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Difesa europea

Ue/Italia: Pesco, non è tutto oro quel che luccica

6 Apr 2018 - Antonio Calcara - Antonio Calcara

I prossimi mesi saranno cruciali per lo sviluppo della nuova Cooperazione permanente nel settore della difesa europea (Pesco, secondo l’acronimo inglese). Infatti, dopo l’approvazione da parte del Consiglio europeo dei primi 17 progetti collaborativi da sviluppare nell’ambito della Pesco, i Paesi europei dovranno trovare un accordo su un comune pacchetto di regole per sviluppare questi progetti e sulle condizioni che definiranno la potenziale partecipazione di Stati o industrie di Paesi terzi. Queste decisioni avranno un impatto fondamentale sulla posizione dell’Italia in questo processo.

Il coinvolgimento dell’Italia nei progetti comuni
L’Italia partecipa a 15 dei primi 17 progetti comuni, che spaziano dal controllo marittimo alle tecnologie radio, dalla gestione della infrastrutture militari alla lotta contro le minacce cibernetiche, e figura essere il partner europeo più coinvolto. Il framework della Pesco è inoltre strettamente collegato al nuovo Fondo europeo per la Difesa, promosso dalla Commissione europea e che prevede uno stanziamento di 500 milioni di euro per finanziare progetti di ricerca militare nel quadro del budget pluriennale per il 2021-2027. Anche in questo caso, le industrie italiane sono tra le più coinvolte. Leonardo-Finmeccanica guiderà infatti un consorzio di 42 partner industriali da 15 Paesi europei per coordinare il progetto Ocean 2020, che prevede una serie di ricerche sulla sorveglianza militare dei confini. Le industrie italiane parteciperanno inoltre ad altri due progetti, Acamsii e Gossra, che si occupano di sviluppare nuove tecnologie per la protezione delle forze armate nei teatri di guerra.

Tuttavia, nonostante l’indubbia rilevanza di queste iniziative e l’interesse del governo e delle industrie italiane, vi sono una serie di aspetti problematici della Pesco che meritano una maggiore attenzione.

La volontà politica ‘protezionistica’ franco-tedesca
In primo luogo, l’intero processo è stato principalmente guidato da una forte volontà politica franco-tedesca di proteggere il mercato della difesa europeo. Il Fondo europeo per la Difesa prevede che i soldi europei siano spesi soltanto per sostenere imprese di proprietà europea. Questo pone dei problemi fondamentali per la posizione italiana, con la spinta a rendere possibile l’accesso al Fondo anche a società europee controllate da proprietari non europei.

Come recentemente sostenuto in una lettera dei presidenti di quattro grandi regioni italiane – Piemonte, Liguria, Lombardia e Lazio –, la questione dell’eleggibilità delle industrie non controllate solo da attori europei pone problemi per la salvaguardia degli interessi industriali e occupazionali italiani. Basti pensare ad Avio Aereo, della statunitense Ge Aviation, che conta in Italia 4200 dipendenti, o di Piaggio Aerospace, proprietà del fondo degli Emirati Arabi Uniti Mubadala, che impiega oltre 1200 persone.

In Italia, le aziende del settore della difesa controllate da proprietari non europei “impiegano direttamente oltre 8200 addetti, il 18, 6 % del totale”, numeri che il Paese non può permettersi di lasciare fuori dalla difesa comune.

Al di là degli importanti aspetti occupazioni, anche i big players dell’industria italiana potrebbero subire contraccolpi negativi da questo criterio. Ad esempio, Leonardo-Finmeccanica è preoccupato che Augusta-Westland, di proprietà del gruppo italiano, ma con stabilimenti nel Regno Unito, non possa usufruire di queste opportunità, in funzione dell’esito del negoziato sulla Brexit.

Il ruolo degli Stati Uniti
In secondo luogo, un importante aspetto politico da non sottovalutare riguarda il ruolo degli Stati Uniti in questo processo. Secondo un recente articolo del New York Times, infatti, l’establishment statunitense guarderebbe con sospetto alle recenti iniziative europee nel campo della difesa, preoccupato da un possibile indebolimento della Nato e dalla possibilità che i giganti dell’industria bellica statunitense possano essere marginalizzati nel mercato europeo.

Per l’Italia, viste le tradizionali ottime relazioni con Washington, questo potrebbe generare dei rischi. C’è da sottolineare al riguardo che l’alleanza con i partner dell’industria statunitense è cruciale per l’Italia, come dimostra la recente acquisizione di DRS Technologies da parte del gruppo Leonardo, la partnership tra Lockheed Martin e Fincantieri e il controverso accordo italo-statunitense sugli F-35.

Alcuni aspetti critici di una politica di difesa europea
Infine è doveroso mettere in risalto alcuni aspetti critici dell’intero processo di costruzione di una politica di difesa europea. Anche se negli ultimi due anni sono state promosse diverse iniziative,  rimangono nervi scoperti, difficilmente risolvibili nel breve e medio periodo. Dopo la Brexit, la Francia sarà l’unico “big player” nel contesto europeo, il solo a possedere un deterrente nucleare. Nonostante le ripetute affermazioni di volere assumere un ruolo più significativo nel settore della sicurezza e della difesa, la Germania non sembra ancora essere in grado di sostituire la Gran Bretagna nel ruolo di co-leader di questo processo.

Il  dibattito decennale sulla possibile costruzione di un quartiere militare europeo indipendente dalla Nato è la chiara dimostrazione di come le differenze tra Francia e Germania possono creare dei seri ostacoli al perseguimento di una più effettiva politica di difesa europea. Questi elementi potrebbero contribuire a loro volta a ridimensionare le ambiziose iniziative sviluppatesi in Europa nel settore della difesa negli ultimi due anni.

Per concludere, il governo e le industrie italiane hanno promosso con convinzione i recenti passi significativi compiuti in questo settore. Tuttavia, le iniziative europee pongono dei problemi significativi per la politica militare e industriale italiana. Sarebbe auspicabile, quindi, un’azione politica congiunta per far valere in maniera efficace queste problematiche all’interno del processo politico europeo.

Purtroppo, il voto del 4 marzo e l’incertezza politica conseguente non favoriscono una visione ottimistica del coinvolgimento dell’Italia nella Pesco. In un periodo di molteplici crisi, sia interne che esterne all’Unione, quello della sicurezza è diventato un tema centrale in Europa. Sarebbe il caso che esso venisse trattato con grande attenzione anche dall’establishment politico italiano. Il nuovo governo dovrà sicuramente affrontare nella propria agenda tale problematica. I partner europei stanno già riflettendo su questo. L’Italia saprà fare la sua parte?