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Equipaggiamenti militari e equilibri politici

Turchia: i missili S-400 tra Russia e Nato, match anticipato

27 Apr 2018 - Giorgio Di Mizio - Giorgio Di Mizio

In un incontro ad Ankara il 3 aprile scorso, il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco, Recep Tayyp Erdoğan, hanno deciso di anticipare di alcuni mesi la consegna del primo sistema missilistico S-400, verosimilmente all’autunno 2019. Il contratto, finalizzato nel dicembre 2017, prevede che la Turchia acquisti dalla Russia fino a quattro sistemi missilistici per un totale di 2,5 miliardi di dollari, e rappresenta un indubbio momento di rottura politica e militare tra Ankara e gli alleati occidentali.

Le ragioni e le conseguenze di questo inedito accordo, che riguarda una capacità difensiva di assoluto rilievo strategico, ancora non sono del tutto chiare.

L’S-400 Triumf è il più avanzato sistema missilistico mobile terra-aria in dotazione alle forze armate russe. Recentemente, è diventato un importante tassello della strategia complessiva di Putin, grazie ai suoi molti vantaggi. Impiegando tre diverse serie di missili, è capace di colpire obiettivi multipli quali aerei, sistemi a pilotaggio remoto, altri missili, con un raggio d’azione stimato fino a 400 chilometri. Inoltre, è più economico dei sistemi analoghi.

I problemi di sicurezza per l’Alleanza
Il problema principale di un suo impiego da parte della Turchia consiste nell’integrazione nel restante apparato militare turco, che a sua volta deve garantire l’interoperabilità con quello degli alleati Nato. Se dei mezzi di fabbricazione russa fossero integrati con la difesa collettiva dell’Alleanza, costituirebbero un problema di sicurezza, essendo la loro tecnologia sotto il controllo del produttore.

Inoltre, dalla Nato è stato segnalato che gli S-400 sarebbero un punto d’accesso per il furto di informazioni sui mezzi e le infrastrutture militari critiche occidentali. Le forze armate e i leader politici turchi ne sono ben consapevoli e finora non hanno infatti richiesto tale integrazione. Tuttavia, senza una connessione del sistema missilistico con una rete di radar, aerei di sorveglianza e satelliti, la sua efficacia sarebbe molto ridotta.

Il governo turco ha replicato alle critiche ricevute con diverse motivazioni. Su tutte, ricorre l’urgenza di proteggere il territorio nazionale dall’instabilità in Siria, dove forze ostili potrebbero impadronirsi di alcuni depositi di missili (ma bisogna ricordare che in Turchia la Nato ha dispiegato delle batterie di missili difensivi ormai da diversi anni, proprio per contrastare questa potenziale minaccia). Secondo la versione turca, dati i tempi molto stretti, i russi avrebbero semplicemente presentato l’offerta migliore.

Ragioni e conseguenze dell’accordo
L’offerta di Mosca tocca però un elemento ancora più importante: diversamente da eventuali fornitori occidentali, quelli russi avrebbero acconsentito a un controllo turco del sistema missilistico, alla sua produzione in comune e al relativo trasferimento tecnologico, avvicinando così la Turchia all’autonomia tecnologica e operativa.

La centralità di questo obiettivo è stata più volte espressa da Ankara, come quando, nell’ottobre 2017, il ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu ha minacciato di far saltare l’accordo con la Russia in assenza di garanzie al riguardo. Eppure, la reticenza russa e le ultime dichiarazioni di Çavuşoğlu indicano che il tech transfer ci sarà, se mai, solo nel medio-lungo periodo, con una conseguente dipendenza turca nei confronti russi per la manutenzione e l’ammodernamento dei sistemi d’arma.

Inoltre, se i vantaggi di una (relativa) autonomia operativa militare dalla Nato sono incerti, diventa sempre più probabile una reazione negativa degli Stati Uniti, dove alcuni senatori hanno chiesto l’applicazione alla Turchia delle sanzioni contro chi cooperi con la Russia nel settore della difesa, come previsto dal Caatsa (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act).

Poco dopo tale richiesta nel Congresso americano, è stato reso noto che, in una riunione del Turkey-U.S. Defense Trade Dialogue del 30 marzo, sono iniziati i contatti per l’acquisto turco dei missili statunitensi Patriot. Più avanzata è l’intesa con Eurosam, un consorzio franco-italiano: in base a una lettera di intenti firmata nel novembre scorso, imprese turche ed europee hanno avviato uno studio per realizzare, entro il 2025, un sistema di difesa missilistico e aereo a lungo raggio, stavolta con concrete aspettative di cooperazione tecnologica e produttiva. Dovessero essere realizzati tutti i progetti con fornitori russi, americani ed europei, l’acquisizione (quasi in blocco) di tali sistemi si rivelerebbe per la Turchia poco efficiente sia dal punto di vista economico che militare.

La strategia di Ankara e un Paese al bivio
D’altra parte, soprattutto il dialogo con gli Stati Uniti rafforza l’ipotesi che si tratti di scelte essenzialmente legate a strategie politiche. In primo luogo, esse potrebbero essere il tentativo di guadagnare importanza nei confronti della Nato attraverso l’avvicinamento a una potenza avversaria. Già nel 2013, quando la Turchia tentò un simile accordo con fornitori cinesi, alcune fonti governative giustificavano in questo modo la selezione di un partner al di fuori dell’Alleanza Atlantica.

In secondo luogo, è probabile che Erdoğan ricerchi una posizione intermedia fra Nato e Russia, viste le assonanze e divergenze con entrambe le parti: nella recente crisi siriana, egli si è posto come interlocutore sia di Donald Trump che di Putin, poi ha dichiarato il suo sostegno all‘attacco missilistico occidentale, ma evitando accuratamente di menzionare la Russia e assicurando il non utilizzo da parte degli alleati della base militare di İncirlik in territorio turco. Tuttavia, l’ambito militare – e la difesa aerea e missilistica in particolare – non è affatto il terreno adatto su cui perseguire simili rischiose strategie politiche, implicando tutte le già menzionate criticità.

Spiazzando le opposizioni, intanto, il 18 aprile scorso Erdoğan ha convocato le elezioni presidenziali anticipate per il 24 giugno. Una sua eventuale ma remota sconfitta potrebbe cambiare lo scenario radicalmente; la sua molto probabile vittoria nel quadro del nuovo sistema presidenziale – che, dopo il referendum costituzionale vinto di misura un anno fa, aumenta ulteriormente i suoi poteri – potrebbe avere rilevanti ripercussioni sulla politica estera e di difesa. Rafforzata la presa sullo Stato, egli sarebbe in grado di imprimere accelerazioni o far fare passi indietro su vari fronti, ed in particolare rispetto ai tre sistemi missilistici considerati: con i russi, l’anticipo corrisposto e la firma di dicembre definiscono solo la prima parte dell‘accordo; con gli europei, lo studio congiunto è tutto da sviluppare; con gli americani, infine, ci sono solo stati dei colloqui. I prossimi mesi potrebbero riservare delle sorprese.

Foto di copertina © Mustafa Kaya/Xinhua via ZUMA Wire