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Giro di vite

Iran: nucleare, da Pompeo più bastone che carota

27 Mag 2018 - Ludovico De Angelis - Ludovico De Angelis

Il discorso pronunciato presso l’Heritage Foundation di Washington il 21 maggio dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo, ha delineato la nuova strategia statunitense nei confronti dell’Iran, promettendo “sanzioni più dure di tutta la storia” ed accusando Teheran di attività destabilizzatrici nella regione mediorientale. La critica americana corre lungo tre linee direttrici: il sostegno iraniano a organizzazioni politico-militari e milizie (architettato principalmente dal generale Qaseem Soleimani delle forze Sepah-e-Qods) quali Hezbollah in Libano, Huthi in Yemen, Hamas nei Territori Palestinesi Occupati, le milizie sciite afghane e pakistane Fateymoun e Zeinabiyoun in Siria e Kata’ib Hezbollah in Iraq; lo sviluppo del programma balistico che, oltre a produrre dei vettori in grado di trasportare materiale nucleare, minaccia le capitali dei Paesi alleati degli Stati Uniti; e la possibilità che l’Iran acquisisca capacità atomiche sfruttando – secondo Pompeo – le cosiddette ‘sunset clauses’ del JCPOA.

La decisione di perseguire una linea “dura” è stata dimostrata dal nuovo giro di sanzioni (anche secondarie) che, a due settimane dall’annuncio del presidente Trump di uscire dall’accordo sul nucleare con l’Iran, ha colpito figure/entità in orbita iraniana. Da sottolineare l’inclusione nella lista degli Specially Designated National di Valiollah Seif, governatore della banca centrale iraniana, di alcune figure di spicco di Hezbollah, nonché di alcuni importanti esponenti della Air Force Al-Ghadir Missile Command, ala della Guardia Rivoluzionaria considerata il centro nevralgico del controllo operativo sui vettori e che, in collaborazione con il gruppo industriale iraniano Shahid Bagheri, lavora alla costruzione di missili balistici di varia gittata.

Sviluppi economici e promesse europee
Pochi giorni prima del discorso di Pompeo, il ministro degli Esteri iraniano Zarif aveva effettuato un viaggio tra Pechino, Mosca e Bruxelles ribadendo un unico punto: far sì che l’Iran goda dei benefici economici pattuiti a seguito della firma del JCPOA al fine di mantenere in vita l’accordo. Volontà ribadita anche dall’Alto Rappresentante dell’Ue Mogherini, che ha affermato che l’Unione è pronta a favorire nuovi investimenti in Iran, a continuare a garantire la vendita del petrolio e gas iraniano, ad assicurare il prosieguo delle transazioni finanziarie con Teheran e, in ultimo, a riesumare un meccanismo (Regolamento del Consiglio 2271/96) mirato a rendere nulli i tentativi americani di imporre sanzioni secondarie – extraterritoriali –  nei confronti delle aziende europee che manterranno o inizieranno relazioni commerciali con l’Iran.

In attesa di concretizzare queste misure, il clima è tuttavia particolarmente teso: l’ambasciata americana a Berlino ha annunciato che le imprese tedesche che stanno facendo affari con l’Iran dovranno cessare le loro attività immediatamente.

A riprova del clima di incertezza, la Total ha comunicato di avere bloccato il progetto South Pars 11, decisione sulla quale l’azienda ritornerebbe in caso arrivasse un’esenzione dalle sanzioni sia da parte europea che francese che, naturalmente, americana. Un ulteriore risvolto si riferisce ai progetti al di fuori del territorio iraniano che coinvolgono imprese sussidiarie del governo di Teheran: a tal proposito, la British Petroleum ha annunciato di aver momentaneamente bloccato un progetto – in partnership con un’azienda di proprietà del governo iraniano – di sfruttamento di un giacimento di gas nel Mare del Nord.

Inoltre, il nuovo approccio americano potrebbe apportare alla rinvigorita partnership economica tra l’Italia e l’Iran un serio colpo, mettendo a rischio un accordo ( tra Invitalia ed alcune banche iraniane) che, nel quadro ‘protettivo’ del JCPOA, ha l’obiettivo di finanziare progetti italo-iraniani in settori di mutuo interesse (infrastrutture, energia e chimico) per un ammontare complessivo di 5 miliardi di euro.

Al momento, solo piccole banche in Germania, o imprese del settore energetico minori, come  accaduto con Pergas, consorzio internazionale con sede in Gran Bretagna, stanno continuando, nonostante gli annunci americani e, in particolare, il discorso di Pompeo, ad offrire prestazioni economiche a Teheran.

Tra l’ascesa sciita e la risposta sunnita, ci sono Israele, la Ue e gli Usa
Allargando la prospettiva, la chiave di lettura per interpretare le tensioni attuali tra Teheran, Tel Aviv e Riad potrebbe essere quella proposta più di un decennio fa da Vali Nasr, che, enfatizzando l’ascesa iraniana nella regione, sancita definitivamente dell’invasione americana dell’Iraq, presagiva nel libro The Shia Revival che “the character of the region will be decided in the crucible of Shia revival and the Sunni response to it”.

A tale visione, certamente veritiera, seppur troppo legata alla ‘faglia’ tra sunniti e sciiti (si rischia di perdere importanti sfumature, come l’intesa Qatar-Iran), va aggiunto certamente il ruolo di Israele, vicino strategicamente ai sauditi (il capo di stato maggiore israeliano ha espresso recentemente la volontà di condividere con Riad intelligence sull’Iran), quello degli Stati Uniti, che con l’amministrazione Trump sono passati ad una strategia di contenimento utilizzando – per ora – lo strumento della diplomazia coercitiva e, in ultimo, quello della Ue a difesa dell’ordine multilaterale, con una ritrovata indipendenza strategica. Sarà da questi intrecci che passerà il futuro dell’accordo e della stabilità regionale.

Un futuro incerto, ma non già scritto
Nel tentativo di affossare il JCPOA, esplicitato dalla decisione di Trump e dal discorso di Pompeo, si è persa l’opportunità di consolidare il gruppo ‘moderato’ iraniano che, per altro, non ha nessun controllo diretto sulle operazioni condotte dalla Guardia Rivoluzionaria, che dipendono innanzitutto dalle linee guida della Guida Suprema e, semmai, solo in un secondo momento, dal Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (che conta membri affini alla Guida, come le alte cariche dell’IRGC, e alcuni ministri nominati dal presidente).

In futuro, senza un forte esecutivo iraniano ‘moderato’, sarà verosimilmente ben più difficile, utilizzando anche canali informali, tentare di negoziare con l’IRGC una limitazione delle attività balistiche e di penetrazione iraniana nella regione;  è per questo che l’Ue potrebbe considerare il mantenimento del JCPOA un preludio a un più ampio accordo che, accrescendo la fiducia tra le parti, assicuri che in futuro gli interessi securitari di tutti gli attori dell’area vengano presi in considerazione.

In definitiva, a fare la differenza sarà una rete di decision-maker che – dall’Iran all’Europa agli Stati Uniti – avrà come obiettivo il mantenimento in vita dell’accordo, che si ingegnerà perché ciò avvenga e che preserverà la consapevolezza di una necessaria soluzione di lungo periodo ai timori, ma anche alle legittime aspirazioni, delle apparentemente inconciliabili fazioni.