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Corridoi umanitari

Migranti: da Libia a Europa, rotta sicura che stenta ad aprirsi

16 Mag 2018 - Elena Leoparco - Elena Leoparco

Partono dal Senegal, dal Ghana, dalla Costa d’Avorio, dalla Nigeria, in fuga da guerre, persecuzioni, condizioni di vita al limite, attraversano il deserto e finalmente intravedono una speranza nel mare che bagna le coste libiche: il Mediterraneo, la porta verso l’Europa, verso un futuro (forse) migliore. Per raggiungerlo bisogna attraversare quelle acque e rischiare, ancora. Rischiare e pagare, perché il biglietto dei migranti  per un nuovo inizio ha un costo, a volte troppo alto, la vita stessa.

L’accordo tra Italia e Libia e il suo impatto
Dopo le primavere arabe e la caduta del regime di Gheddafi, i porti libici rappresentavano il punto di partenza di quella che era stata definita ‘l’autostrada del mare’. Dalla parte opposta della riva, gli arrivi dei migranti subivano un’impennata destando preoccupazioni in tutta Europa e ancor più nei paesi di primo approdo (Italia e Grecia in testa). Bisognava trovare una soluzione. E dopo anni di naufragi e morti in mare, l’accordo tra l’Italia e la Libia ha prodotto i risultati sperati: il 2017 sarà infatti ricordato come l’anno in cui gli sbarchi provenienti dalla Libia hanno subito una battuta d’arresto notevole che ha in parte rassicurato l’Europa.

Il Memorandum firmato il 2 febbraio del 2017 dal premier Paolo Gentiloni e dal capo del Governo di Riconciliazione nazionale dello Stato della Libia, Fayez Mustapa Serraj, ha previsto ampie forme di cooperazione finalizzate ad arginare i flussi migratori illegali. In particolare, l’Italia s’è impegnata a fornire supporto tecnico e tecnologico alla Guardia costiera libica e al Dipartimento per la lotta all’immigrazione illegale libico (Dliil) e a cooperare all’adeguamento e finanziamento di quelli che sono definiti ‘centri di accoglienza’ per migranti illegali in Libia. L’insieme di queste ed altre misure ha comportato una consistente riduzione dei migranti sbarcati in Italia (33.288 tra luglio e novembre 2017, il 67% in meno dello stesso periodo del 2016, secondo Amnesty International).

L’Onu denuncia le violazioni dei diritti umani
Tutti soddisfatti, quindi? Non proprio. Quando l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati è riuscito ad avere accesso ai centri di accoglienza libica, ha portato alla luce la difficile situazione che i migranti in attesa del loro destino erano costretti a vivere. Il recupero in mare dei migranti ‘scappati’ dalle maglie del controllo della frontiera libica e trasferiti nei centri gestiti dal Dliil hanno determinato sovraffollamento, scarsa ventilazione, malnutrizione, assenza di cure mediche e violenze sistematiche da parte delle guardie che rendono la vita al loro interno un vero inferno.

Siamo a novembre dello scorso anno: l’Onu e le Ong di mezzo mondo incalzavano con le accuse di violazione dei diritti umani, che pendevano come un’affilata spada di Damocle sulla testa dell’Europa e naturalmente dell’Italia. Bisognava trovare una soluzione, un’altra.

L’apertura dei corridoi umanitari
Così, quasi alla vigilia di Natale, il 22 dicembre, arriva la notizia dell’apertura del primo corridoio umanitario dalla Libia che ha portato in Europa un piccolo gruppo di 162 richiedenti asilo considerati ‘vulnerabili’. Un passo in avanti considerevole per risolvere il problema dei flussi irregolari dei migranti provenienti dal Nord Africa. Dopo questo primo corridoio realizzato su iniziativa dell’Agenzia Onu per i rifugiati, con il sostegno del governo italiano e libico, un altro passaggio sicuro di migranti verso l’Europa è stato organizzato nel mese di febbraio 2018 e ha portato altri 150 profughi liberati dai campi libici al sicuro in Italia.

Numeri del tutto irrisori se si pensa che sono 51.519 i rifugiati registrati come richiedenti asilo presenti in Libia. Di questi, solo 450 hanno avuto accesso ad un programma di reinsediamento immediato e, fino a marzo 2018, 1.342 rifugiati sono stati ricollocati in altri Paesi (312 in Italia, 1.020 in Niger in attesa di un nuovo approdo in Europa). Ma l’obiettivo dell’UnHcr è ambizioso: entro la fine dell’anno, infatti l’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite prevede di portarne in salvo con soluzioni simili tra i 5.000 e i 10.000.

La strategia del reinsediamento
La strategia del reinsediamento (resettlement), lo strumento di protezione internazionale destinato ai rifugiati che non possono tornare nel loro Paese, prevede che essi possano essere trasferite in altro Stato che aderisce volontariamente al programma di reinsediamento mettendo a disposizione una certa quota di posti per l’accoglienza.

Ma la parola ‘quota’ non sempre suona bene alle orecchie di molti paesi europei, specie quando si lega all’immigrazione. E così, ormai da un mese, il traffico aereo che dalla Libia spostava i migranti al sicuro in Niger nei campi gestiti dall’UnHcr e da qui verso l’Europa si è arrestato. L’Italia, almeno per ora, ha fatto la sua parte; la Francia, al momento, ne ha accolti solo 25; ma gli altri Paesi che hanno aderito al programma di ricollocamenti stentano ad aprire i corridoi per permettere ai migranti di arrivare a destinazione di un viaggio che di sicuro e comodo non ha avuto nulla.