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Riconoscimento dell'albanese

Macedonia: legge sul bilinguismo fattore di stabilità

28 Mag 2018 - Edoardo Corradi - Edoardo Corradi

L’adozione dell’albanese come lingua nazionale non porterà l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia alla sua cantonizzazione e a un successivo smembramento. La narrativa che vede una nuova ridefinizione dei confini regionali nei Balcani, l’ultima nel 2008 con la proclamazione d’indipendenza del Kosovo, esiste solo come pretesto nel processo di costruzione di un’identità nazionale ancora giovane.

Seconda lingua nazionale
Durante il periodo socialista, i popoli jugoslavi erano suddivisi in tre categorie. Al primo livello vi erano i cosiddetti narodni, ovvero le popolazioni delle nazioni costituenti la Jugoslavia: sloveni, croati, bosgnacchi (all’epoca chiamati “musulmani”), serbi, montenegrini e macedoni. Successivamente vi erano i narodnosti, ossia i gruppi etnici maggioritari non facenti parte dei narodni come gli ungheresi, gli italiani o gli albanesi. Infine, vi erano le etničke zajednice, traducibile come “comunità etniche”, comprendenti i gruppi etnici minori come turchi e rom. In questa suddivisione a tre livelli della società jugoslava nessun gruppo etnico poteva essere considerato una vera e propria minoranza etnica.

La rielaborazione del ruolo dell’etnia albanese fu una delle cause che portò al breve conflitto tra truppe ribelli, riunite sotto la sigla dell’Ushtria Çlirimtare Kombëtare (Uçk) – diverso dall’omonima sigla che operò in Kosovo – e le forze governative macedoni. La firma degli Accordi di Ohrid mise fine agli scontri e aprì definitivamente la strada per il dialogo. L’intesa prevedeva, tra i vari punti, il riconoscimento della lingua albanese come seconda lingua nazionale nei comuni dove gli albanesi rappresentavano la maggioranza della popolazione, ovvero nelle regioni a nord-ovest del Paese. Con ciò, Skopje cercava da un lato di mostrare la volontà di riconoscere i giusti diritti alla sua minoranza più estesa – circa il 25% della popolazione, secondo l’ultimo censimento effettuato nel 2002 – e dall’altro di mantenere un forte controllo delle istituzioni centrali promuovendo il monolinguismo.

La quadra politica
Dopo gli eventi del 2001 il Paese ha attraversato un certo livello di stabilità nelle relazioni interetniche, mostrando come la guerriglia dell’Uçk differisse per scopi dall’omonimo kosovaro. La questione linguistica è riemersa con l’elezione del nuovo esecutivo, guidato dal socialdemocratico Zoran Zaev dopo una crisi politica durata anni.

La prassi politica macedone impone che il maggior partito rappresentante la comunità albanese si allei in coalizione con il partito nazionale che ha preso più voti nelle elezioni. Le ultime consultazioni elettorali avevano polarizzato il panorama politico macedone e, pertanto, i partiti albanesi entrati in Parlamento hanno optato per la creazione di una piattaforma politica che li riunisse nel dare il loro appoggio ai socialdemocratici della Sdsm. Tale piattaforma, costituitasi a Tirana con la supervisione del primo ministro albanese Edi Rama, è stata considerata dall’ex premier macedone Nikola Gruevski come un chiaro esempio dell’ingerenza dell’Albania negli affari interni del Paese, in particolare con la volontà di attuare una politica di riunificazione delle genti albanesi sotto un unico Stato. Il presidente della repubblica Ivanov, eletto nel 2014 con i voti della Vmro-Dpmne di Gruevski, aveva fatto in modo di posticipare il mandato di formazione del governo Zaev in quanto preoccupato per una possibile deriva federalista del Paese che mettesse a rischio la stessa sovranità territoriale della Macedonia.

L’alleanza tra i partiti albanesi avrebbe garantito il suo appoggio al candidato che avesse inserito nella sua agenda politica la questione del bilinguismo. La recente votazione favorevole del Parlamento macedone su questo punto è avvenuta quindi in rispetto degli accordi presi per la formazione dell’esecutivo, rappresentando la fine di un lungo processo politico iniziato immediatamente dopo la firma degli Accordi di Ohrid. La legge era già stata approvata dall’assemblea legislativa macedone ed era stata rimandata all’analisi dei parlamentari in virtù al potere di veto presidenziale. Ivanov è ora costretto a promulgare il provvedimento, a meno che la Corte Costituzionale non lo invalidi.

Equilibri regionali e internazionali
A garantire la stabilità della Macedonia saranno soprattutto le organizzazioni internazionali e gli altri Paesi della regione, in particolare la Grecia. Candidata all’adesione all’Unione europea dal 2005, Skopje ha visto il mese scorso arrivare la raccomandazione della Commissione al Consiglio perché i relativi negoziati abbiano inizio (contemporaneamente all’Albania).

La decisione di Atene di aprire le trattative per la risoluzione della questione del nome con la Macedonia (che appare sempre più vicina, come confermato dal summit Ue/Balcani occidentali del 17 maggio scorso a Sofia, e nonostante le opposizioni interne nei due Paesi) consentirà alla Grecia di poter emergere come leader regionale, data anche la sua lunga permanenza nell’Ue. Inoltre, la presenza di una comunità albanese all’interno dei suoi confini trasformerà la Grecia in vera e propria garante della stabilità regionale nel sud-est europeo che guarda a Bruxelles.

La questione della lingua in Macedonia non è dunque un fattore di instabilità nazionale e regionale, bensì risulta essere un valore aggiunto per l’apertura dei negoziati con Bruxelles e la sua futura integrazione nella costruzione europea. Inoltre, il dialogo politico instauratosi tra le formazioni politiche che oggi formano la maggioranza di governo è un segnale di rafforzamento della fiducia istituzionale tra le due maggiori etnie del Paese.