanza di quei prodotti: l’Europa è apertamente accusata di opporre ostacoli generalizzati alle importazioni americane.

Non c’è bisogno di spendere molte parole per dimostrare che tutto ciò non ha fondamento. Indipendentemente da altri contenziosi specifici, che tra l’altro non riguardano l’acciaio e l’alluminio, non c’è nessuna base per formulare un’accusa generalizzata di protezionismo nei confronti dell’Ue. Lo stesso si può dire di un’eventuale accusa di manipolazione monetaria.

Né si capisce come la giustificazione addotta per la protezione di acciaio e alluminio, la sicurezza nazionale, possa applicarsi ai principali alleati membri della Nato. Resta la tradizionale critica americana alla politica economica tedesca, ritenuta responsabile con la compressione della domanda interna della gran parte del deficit americano con l’Ue. Il problema del surplus tedesco è certamente rilevante nelle discussioni all’interno dell’Ue, ma non si vede che base politica o giuridica possa avere a livello transatlantico.

Si noterà per inciso che quello italiano è il secondo surplus per importanza e che, data l’integrazione delle filiere, le esportazioni tedesche incorporano una quota importante di valore aggiunto italiano. Da un lato, è tutt’altro che certo che una politica più espansiva da parte della Germania avrebbe un effetto benefico specificamente sul deficit americano. Inoltre ciò dovrebbe comportare un coordinamento vincolante delle politiche macro-economiche, attualmente assente e che sicuramente gli Usa sarebbero i primi a rifiutare, anche perché saremmo legittimati a includervi la discussione di alcuni aspetti della loro recente riforma fiscale.

L’attenzione sul manifatturiero distorce le percezioni di Trump
La risposta alla domanda iniziale è tuttavia abbastanza semplice. L’attenzione di Trump è focalizzata quasi esclusivamente sul commercio dei prodotti manifatturieri e ciò gli produce un’immagine completamente distorta dei legami economici del Paese con il resto del mondo. Il suo è un imperativo di politica interna: dare seguito sul piano interno alle promesse fatte agli elettori della rust belt, che sono poi quelli che con il loro voto lo hanno portato alla Casa Bianca.

È in generale buona norma prendere sul serio i problemi di politica interna di un alleato. Questa, oltre al già citato interesse a evitare una guerra commerciale, è una buona ragione per procedere con cautela. Tuttavia l’Europa non può permettersi né politicamente né economicamente due cose. La prima è lasciarsi dividere, obiettivo più volte dichiarato da Trump, che vorrebbe privilegiare negoziati bilaterali con i singoli Paesi: questo pericolo, anche dopo l’esperienza della Brexit, sembra evitabile. La seconda sarebbe una conclusione che apparirebbe squilibrata, o comunque un cedimento alla minaccia: non siamo la Corea, che ha concluso un accordo non equilibrato, anche se con concessioni abbastanza simboliche.

Evitare il conflitto sui dazi è però nell’interesse di tutti, anche perché potremmo dedicarci insieme a far pressione sulla Cina che è, tutti ne conveniamo, all’origine di alcuni fra i più importanti squilibri del commercio mondiale. La strada maestra sarebbe quella di un accordo equilibrato su riduzioni tariffarie, che potrebbe anche includere le automobili, bandiera simbolica della retorica trumpiana. Si ricorderà che già all’epoca del defunto Ttip un accordo sull’eliminazione dei dazi industriali era a portata di mano. A suo tempo Carlo Calenda suggerì di stralciarlo dal resto del negoziato: saggio consiglio, cui purtroppo non fu dato seguito. Sarebbe oggi prematuro speculare sulla portata di un simile accordo, che potrebbe eventualmente includere settori connessi come gli appalti pubblici.

Possibili vie d’uscita, pro e contro
Il problema è che non è probabilmente questo che interessa a Trump. Dalle sue dichiarazioni traspare chiaramente che vuole un risultato esplicitamente misurabile in termini di riduzione del deficit americano. Pare che alla Cina sia stata chiesta una riduzione di due terzi, cioè di duecento miliardi di dollari. L’equivalente per l’Ue sarebbe di ottanta miliardi. Se questi sono i termini del problema, è difficile che ci possa essere uno sbocco positivo.

In primo luogo perché l’accordo sarebbe per definizione squilibrato. In secondo luogo perché dovrebbe trattarsi di un accordo di autolimitazione delle esportazioni, pratica concepibile con Paesi come la Cina che non sono vere economie di mercato, ma di quasi impossibile applicazione tra aree aperte e integrate come quelle transatlantiche. L’Ue lo fece a suo tempo per risolvere in via transitoria il problema delle importazioni di auto giapponesi, ma si trattava di un solo prodotto, con un limitato numero di produttori coinvolti e in un’epoca in cui il governo giapponese aveva ancora – oggi non più – una forte influenza sulla sua industria. Lascio immaginare le colossali difficoltà che incontrerebbe una simile operazione fra Ue e Usa.

In assenza di un accordo equilibrato, o comunque di una soluzione non conflittuale, l’Ue non potrà evitare di reagire; ne va della sua coesione interna e della sua credibilità internazionale. Avrà comunque interesse ad agire con moderazione per evitare che la situazione sfugga a ogni controllo. Alla fine il migliore antidoto al protezionismo di Trump, saranno le pressioni che già si stanno manifestando all’interno dell’economia americana e, si spera, anche all’interno del partito repubblicano.

Questo articolo è complementare al precedente dello stesso autore: http://www.affarinternazionali.it/2018/05/macron-trump-merkel-iran-europa/