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Conseguenze economiche e politiche

Iran: nucleare, le alee dell’uscita di Trump dal Jcpoa

10 Mag 2018 - Ludovico De Angelis - Ludovico De Angelis

Le condizioni pattuite nell’accordo sul nucleare con l’Iran, il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), tramite una serie di dispositivi di controllo dell’Aiea suggellati nel 2015, hanno dato vita a un complesso strumento di monitoraggio e d’inversione del programma nucleare militare iraniano. L’intesa impedisce l’acquisizione – tramite il processo di ‘arricchimento’ –  di quantitativi critici (generalmente, oltre il 20%) del raro uranio 235, che, se concentrato al 90%, può essere installato su varie tipologie di missili (corto, medio e lungo raggio) creando di fatto un’arma nucleare. L’accordo è stato considerato da molti come il grande successo della diplomazia di Obama, nonché un importante momento di concerto tra Paesi europei, Russia e Cina.

La recente decisione del presidente Trump di ritirare gli Stati Uniti dal Jcpoa ha indebolito vigorosamente l’intesa, creando un clima di incertezza ed accrescendo conseguentemente le tensioni all’interno di una regione che, da 15 anni, è sottoposta a sostenute folate di instabilità.

I benefici della denuclearizzazione
L’accordo raggiunto tre anni fa ha fatto sì che l’Iran diminuisse il numero di centrifughe di prima generazione installate da circa 20 mila a 6000, riducendo inoltre le centrifughe avanzate da mille a zero. Oltre a ciò, l’accordo ha portato da 195 chili a zero le riserve di uranio a medio arricchimento (20%) riducendo da circa 9000 a 300 chili il quantitativo di uranio a basso arricchimento (circa 3,5%) presente nel Paese, in linea con gli standard internazionali per l’utilizzazione di energia atomica a fini pacifici.  Il risultato di queste ed altre misure è stato quello di fare passare il breakout time – il tempo necessario a produrre il materiale fissile da apporre su un vettore – da uno/due mesi, prima del Jcpoa, a circa otto/dodici mesi dopo il Jcpoa.

Il quadro istituzionale di monitoraggio e d’ispezione ha quindi permesso, anche grazie alla volontà iraniana, di scongiurare una pericolosa parità nucleare tra Teheran ed Israele che, da decenni, utilizza una politica nucleare di amimut (ambiguità).

Tale parità avrebbe verosimilmente ridimensionato l’ ‘eccezionalismo’ nucleare israeliano (“l’assicurazione sulla vita a lungo termine” di Tel Aviv), mantenuto per decenni grazie alla ‘dottrina Begin’ di attacco preventivo verso i laboratori di ricerca nucleare dei Paesi arabi confinanti (Osirak, 1981; Natanz 2006; Deir Ezzor, 2007), rompendo l’equilibrio consolidatosi sino ad oggi. Ciò avrebbe anche aumentato le tensioni con l’Arabia Saudita, aprendo probabilmente la strada a una pericolosa corsa al nucleare militare nella regione mediorientale.

Il rischio di ‘secondary sanctions’
Dal lato iraniano, la fine delle sanzioni ha significato un notevole incremento dell’export di petrolio e di gas, con le esportazioni del primo che lo scorso anno hanno toccato il picco più alto dal 2003. Tuttavia, Teheran sta ancora aspettando di godere dei benefici, sotto forma di ‘spillover’ tecnologici, degli investimenti internazionali, che, sino ad oggi, non hanno ancora raggiunto un livello consistente. Questo poiché i numerosi contratti conclusi da imprese multinazionali (occidentali e non) hanno bisogno di un clima di certezza attorno al Jcpoa per concretizzarsi.

Al momento tale condizione rischia di venire meno, poiché uno dei principali timori per i gruppi di investimento stranieri è quello dell’applicazione extraterritoriale della legge statunitense tramite lo strumento delle secondary sanctions.  Negli anni antecedenti al Jcpoa, infatti, alcuni tribunali statunitensi hanno inflitto ingenti sanzioni pecuniarie, per un ammontare totale di circa 13 miliardi di dollari, nei confronti di alcune banche europee accusate di aver effettuato transazioni finanziarie con Teheran,  scoraggiando notevolmente gli investitori internazionali. Questa possibilità è oggi nuovamente presente.

L’Irgc rafforza la propria posizione, vuoi economica che politica
Un importante attore dell’economia iraniana è, da più di due decenni, la Guardia rivoluzionaria (Irgc), la quale, attraverso una serie di sussidiarie (la più famosa è Khatam al-Anbiya) controlla vari settori economici (telecomunicazioni, industria farmaceutica, edilizia). Con l’inizio dell’era del contenimento (2006-2012) tramite sanzioni, i conservatori e le entità affiliate all’Irgc hanno tratto ingenti benefici economici in quanto, essendo i soli beneficiari di contratti governativi, hanno agito in una situazione di sostanziale monopolio. Era proprio questo il nocciolo della ‘resistance economy’ (così definita dall’Ayatollah Khamenei) che mirava all’indipendenza economica iraniana dai ‘ricatti’ della comunità internazionale.

Sotto la presidenza di Mahmud Ahmadinejad (2005-2013), l’Irgc è riuscita a consolidare ancor di più la propria posizione nel settore energetico: l’emblema è stata la nomina di Rostam Ghasemi e Masoud Mirkazemi, due figure vicine all’Irgc, a ministri del petrolio, una carica fondamentale in un Paese che ha la quarta riserva d’oro nero al mondo.

Con l’arrivo di Rohani nel 2013 si sono succeduti tentativi di riformare il settore: Zanganeh, ministro del petrolio nominato da Rohani, ha portato avanti una battaglia contro la corruzione dell’era Ahmadinejad, modificando i contratti di joint venture e tentando di consolidare il Jcpoa, il quale entra nella logica dei ‘moderati’ iraniani sia come ponte per l’accettazione dell’Iran all’interno della comunità internazionale, sia come volano di crescita economica.

Tutto ciò oggi è di nuovo messo in discussione: infatti, nuove sanzioni potrebbero favorire il rafforzamento economico dell’Irgc, nonché legittimarlo agli occhi di numerosi iraniani. Basti pensare che Ali Jafari, capo dell’Irgc, si è addirittura “felicitato”  per la decisione di Trump di uscire dall’accordo.

Il ruolo chiave europeo
Nelle prossime settimane, i partner europei sono attesi da un’importante prova: come affermato da Khamenei, gli europei dovranno offrire “adeguate garanzie” affinché Teheran continui a rispettare il Jcpoa, in sostanza,  ciò significa soprattutto mantenere i benefici economici dell’accordo. È così che il futuro dell’intesa sul nucleare iraniano si giocherà sulla capacità degli europei di mettere in atto dei dispositivi che mirano a proteggere le imprese ed istituti di credito dalle ‘secondary sanctions’ statunitensi (già soppresse, ad esempio, le esenzioni dalle sanzioni per Airbus e l’americana Boeing), un’attività che richiederà una forte coesione europea nei confronti della controparte americana in fase di negoziato, nonché una capacità di tranquillizzare, contribuendo indirettamente al suo rafforzamento, l’esecutivo Rohani che, assieme al popolo iraniano, potrà essere il vero sconfitto da questa decisione.